Artestetica News http://artestetica.org kunstbrulé in palmo di mano http://artestetica.org/news/leggi/890/kunstbrulé-in-palmo-di-mano/ Tue, 12 Dec 2017 15:40:47 +0100
Kunstbrulé in palmo di mano è una mostra della durata di una sera fatta di opere che stanno nel palmo della mano. Ognuno degli artisti invitati reca con sé il proprio lavoro e lo mostra con discrezione, quasi sottovoce, senza installarlo, per recuperare il piacere di prestare attenzione agli altri prima ancora che a sé.
Unica opera installata e fuori formato sarà una grande installazione recente di Marion Baruch che vive di vuoti, una presenza fatta di assenza ad attutire ancora di più il “suono” di questa mostra, allietata dal profumo del vin brulé.

con:
Giorgio Barrera, Marion Baruch, Susanna Baumgartner, Cesare Biratoni, E il Topo, Sergio Breviario, Carlo Buzzi, Tiziano Campi, Sauro Cardinali, Antonio Catelani, Umberto Cavenago, Ermanno Cristini, Sabrina D'Alessandro, Carlo Dell'Acqua, Barbara Deponti, Diana Dorizzi, Elena El Asmar, Al Fadhil, Helga Franza, Annalisa Fulvi, Deborah Hirsch, Gabriele Landi, Valentina Maggi Summo, Microcollection, Yari Miele, Aldo Mondino, Giancarlo Norese, Luca Pancrazzi, Francesca Petrolo, Paola Pietronave, Vera Portatadino, Claudio Salvi, Olinsky, Franco Sartori, Valeria Tognoni, Serena Vestrucci

La mostra evento si terrà sabato 16 dicembre a partire dalle 18.00
Brugherio (MB), in via della Vittoria 98  ➜ visualizza la mappa! ]]>
Aestetics. Aristotele, Croce e la neuroscienza di Kandel http://artestetica.org/news/leggi/889/aestetics.-aristotele,-croce-e-la/ Mon, 04 Dec 2017 12:16:21 +0100 L'essere umano, chiarisce subito Aristotele, si distingue dall'animale, da questa sua "naturale" caratteristica che consiste nell'uso dei sensi per "sapere", in quanto ha la facoltà molto estesa della memoria che gli consente di far uso dell'esperienza delle conoscenze così accumulate.
L'altra caratteristica "umana" è il godimento che si trae dall'uso dei sensi.
Arnaldo Benini, nel recensire il saggio di Erik Kandel "Arte e neuroscienze" Le due culture a confronto" (Cortina, Milano) paragona le conclusioni del neuroscienziato a quelle di Benedetto Croce in "Aestetics", (voce dell'Enciclopedia Britannica poi tradotto in italiano con il titolo di "Aestetica in nuce") laddove il filosofo scrive che "la categoria dell'arte, come ogni altra categoria, presuppone, a volta a volta tutte le altre (...) è condizionata da tutte e pur condiziona tutte".
Dunque il percorso, anche per le neuroscienze, appare quello classico individuato da Kant nella "Critica della ragion pura": prima la fase dell'estetica poi quella della logica. Il modo di accedere al mondo esterno è quello dei sensi che vengono "elaborati" dalle facoltà categoriali per divenire conoscenza acquisita.
La prima fase della conoscenza però, come ci ha chiaramente detto Aristotele, è fine a se stessa e comunque crea e determina godimento nell'essere umano perché ha una funzione etica dandogli la possibilità di individuare le "differenze" per l'"ubi consistam" che, come capì Heiddeger dopo tre millenni, è il maggiore problema "esistenziale" dell'uomo "gettato" nel mondo con la morte come unica certezza.
Quella che è chiamata arte è pertanto il crogiulo di tutte queste essenze-funzioni-pulsioni dell'essere umano individuate come  estetica ed etica connesse ed inestricabili.
La neuroscienza, secondo Kendel ha provato con il metodo scientifico, che la fisiologia del cervello umano è strutturata in questo modo già individuato dalla filosofia. La sorpresa della congruenza dell'estetica e del riduzionismo delle neuroscienze è grande perchè  "...su gruppi distinti di circuiti neuronali specializzati localizzati secondo una disposizione gerarchica ordinata in regioni specifiche del cervello...le strutture cerebrali sono anatomicamente e funzionalmente legate l'una all'altra e quindi non possono essere separate fisicamente". Proprio come avevano visto sia Aristotele che Benedetto Croce.
Nell'arte Kandel individua nell'astrattismo che inizia nel '900 con Mondrian e Kandinsky e prosegue con Pollock, Rothko, Morris Louis e tutti gli espressionisti astratti (ma che aveva avuto come padri gli espressionisti dell'800 ed anche i primi esperimenti "visionari" come il Turner della "Tempesta di neve...") il riduzionismo che portava l'espressione alla radice della percezione visiva. Riduzionismo come ritorno "alle cose stesse" su cui si basa la filosofia fenomenologica di Husserl che passando da Heiddeger arriva a Merleau-Ponty. Prova che arte, scienza e filosofia sono diverse accezioni della qualità  umana come era stato già capito agli albori della storia del pensiero. ]]>
Tra cielo e mare, tra caos e forma http://artestetica.org/news/leggi/888/tra-cielo-e-mare,-tra/ Wed, 15 Nov 2017 10:19:28 +0100
Contaminazione
La “Pesca notturna”, ispirata da una notte stellata a Juan Le Pins, mentre alcuni pescatori attendono pazientemente il frutto del loro lavoro, è contemporaneamente un mare dove fluttuano sospese delle boe e un cielo stellato dove un sistema di pianeti si svincola dalla possibilità di essere incastonato in un cielo di stelle fisse. Suggestioni contraddittorie e conflagranti generate da un insieme di elementi leggeri, come le bolle trasparenti, e di elementi metallici più spessi e pesanti, che tuttavia lasciano passare l’aria e il riflesso di una luna non necessariamente piena. Sfere armillari sospese che contengono altre sfere, feti astrali, in un continuo rimando tra macro e microcosmo. Contaminazione tra determinatezza – generata dalle simmetrie, dai giochi di forme precise e ricorrenti – e indeterminatezza interpretativa demandata all’immaginazione del fruitore; contaminazioni di mondi marini, celesti e trascendenti, luoghi di approdo della tensione artistica di Jannini. Contaminazioni tra natura e cultura, natura e artigianato, natura e tecnologia: ancora contrasti e coincidenze. Interrogativi che divengono forma e sistema.

Fare
L’oggetto diventa interrogativo: la domanda che l’arte rivolge al fruitore e che non ha mai una sola risposta. “Dionysus Place” è uno spazio polimorfo, aggregante nella sua freddezza settoriale. Schede di fotocopiatrici, circuiti retroilluminati di un verde prato che tuttavia nega l’accesso alla natura; onde fisse, eppure in movimento che in un ritmo triadico scandiscono il fluttuare di un mare tormentato, ma allo stesso tempo ordinato. Sabbia morbida e ondulata sotto la maschera di Dioniso e sotto i satiri che compongono un teatro che nasce dallo stesso spirito dionisiaco.
Il fare dunque: ciò che ogni artista tiene velatamente segreto, ma che rappresenta la sua reale pratica compositiva, il vero e proprio lavoro. Un procedere ricco di sorprese e compromessi. Il fare è un’azione sottilmente qualitativa dove l’immaginazione, dionisiaca, si placa all’interno di una forma apollinea. Una forma che per Jannini è sempre ordinata. Mobile, ma ordinata. Nulla di questo processo ha dei codici definiti, come suggeriva Vitiello, stabiliti una volta per tutte. La tecnica artistica non è mestiere. Perciò lo stesso caos può rappresentare, sotto un determinato punto di vista, il motore dell’arte. Il caos dionisiaco frenato, bloccato in una forma fissa che ammalia.
Ed è proprio sulla fisicità dei materiali (i circuiti, la sabbia, l’argilla, ecc.) e sui mezzi meccanici (i vari tipi di strumenti che piegano il materiale al volere dell’idea) che si costruisce l’arte di Jannini, per arrivare alla produzione di una forma metamorfica nella libertà della sua espressione.

Metamorfosi
È lo stesso Jannini a ricordarci (e qui cito) che “il dio, il grande Dioniso, colui che raggiunge la grandezza nelle metamorfosi, se ne sta lì, immobile, riflesso nella dilatata pupilla dei suoi seguaci, beati ed esaltati. Eppure tra metamorfosi e immobilità c’è una esaltante promiscuità. Tanto più cangiante tanto più immobile nell’atto della visione suprema. Così il movimento annulla se stesso nel risultato finale dell’estrema contemplazione. E la comunione tra il dio e gli adepti suggella la potenza primigenia del soffio vitale che è in tutti noi”. L’elemento della contaminazione diventava gioco della metamorfosi, capace di consentire alla forma di manifestare la propria libertà, che è il risultato di un ordine soggiacente al disordine e di un disordine che solo a tratti sporadicamente prova a riemergere dall’ordine.
Un ordine che è il risultato del contenimento straripante di una pulsione plasmante. Insomma un Dioniso che, con il suo occhio eccitato ed eccitante, mette in moto un mare di ghiaccio e una grande macchina metà rotativa e metà organetto: da rotativa, essa imprime segni enigmatici sulle spalle di un gigante; da organetto suona il lamento della sconfitta (I persiani di Eschilo).
E allora emerge un ulteriore aspetto, imprevedibile nell’ordinata apparenza delle forme, di Jannini: il dolore e la lacerazione. Nulla sembra sofferente se non quelle parole greche che si nascondono ai più.
Chiudo citandolo: “le albe ed i tramonti che si levano sulle nostre città, sui nostri clan, si tingono del colore di un disagio profondo, una irrequietezza che si traduce in angoscia, che cerchiamo di nascondere con le forme più estreme di vitalismo o con i luccichii della tecnologia. Ciò nonostante la risposta all’enigma dell’esistenza resta continuamente disattesa”. Quella ‘tecnologia’ che riluccica nelle sue opere solo perché illuminata artificialmente; quella ‘tecnologia’ che di fatto è inerme, ferma, sconfitta. Sconfitta come i Persiani, perché non dà risposte. Dioniso resta a guardare ricordando che dietro ogni forma, benché compiuta e definita nei suoi contorni, c’è il caos.

Mostra personale di Ernesto Jannini al Teatro Pacta di via Ulisse Dini
Dal 17.11 al 18.12 2017

INFO
PACTA SALONE
via Ulisse Dini 7, 20142 Milano
MM2 P.zza Abbiategrasso-Chiesa Rossa, tram 3 e 15

Per informazioni:  http://www.ernestojannini.it/

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DIONISUS' PLACE http://artestetica.org/news/leggi/887/dionisus-place/ Wed, 15 Nov 2017 10:17:32 +0100

Dal 17 novembre al 18 dicembre 2017 il PACTA SALONE presenta nel foyer del teatro la personale DIONISUS’ PLACE - Jannini e il teatro dell’artista figurativo Ernesto Jannini, a cura di Alessandra Pioselli.
La mostra viene ospitata in occasione dell’apertura di uno spazio dedicato nel foyer, il CUBO, che ospiterà durante l’intera stagione del teatro mostre di artisti per accompagnare il pubblico allo spettacolo con fotografia, pittura, grafica, poesia, luce, video. Mostre che si accompagnano agli spettacoli e lasciano dialogare tra loro le diverse arti visive.

Il titolo della mostra corrisponde all'opera site-specific che l'artista ha realizzato tra il 2016 e il 2017 nel foyer del teatro PACTA SALONE. L'installazione permanente nasce dalle suggestioni della figura mitologica del dio Dioniso, interpretato dall'autore come punto origine del Teatro, eterno contrasto di forze apollinee e dionisiache. L'opera si presenta come un teatro nel teatro, esteticamente realizzata con materiali eterocliti che spaziano dalla luce azzurra dei neon ai microcircuiti, alla plasticità delle onde del mare realizzate con tela dilatata e trattata con gessi e cementi, alle citazioni scritte dei testi classici. All'interno del piccolo teatrino, simile a una nicchia orizzontale compaiono in terracotta le maschere di Dioniso e i volti beffardi dei satiri. Dall'opera fuoriescono diffondendosi per tutta la sala d'ingresso, le note enigmatiche delle composizioni musicali di Maurizio Pisati.
Alla parete di fronte al Dionisus' Place, compare un enigmatico dipinto su tavola di Jannini, intitolato I figli invisibili di Pulcinella del 2014 mentre sulla parete antistante il salone d'ingresso del teatro un'altra installazione permanente dal titolo evocativo: Night fishing at Juan Les Pins del 2015.
La mostra presenta, oltre alle opere sopra citate, anche l’installazione Progetti di Guerra (missili sospesi a mezz’aria), nonché foto e documenti degli anni '70 (Jannini e il teatro Libera Scena Ensemble) e immagini di oggetti scenici realizzati per PACTA . dei Teatri.

All’inaugurazione del 17 novembre verrà presentato al pubblico il libro Palestre di vita, che Jannini ha dedicato al regista Gennaro Vitiello, scomparso nel 1985, con il quale nei primi anni ’70 ha lavorato come attore nella compagnia Libera Scena Ensamble.


Ernesto Jannini, Ha studiato pittura all'Accademia di Belle Arti di Napoli. Artista e teorico per alcuni anni è stato attore con la Libera Scena Ensemble del regista Gennaro Vitiello, scomparso nel 1985, a cui ha dedicato un libro con l'editore Ombre Corte. Nel 1976 partecipa alla Biennale di Venezia con il gruppo degli Ambulanti. Nel 1990 è nuovamente presente alla Biennale di Venezia con una sala personale. E’ stato invitato al Festival Texitgestaltung di Linz, alla galleria Flaxman di Londra, alla galleria De Zaal di Delft, al Museum Industrielle Arbeitswet di Steyr, allo Spazio Borsalino di Parigi e di Alessandria, alla Kunsthaus Tacheles di Berlino, all’Istituto di Cultura italiana di Copenaghen, alla galleria La Giarina di Verona e in numerosissime altri spazi espositivi tra cui il MAGA di Gallarate, Il Castel dell’Ovo di Napoli. Ha vinto il Premio Lissone 2000. Dal 2006 collabora con il Teatro Arsenale e poi con PACTA . dei Teatri al PACTA SALONE di Milano. Le sue opere compaiono in musei e collezioni private. Scrive su Juliet Art Magazine, Exibart, Artestetica, Sdefinizioni. Ha pubblicato: Esperienze di un ambulante, (Laveglia, Salerno 1981); Silos Silenzio.Scritti teorici. (Edizioni Studio Noacco di Chieri, 1991); Gabbie Celesti, (Lalli Editore, Poggibonsi 1997); Ernesto Jannini, Catalogo antologica al MAGA di Gallarate con scritti di E. Di Mauro, R. Barilli, M. Sciaccaluga. (Editore A. Parise, Verona 2004); Equilibridi, (Editore Matteo di Dosson, 2007).


Dal 17 novembre al 18 dicembre 2017
di Ernesto Jannini
Musiche di Maurizio Pisati
presso PACTA SALONE
via Ulisse Dini 7, Milano
Inaugurazione: 17 novembre ore 18.30


INFO
PACTA SALONE
via Ulisse Dini 7, 20142 Milano
MM2 P.zza Abbiategrasso-Chiesa Rossa, tram 3 e 15
Per informazioni: www.pacta.org


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Clara Bonfiglio. Ritratti http://artestetica.org/news/leggi/886/clara-bonfiglio.-ritratti/ Mon, 23 Oct 2017 11:00:41 +0200 MILANO
inaugurazione  SABATO 28 OTTOBRE ore 18

a cura di Andrea Lacarpia

Il processo di astrazione che accompagna la ricerca di Clara Bonfiglio è strutturato in modo da mettere alla prova l’arbitrarietà del rapporto tra significato e significante che connota il linguaggio ordinario, riportandolo ad una dimensione puramente estetica. La saturazione di segni che complica una cultura secolarizzata come quella occidentale lascia poco spazio alla semplice percezione delle forme, delle linee e dei colori, in cui la mente riposa senza doverne trarre un messaggio ulteriore. Semplificando ed isolando dal contesto e dalla funzionalità gli elementi linguistici che ci circondano, Clara Bonfiglio ne alleggerisce la stratificazione semantica, trasferendoli in una dimensione gioiosa ed eterea, senza gravità. La costante presenza della forma circolare ed in genere delle linee curve attiva il gesto svolto dallo sguardo dell’osservatore che, come confermato dalle neuroscienze, nella sua dinamicità determina la ricostruzione della forma che si attua nella mente. Le opere di Clara Bonfiglio si pongono come bolle di sapone, forme temporanee in cui il modello sferico si ripete sempre diverso, in innumerevoli colori e dimensioni a seconda del caso che il gioco della vita predispone. La dialettica tra controllo e casualità è infatti un altro degli elementi distintivi della ricerca di Clara Bonfiglio che, attraverso le infinite variazioni del modulo proprie dell’ornato e delle arti grafiche mostra la condizione umana tesa tra identità di gruppo e personalità individuale. Le bolle di sapone, evocate dal titolo di opere precedenti in cui scritte circolari si mimetizzano all’interno di mirini intagliati nel legno o ricamati su stoffa, ora esplicitano la loro relazione con l’uomo trasformandosi nei ritratti riuniti nell’installazione pensata per lo spazio di Dimora Artica.
Nei ritratti di Clara Bonfiglio la tradizionale rappresentazione dei tratti caratteristici del volto, finalizzata a rendere la somiglianza, è sostituita da una breve sequenza numerica: la data di nascita della persona ritratta, ricamata su tessuto. Il ricamo, tecnica in cui la ripetizione meccanica del gesto annulla l’espressività individuale a favore del nitore grafico, è realizzato da Clara Bonfiglio utilizzando colore e carattere tipografico scelti dal soggetto. Il font, individuato tra quelli tipici del decennio di nascita, e il colore, scelto nel campionario di fili per ricamo, vanno quindi a caratterizzare ogni ritratto con la personale sensibilità del soggetto. Da mera registrazione meccanica di un numero che per convenzione riporta ad una certa misurazione temporale, l’anno di nascita si mostra nella sua connotazione estetica, in cui le linee si mostrano più o meno sinuose, spigolose o morbide a seconda del font tipografico scelto, e i colori variano in un’ampia gamma di sfumature, attivando una risposta emotiva nel fruitore come di fronte ad un volto. Il numero si trasforma in forma che apre al godimento estetico e alla dimensione affettiva, un’immagine in cui l’individualità ritratta si rispecchia. Il numero diviene figura con un proprio carattere, una propria natura individuale irripetibile. I ritratti che compongono l’installazione sono liberamente disposti nello spazio espositivo dagli stessi soggetti, nei punti che preferiscono, andando a formare un’imprevedibile costellazione, un sistema di relazioni che ricalca il funzionamento della vita sociale nella sua forma più spontanea, fatta di simpatie ed affinità tra caratteri diversi. Allontanandosi dai cliché dell’arte come espressione pulsionale o denuncia sociale, Clara Bonfiglio indaga la realtà e ne restituisce i tratti essenziali che la costituiscono a monte delle sovrastrutture linguistiche. Nell’installazione Ritratti, la relazione tra le diverse individualità costituisce una rete in cui le diversità creano armonia, una polifonia che introduce una visione positiva per la dimensione sociale contemporanea. ]]>
ETICA ED ESTETICA al Mast di Bologna http://artestetica.org/news/leggi/885/etica-ed-estetica-al-mast/ Tue, 17 Oct 2017 12:02:17 +0200
L'iconografia industriale secondo gli artisti maggiori della fotografia si presenta al terzo appuntamento. I luoghi sono tanti e sparsi per la città di Bologna.
Il titolo scelto è particolarmente interessante perché dà l'impressione che i curatori vogliano partire dai fondamentali, scrollandosi però di dosso, nel concreto delle loro scelte, l'equiparazione di estetica con bellezza e di etica con la bontà. Purtroppo in tanti casi, anche relativi ai commenti e alla presentazione di questa manifestazione, è stata ripetuta questa stucchevole banalità.
La fotografia, in questo caso ha avuto ad oggetto la vita concreta, quella dell'uomo che lavora, quella delle macchine che lo hanno riscattato dalla fatica e che hanno dato civiltà al sistema lavoro. "Civiltà delle macchine" è il titolo di una rivista culturale che ha accompagnato questo "progresso" umano negli ultimi decenni.
Tutto questo è "etica": è etica tutto quello che attiene e riguarda la condizione e le vicende degli uomini "gettati sulla terra".
La fotografia si rivela anche un potente strumento per la ricerca "estetica" in mano a coloro, tra gli uomini, che hanno quella "particolare sensibilità" che li fa riconoscere come "artisti".
Indagare nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche o nei call center, indagare sui manufatti industriali, andare alla ricerca dei lavori, anche quelli più fantasiosi, anche quelli più faticosi, anche quelli più  degradanti e disumani, questa è "estetica".
Simbolica, al limite del  "descrittivo", la scultura (un grande arco di acciaio specchiante) che Isabella Seràgnoli, imprenditrice e sponsor della manifestazione ha scelto e commissionato ad Anish Kapoor. L' opera che è stata collocata davanti al Mast e ne diventa, appunto, riferimento e simbolo. ]]>
30 years / 30 works http://artestetica.org/news/leggi/884/30-years--30-works/ Thu, 05 Oct 2017 14:21:42 +0200 a cura di Luigi Meneghelli

Giusto 30 anni fa la Galleria La Giarina dava avvio alla sua attività espositiva con una rassegna legata al cinema fantastico, “Fantasy Film Expo”. Una raccolta di cimeli di ogni tipo: fotografie, manifesti, copioni, sceneggiature, maschere, truccature, mani mozze e denti finti, astronavi e dinosauri. Una specie di “camera delle meraviglie”, dove gli oggetti raccolti trasformavano lo spazio, facendolo diventare un luogo magico, misterioso, fatato, un universo parallelo dove le cose parlavano, ma usando una lingua segreta, tutta da svelare, tutta da decifrare.
Era l'inizio di una lunga avventura fatta di viaggi iniziatici, incontri con guide mitiche, superamenti di prove, discese agli inferi e resurrezioni prodigiose. Quasi un itinerario paradossale, dato che si parla di una galleria e, come tale, di un luogo con precise regole, programmi, bilanci. Ma se la direttrice dello spazio (Cristina Morato) è una figura che si è formata investigando le mille anime di Alberto Savinio, un artista in cui si conciliano sacro e profano, mito e aneddoto, sublime e farsesco, si può capire anche come le esposizioni siano state spesso la ricerca di accostamenti incongrui e inattesi, di relazioni celate e invisibili. Mai inseguimento di un orizzonte definito, tirato con il “filo a piombo”, mai vocazione per simmetrie, corrispondenze, combinatorie preordinate. La Galleria ha sempre aspirato a “trasportare a volo (il visitatore) in un altro mondo, in un altro livello di percezione” (come avrebbe detto Italo Calvino).
Più volte si è trasformata letteralmente in uno spazio precario, aperto a trasfigurazioni fantastiche: come nel caso della stanza dipinta di viola e iperdecorata di R. Zwillinger (1990) o della piscina con tanto di “cadavere galleggiante” di Gligorov (2001); nello studio di un immaginario scultore dell'ottocento di Manfredo Beninati (2010) o nel più recente “Bivacco” ligneo di Daniele Girardi...È così che l'austero palazzo del '500, sede della galleria, da luogo che ospita opere si è tramutato in opera esso stesso, da spazio è diventato materia.
Ma un altro incontro, in questo caso con un personaggio leggendario, ha influenzato le scelte e il modo di pensare e presentare l'arte da parte della gallerista: ed è stato quello con Arturo Schwarz, studioso di Dadaismo, Surrealismo, Kaballah, Alchimia, Arte tribale, ecc.  La conoscenza delle Avanguardie (e dei saperi alchemici) ha portato al bisogno di frantumare ogni omogeneità rappresentativa, a disarticolare il mosaico del  visibile in tanti fotogrammi. Niente prospettive uniche, niente mito nietzschiano del “grande stile”. Niente sistema fisso, ma sentieri provvisori, transitori: è quanto accaduto quando è stata affrontata la questione del “corpo come linguaggio artistico” (“Shape  your body”), un'operazione durata due anni (1993/1994) e che ha messo a confronto le azioni provocatorie e sovversive degli artisti della Body Art storica con le esperienze più giovani che esibivano una sinistra allegrezza mista a un'atmosfera da favola; come è quanto accaduto quando si è indagata la voce innominabile degli scarti (“Il destino delle cose”, 2015), mettendo in scena gli artisti del Nouveau Réalisme, gli “imballaggi” di Kantor, la poesia del frammento di Schwitters e, accanto, lo sguardo pieno di seduzione e straniamento delle nuove generazioni, il loro aggrapparsi agli oggetti abbandonati come fossero riminiscenze, epifanie rivelatrici, cose che tornano a vivere sotto un altro segno. È diventato sempre più un modo di affrontare il mondo dell'arte come un progetto destinato a rimanere incompiuto,anzi un modo che continua a ridefinire l'ordine delle cose, dei luoghi, dei tempi.
E anche questa mostra “30 Years / 30 Works” non intende fermare la storia, ricapitolare le tante stazioni attraversate. Sarebbe un elenco sterminato (127 le esposizioni personali o collettive, centinaia gli artisti passati dalle stanze della galleria). Né, tanto meno, intende essere una celebrazione o una rievocazione: fosse così, avrebbe il senso del rito, della cerimonia commemorativa. Mentre i trenta artisti scelti documentano un intreccio di linguaggi, di piani temporali lontani, di tecniche e di strumenti eterogenei. Le loro opere si sfiorano, si confrontano, si specchiano, facendo sorgere imprevisti significati. Passandovi in mezzo, assistiamo alla migrazione di motivi, di ipotesi, di composizioni da un artista ad un altro, a un altro ancora. In questo festoso incontro qualsiasi logica di sviluppo lineare è saltata, in favore di una cartografia eccentrica. Qui vige la legge del desiderio,della mobilità, della visionarietà. E ogni visitatore è invitato a farsi artefice del proprio sogno. Con la leggerezza e il disincanto degli artisti Fluxus, tanto legati alla galleria, i quali sostenevano che “tutto è arte e tutti possono farla”. Ironicamente, democraticamente.

Per informazioni:
http://www.lagiarina.it/
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SOONJA HAN http://artestetica.org/news/leggi/883/soonja--han/ Thu, 05 Oct 2017 14:14:52 +0200 Soojung Hyun dedica all'artista sud coreana Soonja Han la cui recente opera è stata esposta a Firenze presso la Galleria Il Ponte.
Il catalogo della mostra rientra nella prestigiosa collana degli Ori di Pistoia ed offre una chiara visione delle ultime opere dell'artista.
Formatasi alla Hongik University negli anni settanta e poi approdata in Europa nel 1983 Soonja Han inizia una serie di significative esposizioni a partire dalla sua prima personale alla Jean-Claude Richard Gallery e alla Leila Mordoch Gallery di Parigi, da Czecho a Praga, alla Municipal Gallery in Ungheria e Mathieu Gallery di Lione.
Attratta da Brancusi, poi da Aurélie Nemours e François Morellet la Han sembra compiere, nel suo percorso di crescita culturale ed artistica quel viaggio, di reciproca attrazione, che ha sempre interessato l'oriente e l'occidente. Questa “attrazione fatale” ha prodotto nei secoli le più svariate forme d'arte e di musica; tuttora continua a svolgere una funzione di primaria importanza all'interno della cultura globalizzata. Resta il fatto, però, che gli scambi, le contaminazioni tra le due culture non possono annullare le matrici originarie. I due poli devono fondersi e produrre una sintesi nuova ed originale. Si pensi ad esempio all'influenza del giapponismo tra la fine dell'ottocento e i primi del novecento; alla Via dello zen, alle scuole di pittura orientale correlate allo sviluppo di un certo informale segnico; oppure agli influssi dei koan su certa arte concettuale o alle poetiche del silenzio di Jhon Cage, ecc. Nell'opera di Soonja Han pare che questa tensione ad accogliere il diverso (l'occidente) e nel contempo a conservare la propria originaria identità, si sia pienamente realizzata. Il viaggio in occidente (come per noi occidentali il viaggio in oriente) rimane emblematico e deve “obbligatoriamente” compiersi per poter arrivare -come sostiene Soojung Hyun- a quella sintesi che porta all'unificazione della visione. Non a caso lo stesso Hyun, analizzando l'opera “Firenze 2000-2017” fa riferimento all'espressionismo astratto di Barnett Newmann (che ha spianato il terreno al Minimalismo) in particolare all'azione visiva che svolgono i suoi tipici “zip”, le strisce colorate che percorrono le grandi campiture dei suoi dipinti. Se alla base del lavoro della Han si scorge chiaramente la matrice minimalista l'idea di fondo rimane quella del cerchio, variato nelle modalità di pieno e vuoto, emblematiche della tradizione filosofica asiatica.
In opere come “Continue forever 2012”, “Blue   flower 2015”, “Purple universe 2017”, “Smelling pink flower 2017”, “Indigo blue universe 2017” il cerchio, assunto come modulo di base, da origine ad una complessità che allude alla morfogenesi di possibili entità vegetali. E dunque questa forma perfetta, si presta, al pari delle componenti molecolari della materia, a strutturazioni formali più complesse, dando vita ad altri possibili universi, in cui l'equilibrio visivo la fa da padrone e il vuoto ed il pieno, perfettamente calibrati, richiamano il cantico delle forze yin e  yang.
Come scrive Soojung Hyun il lavoro della Han “non dovrebbe essere confinato o limitato a uno dei due emisferi; si muove piuttosto tra la sua sensibilità orientale e il suo adattamento alla cultura occidentale.” Laddove per “adattamento” bisogna intendere l'apertura alla forza dell'emozione. Se i padri del Minimalismo tendevano, da occidentali, a conquistare il distacco dalla propria soggettività (tipico delle filosofie orientali) rifiutando la grammatica interna all'opera, le relazioni interne, a favore di una apertura  verso il contesto e l'ambiente, la Han che ha assimilato le tensioni occidentali, introduce nella sua opera i gradienti emozionali. Distacco concettuale ed emozioni visive e cromatiche si compenetrano creando immagini d'immediata semplicità. “Green City”, “Purple Universe”, “Blue Indigo Universe (tutti del 2017) sono opere che evocano le danze cosmiche della materia nelle prime fasi di gestazione delle forme, nonché alla limpidezza del processo creativo. Il cerchio, come quello di luce proiettata dall'oculo del Pantheon sul pavimento diventa per Soonja Han lo spunto per la realizzazione di un'opera, “Firenze 2017”, in cui la coscienza estetica trova la via in cui felicemente incanalarsi. Aperta alle suggestioni e agli stimoli dell'ambiente la Han, già oltre il postmodernismo, non rinuncia alle altre dimensioni dello spirito. Il paradigma del minimalismo, pur rimanendo un punto di riferimento, viene superato per assimilazione,  costretto a piegarsi alle calde temperature del principio di unificazione spirituale.
Soojung Hyun scrive in catalogo che in opera come “Blue flowers 2015” la Han “... combina  sia la struttura piana che la dimensionalità, funzionando come una sorta di dipinto scultoreo, ma non è né scultura né dipinto: Han è interessata a tradurre gli effetti della luce. Attraverso l'uso dell'Altuglas (polimetilmetacrilato), l'opera rivela una brillantezza di colore combinata con un'unicità di trama e una delicatezza, che racchiude un'architettonica solidità. I suoi materiali suggeriscono qualcosa in più della pittura:appaiono perdere peso.” Come dire che la luce, sia fisica che spirituale, nella sua inafferrabile corporeità, la si può esprimere anche con le resine metacriliche dei nostri tempi.

SOONJA HAN
Testo critico di Soojung Hyun
Edizioni GLI  ORI DI PISTOIA, 2017
Italiano,inglese, francese
ISBN 978-88-7336-662-1
Euro 20,00 ]]>
Van Gogh a Vicenza http://artestetica.org/news/leggi/882/van-gogh-a-vicenza/ Tue, 03 Oct 2017 09:30:11 +0200 Goldin illustra il “Progetto Van Gogh”: l’esposizione, una nuova edizione critica delle “Lettere”, un film originale, uno spettacolo destinato a girare i teatri italiani, una mostra di Matteo Massagrande. E un allestimento che propone l’emozione di un viaggio.

Mostra promossa da Comune di Vicenza e Linea d’ombra, prodotta e organizzata da Linea d’ombra, main sponsor Segafredo Zanetti.

Van Gogh è il protagonista della grande esposizione a lui dedicata dal 7 ottobre all’8 aprile 2018 nella Basilica Palladiana di Vicenza.
Ma, intorno a questa mostra senza eguali, il curatore Marco Goldin ha ideato un più articolato “Progetto Van Gogh” che fa della grande esposizione il suo fulcro, ma che si declina anche in altre, diverse e originali forme.
La mostra in Basilica - sottolinea Goldin - , attraverso 129 opere in totale (43 dipinti e 86 disegni), delinea l’intero percorso artistico di Vincent van Gogh, dai disegni di esordio assoluto al tempo del Borinage in Belgio nel 1880, quando svolgeva la funzione di predicatore laico per i minatori della zona, fino ai quadri conclusivi con i campi di grano realizzati a Auvers-sur-Oise nel luglio del 1890, pochi giorni prima di suicidarsi. Accanto alle opere di Van Gogh, per utili e puntuali confronti, si incontreranno il Seminatore di Jean-François Millet e alcuni dipinti dei pittori della Scuola dell’Aia, che il giovane Vincent guardava con ammirazione, da Israëls ai Maris.
La mostra si svolge grazie al fondamentale contributo del Kröller-Müller Museum di Otterlo, uno dei due veri santuari dell’opera vangoghiana nel mondo. Il museo olandese, la cui collezione raggiunge una qualità a dir poco superba, presta infatti oltre cento delle opere di Van Gogh in arrivo a Vicenza. Un’altra decina di istituzioni e collezioni private poi, aggiungono capolavori per sigillare l’intero percorso, a cominciare dalla versione da Vincent più amata de Il ponte di Langlois (1888), una tra le immagini simbolo della sua parabola artistica e per questa occasione concessa eccezionalmente dal museo di Colonia. Quadro che Goldin ha eletto a manifesto dell’esposizione.

Sin qui la grande mostra. Ma il “Progetto Van Gogh” offre anche ulteriori opportunità di non minore rilievo.

A partire dalla pubblicazione, a cura di Marco Goldin e Silvia Zancanella, per le edizioni di Linea d’ombra, delle “Lettere”, una monografia che si pone come fondamentale apporto all’esposizione vicentina, anche perché la scelta è caduta sulle lettere che parlano delle opere in esposizione nella Basilica Palladiana.
“La mostra, al di là della vastissima presenza di opere, l’ho pensata – afferma Goldin - anche come la precisa ricostruzione della vita di Vincent van Gogh, seguendolo non solo nei dieci anni che vanno dal 1880 al 1890, ma anche nel decennio precedente, quello che prepara l’attività artistica. In questo senso, di fondamentale importanza è stata per me la rilettura, e il nuovo studio, delle lettere, soprattutto all’amato fratello Théo. Anche quelle scritte dal 1872 all’estate del 1880, quando da Cuesmes in Belgio annuncia, appunto a Théo, di voler diventare un artista. E’ il tempo dei suoi vagabondaggi, per i vari tentativi, e fallimenti, tra lavoro e aspirazioni teologiche, tra Olanda, Inghilterra, Francia e Belgio. Prima del suo percorso vero e proprio tra Brabante olandese e Francia, da Parigi, alla Provenza a Auvers. Per questo motivo abbiamo editato un nuovo libro, che accompagnerà la mostra, con cento lettere appositamente tradotte, includendo prima di tutto quelle che riguardano le opere esposte, oltre ad alcune altre fondamentali per la storia di Van Gogh”.

Un’ulteriore sottolineatura riguarda l’allestimento della grande rassegna: è stato pensato come un “viaggio”.
“Negli spazi ampi e meravigliosi della Basilica Palladiana a Vicenza, la mostra si snoda – sottolinea il curatore - come un vero e proprio viaggio anche nei luoghi nei quali Vincent ha vissuto: il Borinage, Etten, l’Aia, il Drenthe, Nuenen, Parigi, Arles, Saint-Rémy e Auvers-sur-Oise. Al di là delle lettere che faranno da contrappunto ai singoli momenti, certamente uno dei punti di maggior fascino è la sala nella quale, attraverso un grande plastico di 20 metri quadrati, è stato ricostruito alla perfezione – architetture romaniche e orti e giardini e sullo sfondo la catena delle Alpilles – l’istituto di cura per malattie mentali di Saint-Paul-de-Mausole a Saint-Rémy, il luogo nel quale Van Gogh sceglie di farsi ricoverare da maggio 1889 a maggio 1890. A essere proposta è un’immersione in un luogo sì di sofferenza ma nel quale, e attorno al quale, il pittore ha generato tanta bellezza”.

Nel “Progetto Van Gogh a Vicenza”, rientra anche un film originale, appositamente creato sulla vita e l'opera di Van Gogh.
A proposito del film Marco Goldin evidenzia: “Van Gogh. Storia di una vita – questo il titolo del film - ha la durata di un’ora e viene proiettato in una vera e propria sala cinema, studiata in ogni dettaglio tecnico e funzionale, all’interno della Basilica Palladiana, come ultima, grande stanza del percorso espositivo. E’ stato per me entusiasmante – continua Goldin - realizzare questo mio primo film documentario, arricchito dalle meravigliose immagini che abbiamo girato in tutti i luoghi di Van Gogh, tra Provenza e Auvers. Un film destinato a vivere come un prodotto anche slegato dalla mostra e per questo lo abbiamo raccolto in un dvd in vendita, unito a tante foto del backstage”.

Si sono intanto concluse con un successo davvero entusiasmante e con un pubblico commosso, le quattro serate di proiezione in anteprima di questo film, avvenute nei teatri di Vicenza (25 settembre), Verona (26 settembre), Padova (27 settembre) e Treviso (28 settembre).

Dall’arte alle lettere, dal cinema al teatro. Per tornare nuovamente all’arte con i quadri di Matteo Massagrande.
“Per un anno e mezzo mi sono aggirato prima attorno, e poi sempre più dentro, la vita e l’opera di Van Gogh”, scrive Goldin. “Nella scorsa primavera, mentre mettevo mano a uno spettacolo teatrale sulla sua storia, e che vedrà la luce sul finire del 2018, ho scritto, proprio per questo spettacolo, il breve monologo che l’attore che impersonerà Vincent sul palcoscenico reciterà sotto un ultimo albero della vita, accanto a un ultimo campo di grano. Gli ho dato come titolo Canto dolente d’amore (l’ultimo giorno di Van Gogh), ed è il movimento straziato di un’anima che avrebbe voluto amare e mai ha potuto esprimere invece la grandezza di questo amore. Un testo che ovviamente trae spunto da alcuni passaggi di vita contenuti nelle lettere a Théo. Sono davvero brandelli d’anima e di cuore, occhi sgranati sul mondo. Tempo dopo averlo scritto, ho provato il desiderio che un pittore potesse non illustrarne alcune scene, ma traendovi spunto desse loro una temperatura insieme d’anima e di colore. Allora ho chiamato un artista che stimo molto, Matteo Massagrande, e gli ho mandato il testo, dicendogli solo: “Matteo, non aggiungo altro a quello che ho scritto, non ti spiego, non ti chiedo di illustrare una scena piuttosto che un’altra, falla diventare, se ti va, la tua storia. Io l’ho scritta, tu la dipingerai. Come vorrai”. Ecco, così effettivamente è stato, ed è nata pertanto una mostra, fatta di qualche decina di studi preparatori e di sette quadri finali. Li possiamo ammirare nella sala successiva all’ultima dell’esposizione dedicata a Van Gogh, sempre in Basilica Palladiana, prima della sala cinema. Chi mi conosce, sa che amo da sempre scoprire come la pittura contemporanea di qualità possa dialogare con la pittura dei secoli passati. Una volta ancora, ho voluto farlo. E un libro ne resterà quale testimonianza”.

Informazioni:
www.lineadombra.it
info@lineadombra.it
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NoPlace 3 e il libro del 49° Premio di Suzzara http://artestetica.org/news/leggi/881/noplace-3-e-il-libro/ Fri, 29 Sep 2017 10:36:19 +0200
Il libro del 49° Premio Suzzara sarà il frutto di una collaborazione e partecipazione collettiva in pieno spirito del primissimo Premio Suzzara, quando le opere artistiche venivano giudicate dalle persone comuni e i premi offerti erano frutto del lavoro e della terra del luogo.
No Place 3 ha reinterpretato in maniera nuova la partecipazione attiva delle persone, proprio con il progetto di stampa del catalogo.
Siamo soliti immaginare un “catalogo di mostra” come un progetto in mano a pochi o a un singolo editore, che detta regole e norme redazionali. Al contrario, il libro del 49° Premio di Suzzara, è un progetto collettivo aperto a tutti, che coinvolge molte persone.
Si tratta, infatti, di un photobook realizzato con le immagini prodotte dagli artisti partecipanti e dal pubblico, raccolte nei mesi scorsi, il cui editore potrà essere ognuno di noi.
Possiamo essere tutti editori di questo libro, semplicemente partecipando con un piccolo contributo.

Tutti coloro, che lo desiderano, partecipanti e non, possono prendere parte a questo progetto entro il 9 ottobre 2017.
In cambio della partecipazione, si potrà ricevere una o più copie del libro ritirabile presso uno dei punti di raccolta, oppure, a un costo di poco superiore, inviato per posta.


Per maggiori informazioni http://www.noplace.space/

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DAL 22 SETTEMBRE AL 24 NOVEMBRE 2017 L'ANTOLOGICA DI TURI SIMETI http://artestetica.org/news/leggi/880/dal-22-settembre-al-24/ Mon, 25 Sep 2017 13:13:47 +0200
Dal 22 settembre al 24 novembre 2017, il MARCA - Museo delle Arti di Catanzaro, diretto da Rocco Guglielmo, ospita un'antologica che celebra la carriera di Turi Simeti (Alcamo, TP, 1929), uno degli artisti italiani più significativi emersi negli anni sessanta.
La mostra, dal titolo Opere 1961-2017 è organizzata dalla Fondazione Rocco Guglielmo e dall'Amministrazione Provinciale di Catanzaro con la collaborazione dell'artista e dell'Archivio Turi Simeti. Il percorso espositivo si sviluppa considerando una decina di lavori degli esordi, con alcuni importanti esempi degli anni sessanta, e prosegue cronologicamente fino alle opere più recenti, che tendono a prevedere una sorta di misurazione dello spazio, con serie di ellissi disposte a cerchio o semicerchio, in fila, in quadrato o in diagonale, e che si concedono ai grandi formati e a una varietà di colori.
Il percorso espositivo, che abbraccia oltre cinquant'anni di carriera, prende avvio da un collage di carte bruciate realizzato nel 1961, intende ribadire il ruolo di Simeti nell'ambito delle più interessanti ricerche degli anni del boom economico fra Roma e Milano, e pone l'attenzione sul suo intero iter creativo attraverso alcune opere particolarmente rappresentative.
Le ricerche del dopoguerra vedono in Simeti un rappresentante aggiornato seppur anomalo alla vulgata europea. La sua attività si discosta per un'attenzione al dato di superficie inteso quale campo sensoriale, ben lontano da un'impostazione meramente oggettuale e positivistica della tela. All'indagine puramente bidimensionale, l'artista risponde con il perfezionamento del luogo della pittura che diviene tridimensionale, inizialmente con applicazioni sulla tela di elementi a rilievo e poi con l'estroflessione che segna il primo passo verso una sorta di pittura-oggetto, attraverso una ideale dialettica tra le spinte di una struttura interna e le forme volte all'esterno.
Accompagna la rassegna un volume realizzato da Prearo Editore, contenente un saggio critico di Andrea Bruciati, le immagini delle opere esposte, una selezione dei principali lavori conservati nelle più importanti collezioni pubbliche di tutto il mondo, e aggiornati apparati bio-bibliografici.
L'antologica fa seguito all'omaggio che il Polo Museale regionale d'Arte moderna e contemporanea Palazzo Belmonte Riso di Palermo ha recentemente dedicato al maestro siciliano.
Nel corso della mostra, il Marca ospiterà la presentazione del catalogo ragionato dell'opera di Turi Simeti, in due volumi, edito da Skira, realizzato dall'Archivio Simeti, per la cura di Antonio Addamiano e Federico Sardella.

Turi Simeti (Alcamo, 1929; vive e lavora a Milano) nel 1958 si trasferisce a Roma, dove avvia i primi contatti con il mondo dell'arte; avrà poi modo di soggiornare a Londra, Parigi, Basilea e New York, entrando così in contatto con l'avanguardia artistica dell'epoca e muovendosi in sintonia con la dilagante volontà di azzeramento della tradizione e dei codici precostituiti. All'interno di questa rigorosa aspirazione riduzionista, il suo linguaggio acquista una definita riconoscibilità attraverso l'uso della monocromia e del rilievo come uniche procedure compositive. Compare così la figura dell'ellisse, destinata a diventare la cifra iconica dell'artista e la forma che emblematicamente esprime il sentimento attorno al quale, ancora oggi, si sviluppa e si dispiega il suo processo creativo.
Il lavoro di Turi Simeti è rappresentato da Dep Art, Milano; Almine Rech Gallery, Bruxelles, Londra e New York; Tornabuoni Art, Parigi; Volker Diehl, Berlino; The Mayor Gallery, Londra.
Le sue opere sono conservate in importanti collezioni pubbliche e private in tutto il mondo, fra le quali, Fondazione Prada, Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino, Museion - Museo d'Arte Moderna e Contemporanea di Bolzano, Museo del Novecento di Milano, Museo Civico d'Arte Contemporanea Ludovico Corrao, Gibellina, Museu de Arte Moderna di Rio de Janeiro, Kunsten Museum of Modern Art, Aalborg, Danimarca, Fondazione Schaufler, Sindelfingen, Germania, Museum Voorlinden, Wassenar, Paesi Bassi.


TURI SIMETI. Opere 1961-2017
Catanzaro, Museo MARCA (via Alessandro Turco, 63)
Dal 22 settembre al 24 novembre 2017


Inaugurazione: venerdì 22 settembre 2017, ore 19.00
Orari: Tutti i giorni, 9.30-13.00; 15.30-20.00 - Lunedì chiuso

Ingresso: intero: € 4,00; ridotto: € 3,00

Per informazioni:
Tel. 0961.746797; http://info@museomarca. com| http://www.museomarca.info ]]>
Mario Nigro. Gli spazi del colore http://artestetica.org/news/leggi/879/mario-nigro.-gli-spazi-del/ Tue, 19 Sep 2017 15:26:24 +0200 Una retrospettiva dell’artista nel centenario della nascita
29 settembre 2017 – 7 gennaio 2018

La Fondazione Ragghianti presenta una grande retrospettiva antologica su Mario Nigro, in occasione dell’anniversario del primo centenario del pittore, nato a Pistoia nel 1917 e scomparso a Livorno nel 1992.
Tra i protagonisti dell’arte italiana e della sua rinascita civile, a partire dall’immediato secondo dopoguerra, Mario Nigro seppe dar vita a un astrattismo fortemente personale, nel quale coniugò struttura e colore, rigore e inventiva. La sua lunga parabola creativa ha conosciuto una grande ricchezza di esiti, che a ogni nuovo ciclo di opere emerge come inatteso problema pittorico, in inedite soluzioni dimensionali, compositive, cromatiche, spaziali; ma anche un’assoluta coerenza che permette di individuare – pur nel variare dell’espressione – un’idea fondante e una poetica che restano sottese a tutto il suo operare artistico.
La rilevanza internazionale della produzione di Mario Nigro ha suscitato, per l’attualità della sua visione creativa, un crescente interesse del sistema dell’arte nelle sue varie componenti, dalle istituzioni al collezionismo, in particolare nel corso dell’ultimo decennio.
Culmine e fulcro del centenario è questa grande retrospettiva a Lucca, che proseguirà nella primavera-estate del 2018 alla Fondazione Ghisla Art Collection di Locarno.
L’obiettivo della mostra è di ripercorrere l’intero percorso creativo dell’artista attraverso i suoi capolavori e principali momenti di svolta, presentati in dialogo con autori del contesto internazionale quali Max Bill, François Morellet, Heinz Mack, Sol LeWitt, Roman Opalka, Fred Sandback e Niele Toroni.
Catalogo italiano/inglese pubblicato dalle Edizioni Fondazione Ragghianti Studi sull’Arte, con testi di Paolo Bolpagni, Francesca Pola e Mattia Patti.


Fondazione Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti
Via San Micheletto 3, Lucca
Orario: dal martedì alla domenica, 10-13 e 15-19, ingresso gratuito
a cura di Paolo Bolpagni e Francesca Pola
in collaborazione con l’Archivio Mario Nigro
www.fondazioneragghianti.it

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Kassel. Il 17 settembre 2017 termina Documenta 14 http://artestetica.org/news/leggi/878/kassel.-il-17-settembre-2017/ Fri, 15 Sep 2017 12:57:26 +0200 Molti infatti sono stati i riferimenti alle migrazioni e alle condizioni dei migranti ma anche a quelle di nazioni, come appunto la Grecia che si è  trovata e si trova tuttora in condizioni economiche precarie nel contesto europeo.
Anche la storia  è stata evocata, la storia stessa della Germania, paese in cui Documenta è nata, attraverso il Partenone dei libri che ha occupato, maestoso  la piazza davanti al Museo Federiciano. Ricordava il rogo dei libri proibiti bruciati in quella stessa piazza dai nazisti.
Quando però il ricordo dei crimini nazisti come lo sterminio degli ebrei è stato equiparato da BIFO, filosofo italiano, alle stragi dei migranti determinate, a suo dire, dalla cecità politica dell'Europa, Documenta 14 non è riuscita ad impedire la sostanziale censura di quella che comunque era una manifestazione di pensiero, anche se volutamente provocatoria.
All'avvicinarsi della data della performance di BIFO è infatti intervenuta una pesante pressione di carattere politico che ha indotto lo stesso BIFO, d'accordo con il curatore, a rinunciarvi.
Pertanto, dopo un avvio basato tutto sulla forza dell'arte sul fronte della libertà, Documenta 14 chiude con un episodio che contraddice il motivo stesso per cui è nata. Peccato! ]]>
AKAA - ALSO KNOWN AS AFRICA Art & Design Fair http://artestetica.org/news/leggi/877/akaa---also-known-as/ Mon, 31 Jul 2017 10:12:34 +0200 There is a world out there that is in constant flux. This world to be shared is at the core of the adventure, the ineluctable project called AKAA.
AKAA stands for a multifaceted Africa, which transcends historical boundaries and whose voice resonates in the four corners of the world, carried by the vision of each artist.
Our Africa is fluid, complex and permeable. It influences and inspires the world by its capacity to innovate and create.
Within a site emblematic of the Parisian architecture, we conceived an event where African and global visions come together to draw a new map of the contemporary art scene.
AKAA is a collaborative project made possible by men and women who share a common passion: engage, transmit, share.
Last year saw the emergence of a chemistry, an effervescence, a positive energy conducive to establishing the market; artists, galleries and art lovers gathered in a welcoming, inclusive and professional space.
AKAA has demonstrated that joining forces and bringing together major actors of the emerging contemporary art scene from Africa can make a difference.
We are pleased to invite you on November 10-12 2017 to discover 38 galleries and 150 artists from 28 different countries inside the beautiful Carreau du Temple.
Four days to share the African energy, hear its hum and feel its vibration.


November 10-12, 2017
Carreau du Temple, Paris
www.akaafair.com

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AGNETTI. A cent’anni da adesso. A cura di Marco Meneguzzo http://artestetica.org/news/leggi/875/agnetti.-a-cent’anni-da-adesso./ Mon, 31 Jul 2017 09:44:20 +0200 Comunicato stampa

Dal 4 luglio al 24 settembre 2017, Palazzo Reale di Milano ospiterà la rassegna antologica dedicata a Vincenzo Agnetti (1926 – 1981), l’artista concettuale italiano che ha trasformato la parola in immagini iconiche e l’immagine in poesia.
La mostra AGNETTI. A cent’anni da adesso, promossa e prodotta da Comune di Milano-Cultura, Palazzo Reale e Archivio Vincenzo Agnetti, curata da Marco Meneguzzo insieme all’Archivio Vincenzo Agnetti, ci invita, attraverso un’analisi critica e “sentimentale”, a riscoprire l’universo artistico di Vincenzo Agnetti cogliendone l’originalità, il rigore critico, la poetica e la straordinaria contemporaneità.
Sono esposte più di cento opere, realizzate tra il 1967 e il 1981, che nel loro insieme restituiscono un’immagine chiara del percorso dell’artista: la sua tensione poetica e visionaria, lo spiccato interesse per l’analisi dei processi creativi e per l’arte come statuto, il suo ruolo di investigatore linguistico e di sovvertitore dei meccanismi del potere, inclusi quelli della parola scritta, detta, tradotta in immagini limpide ed evocative, perché per Agnetti tutto è linguaggio: “Immagini e parole fanno parte di un unico pensiero. A volte la pausa, la punteggiatura è realizzata dalle immagini a volte invece è la scrittura stessa”
La parola in tutte le sue opere non si limita dunque ai rapporti semiologici, come spesso accade nell’arte concettuale di quegli anni, piuttosto realizza immagini, suggerisce indagini, costruisce narrazioni. Agnetti utilizza il paradosso visivo e concettuale per creare cortocircuiti interpretativi pronti per essere elaborati e rivisitati dall’osservatore, affidando al pensiero di chi guarda lo sviluppo e il senso di quanto ha scritto e immaginato. Per lui è sempre stato importante che il visitatore continuasse a vedere la mostra, con gli occhi della mente, anche dopo essere uscito dalla galleria.

In mostra non potevano mancare i lavori più noti: Quando mi vidi non c’ero il suo Autoritratto, Gli Assiomi, Il Libro dimenticato a Memoria, La Macchina Drogata.
Tra i lavori esposti si potrà ammirare la stanza dedicata all’Amleto Politico e molti dei suoi lavori più significativi fatti utilizzando la fotografia: alcuni più noti come l’Autotelefonata, Tutta la Storia dell’Arte in questi tre lavori, l’Età media di A, altri meno noti quali Architettura tradotta per tutti i popoli e altri quasi mai visti come Riserva di caccia.
Sull’uso della fotografia sono esposte opere frutto di procedimenti alterati e interrotti che esplicitamente alludono al rapporto mezzo-messaggio. Le Photo-graffie, carte fotografiche esposte alla luce e graffiate a raffigurare i paesaggi della mente occupano un posto particolare: sono tra gli ultimi lavori e tra essi troviamo Le Stagioni, accompagnate dalla poesia I dicitori, che inaugura un nuovo corso di Agnetti, più lirico e poetico.
Non poteva mancare una stanza dedicata all’istallazione 4 titoli surplace: quattro grandi sculture i cui titoli sono rappresentati da fotografie che sono quattro scatti di momenti della sua performance La lettera perduta. Una di queste è stata scelta come immagine della mostra.
Infine citiamo il sodalizio con alcuni grandi artisti per i quali ha scritto e con i quali ha collaborato tra cui Manzoni, Castellani, Melotti, Claudio Parmiggiani, Gianni Colombo e Paolo Scheggi con cui ha firmato il Trono, lavoro a quattro mani di grande forza visiva e concettuale che sarà esposto proprio a Palazzo Reale per la prima volta dopo quasi 50 anni dalla sua prima esposizione a Roma.

Milano, Palazzo Reale
dal 4.7.2017 al 24.9.2017
a cura di Marco Meneguzzo


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Beyond Artistic Freedom: Halfway Point of documenta 14 in Kassel http://artestetica.org/news/leggi/874/beyond-artistic-freedom-halfway-point/ Fri, 28 Jul 2017 09:27:49 +0200
Since its beginning with my appointment as Artistic Director at the end of 2013, documenta 14 has been a vulnerable, demanding, and daring affair: rather than producing a singular statement in the form of one exhibition alone – and thus reproducing the modus operandi of similarly large contemporary art festivals – the artists, the team of curators, and all participants engaged in a prolonged period of complex experimentation in both cities, Athens and Kassel: a unique endeavor, which begs for an equally complex response and engages multiple forms of receivership. In fact, documenta 14 was set in motion as early as the fall of 2015, with the publication of the first issue of documenta 14’s four-issue magazine, South as a State of Mind, which will continue until the fall of 2017. The magazine and conferences marking the launches of its subsequent issues were followed by a series of semi-public performative encounters between the invited documenta 14 artists and Athenian audience (specifically art students as well as the Academy’s faculty members) within the framework of Continuum, realized together with the Athens School of Fine Arts. These meetings prepared the ground for the exhibition in both cities and preceded the inception of The Parliament of Bodies, inaugurated at the building of Athens Municipal Gallery at Parko Eleftherias in Athens (located in the historical complex that formerly hosted headquarters, detention center and torture chambers of the Greek Military Police during the period of the Dictatorship Colonels, 1967–1974). The Parliament, currently convening at Museum Fridericianum’s Rotunda in Kassel (the former site of ephemeral proto-parliament of the Kingdom of Westphalia, 1807–1813) will remain the living site for many voices channeled through documenta 14 the Kassel part of the exhibition concludes on September 17, 2017. In the meantime, documenta 14 includes several formats that transgress the usual dimensions of an exhibition alone: among them is the weekly broadcast Keimena on the Greek public television station ERT, which has been viewed, so far, by more than 600,000 people throughout Greece and will continue until September 18, and the transnational multi-radio broadcast (in collaboration with Deutschlandfunk Kultur) Every Time A Ear di Soun, heard as far as Rio de Janeiro, Jakarta, Barranquilla, Beirut, Douala, Washington DC, Athens, and Berlin. Together with a trilingual (Greek, German, and English) set of publications, including The documenta 14 Reader and the documenta 14: Daybook, as well as handy exhibition map booklets for each city, and the documenta 14 website, where almost all of the content of the Public Programs is live-streamed, and multiple newly commissioned texts appear, these formats enabled a significant extension of the agency of documenta 14 beyond the conventional outreach of an art show and create new forms of participation. documenta 14’s aneducation – a counter-pedagogical exercise in understanding and forgetting the already-known, centered on Walks led by members of the documenta 14 Chorus with international visitors of all age groups and coming from all walks of life in both cities of documenta 14 – further enhances the experience of documenta 14.
Last but not least, more than 160 living documenta 14 artists have been commissioned to realize mostly new works in both locations during what Olu Oguibe (himself a documenta 14 participating artist, and recipient of the 2017 Arnold Bode Prize) termed the “documenta 14 season” – a multiplicity of experiences opposed to mega-exhibitions, which remain locked between their singular opening and closing dates and bound mostly to one place.
As Artistic Director of documenta 14, I am proud of what we have managed to achieve so far together with the artists, writers, and other voices and bodies constituting documenta 14, including the team that produced and sustained the project and the team of documenta gGmbH that facilitated its realization with rare determination and insight. The efficacy of a possible political gesture within art field lies in its capacity to produce debates that transcend this exclusive field, and documenta 14 has very soon found itself embattled in discussions that show the larger resonance of the questions we asked and embodied through the essential curatorial, organizational and political decisions taken early in the project’s development, adopting a decidedly anti-essentialist stance and exercising irreverence towards the actually existing modes of spectacle production and spectatorship. The present is here and now – and the future is ours to see and shape. Aware of the irreconcilable conflicts, contradictions, and sheer miseries that came to define the moment and ways we live now, we wish to thank the public for taking part in documenta 14 and we encourage your further participation in the weeks to come, and beyond." (Adam Szymczyk, Artistic Director)

Halfway Point of documenta 14 in Kassel

documenta 14, which opened on April 8, 2017, in Athens and on June 10, 2017, in Kassel, is showing works by more than 160 artists in both cities over the duration of 163 days. After documenta 14 ended in Athens on July 16, 2017, 339,000 people had visited the forty-seven exhibition venues in Athens.
On Saturday, July 29, 2017, which marks the halfway point of the exhibition period in Kassel, documenta 14 will have attracted some 445,000 visitors, seventeen percent more than the last documenta at the same point.

“Looking back at the course of documenta 14 so far in Athens and Kassel, we can be very satisfied. The visitor numbers in Athens exceeded our expectations, making documenta the single most visited contemporary art exhibitions in Greece.
After three years of preparation, documenta has reached both a large domestic and a broad international audience.

documenta 14 in Kassel is clearly benefiting from the enormous media attention, the many worldwide reports, and the occasionally controversial discussions in the press that accompanied the Athens part of the exhibition two months before the opening in Kassel. Athens boosted the interest of visitors from southern Europe in particular, but also from Latin American countries. In Kassel, the outstanding visitor numbers and the large number of people taking tours is very gratifying. The great demand for season tickets reflects the need of the public, in keeping with the aims of documenta, to thoroughly reflect on the themes again and again.” (Annette Kulenkampff, CEO of documenta und Museum Fridericianum gGmbH)

On the tenth day of the exhibition in Kassel, 10,000 season tickets had already been sold and by the halfway point a total of 14,000 season tickets will have been sold. That already exceeds the number of season tickets sold at the last documenta. The accompanying Walks have also been met with great interest. At the halfway point, more than 54,000 visitors will have taken part in Walks. In addition, 20,000 students will have visited documenta by this Saturday.

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PELAGIE GBAGUIDI E I "FRAMMENTI" A DOCUMENTA 14 http://artestetica.org/news/leggi/873/pelagie-gbaguidi-e-i-frammenti/ Wed, 26 Jul 2017 10:36:38 +0200 Daniel Knorr, ad esempio, ha mandato a raccogliere frammenti di spazzatura per le vie di Atene e li ha sublimati inserendoli "tout court" in una serie numerata e firmata di "libri" contenitori. L'operazione si è ancor più concretizzata con l'utilizzo del ricavato della vendita di detti "libri" per generare il "fil di fumo" dalla torretta del Museo Fridericiano di Kassel.
Pelagie Gbaguidi, artista "regina" senegalese, ha invece mandato degli studenti a raccogliere, a Kassel, dei frammenti di residui di demolizioni edilizie (ceramiche, piastrelle, vetri, pezzi di mattoni) e li ha sistemati (con un buon effetto straniante) in un contenitore rettangolare nella galleria vera e propria della "Neue Galerie" insieme alla medesima istallazione di banchi di scuola e festoni bianchi disegnati a pastello che ha presentato ad Atene al Conservatorio.
La ricostruzione per Pelagie Gbaguidi consiste nell'opera di decolonizzazione della sua Africa attraverso la scuola e la presa di coscienza da parte delle giovani generazioni.
Ricostruzione che necessariamente deve pargire dal grado zero e dunque dal frammento.
E dove tutto questo, se non a Documenta che nasce a Kassel, simbolo della ricostruzione dopo gli abomini distruttivi della guerra? ]]>
IL MUSEO PLESSI AL BRENNERO http://artestetica.org/news/leggi/872/il-museo-plessi--al/ Fri, 14 Jul 2017 16:12:56 +0200
In tempi come questi in cui in Europa si chiudono frontiere e porti, si mettono fili spinati e si erigono muri neppure tanto metaforici, e al Brennero l'Austria preannuncia la dislocazione delle truppe e l'arrivo dei panzer per fermare i migranti, il Museo Plessi appare purtroppo quasi anacronistico.
Ai tempi, non proprio remoti, dell'apertura delle frontiere in Europa, fu indetto un concorso internazionale per celebrare con un'opera d'arte l'apertura anche di quello storico confine tra Italia e Austria.
Lo vinse Fabrizio Plessi che ideò un edificio plurifunzionale, quasi un "autogrill" che nella sua gran parte, e comunque in maniera "diffusa", raccoglie sue opere create per il luogo e che ripercorrono i temi cari all'artista che sono la natura e i suoi "elementi".
L'opera si trova sulla strada che dall'Italia porta a Kassel dove Documenta 14 ha come tema centrale il rapporto dell'arte con le dinamiche sociali ed economiche; proprio per questo motivo vogliamo considerare quello che è  chiamato il MUSEO PLESSI una delle opere di Documenta, un'opera che certamente rientra a pieno titolo nel "more geografico" di Adam Szymczyk. ]]>
I MANIFESTI DI DOCUMENTA http://artestetica.org/news/leggi/871/i-manifesti-di-documenta/ Fri, 07 Jul 2017 14:14:00 +0200
Le 14 edizioni di DOCUMENTA sono state scandite e rappresentate dai manifesti che hanno mantenuto lo stesso formato pur adeguandosi ovviamente allo "spirito del tempo".
Sarebbe interessante una riflessione meditata del rapporto tra ogni manifesto con la singola edizione. Si scoprirebbero tante cose della connessione stretta tra l'arte e le cose del mondo. Ad un primo sguardo dei manifesti delle ultime tre edizioni, ad esempio, possiamo subito notare che si è passati dalla multicolorazione ottimistico-floreale della edizione del 2007 (l'ultimo anno prima della crisi) a quella dai colori accesi ma monocromi del 2012 all'attuale del 2017 dove predominano il nero ed il marrone con, in alcuni manifesti, frecce "impazzite" verso ogni direzione (anno, il 2017, in cui la crisi da economica si è  traformata in politica, globale e...come direbbe Adam Szymczyk,  geografica).
Possono essere già questi ultimi tre da stimolo per  approfondite riflessioni.
Le immagini dei manifesti che pubblichiamo provengono direttamente dalla raccolta "ufficiale" ed "originale" del Municipio di Kassel. ]]>
Mario Schifano e la Pop Art Italiana http://artestetica.org/news/leggi/870/mario-schifano-e-la-pop/ Tue, 04 Jul 2017 17:09:05 +0200 Castello Carlo V, Lecce

Comunicato stampa

Dal 1 luglio al 23 ottobre si terrà nelle sale del Castello Carlo V di Lecce la mostra Mario Schifano e la pop art in Italia. Promosso da Theutra e Oasimed, in collaborazione con Galleria Accademia di Torino, con il patrocinio del Comune di Lecce e il sostegno di Axa Cultura, il progetto espositivo , a cura di Luca Barsi e Lorenzo Madaro, è dedicato a quattro maestri di primo piano della storia dell’arte italiana e internazionale del secondo Novecento:Mario Schifano, Franco Angeli, Tano Festa e Giosetta Fioroni. Il gruppo, denominato poi Scuola di Piazza del Popolo, è riuscito a far transitare nel mondo dell’arte motivi e oggetti provenienti dall’immaginario comune, dalla storia dell’arte e della vita, fornendo un contributo fondamentale all’arte contemporanea.

Un dipinto dell’artista Tano Festa, datato 1969 e composto da sei riquadri, è intitolato "Per il clima felice degli anni Sessanta". All’interno campeggiano i nomi di sei artisti: Francesco Lo Savio, Piero Manzoni, Franco Angeli, Mario Schifano, Enrico Castellani e quello dello stesso Festa. È il 1969 ma c’è già nostalgia di un decennio mitico che per l’arte italiana – tra Roma e Milano – ha rappresentato un punto di riferimento, anche nel clima culturale internazionale, anche grazie ad artisti stranieri che all’epoca frequentavano molto l’Italia. Dalle esperienze astratte e informali degli anni precedenti, si transita verso ricerche sfaccettate e complesse che riflettono, in contemporanea rispetto alle esperienze americane, sui concetti di riferimento della Pop Art: il mito, la società di massa, i paradigmi e i segnali della città metropolitana e il dialogo fecondo tra generi artistici e linguaggi. Naturalmente non si tratta di una rielaborazione passiva del grande movimento americano, che tra l’altro era sbarcato alla Biennale di Venezia nel 1964 provocando un certo scalpore. Al contrario, i protagonisti di questa rivoluzione artistica, tutta italiana e con tangenze internazionali, riflettono su temi e immaginari legati alla loro cultura visiva di riferimento. Al centro di tutto c’è Roma, città densa di stratificazioni, di prospettive sul presente e il futuro, vero e proprio laboratorio aperto di fermenti, anche grazie a gallerie come La Tartaruga e critici come Alberto Boatto, Palma Bucarelli e Maurizio Calvesi. È qui che si svolge l’esistenza – e la fervida esperienza artistica – dei quattro protagonisti della mostra.

La sezione principale ripercorre la straordinaria epopea di Mario Schifano (Homs, Libia 1934 – Roma, 1998). Dopo un periodo di azzeramento di radice concettuale, attraverso i monocromi (1960-1961), l’artista ricostruisce la sua narrazione insieme poetica e intellettuale guardando alla natura e quindi al paesaggio. In mostra due paesaggi anemici che evidenziano la smaterializzazione del colore, che diviene liquido, pur mantenendo la sua identità e la sua energica forza espressiva. In coincidenza con una mostra retrospettiva di Giacomo Balla (nel 1963), Schifano avvia una rivisitazione del Futurismo, il movimento italiano fondato nel 1909 grazie alle intuizioni di Filippo Tommaso Marinetti, Umberto Boccioni e dello stesso Balla, sostenendo idee rivoluzionarie dedicate alla velocità, al mito del progresso e alla commistione di linguaggi artistici, dalla poesia alla scultura, dal teatro alla cucina, al cinema. Al maestro italiano Schifano dedica un ciclo di opere, tra cui uno dei dipinti esposti in mostra; mentre al celebre ciclo Futurismo rivisitato a colori è dedicata una delle tele proposte nelle sale del Castello Carlo V. La celebre foto che ritrae il gruppo futurista è proposta come un’icona intramontabile di cultura e storia, ritoccata attraverso colori vivaci e segni veloci, pienamente in linea con una cultura visiva Pop. La televisione diventa per Schifano un primario punto di riferimento visivo, lo schermo tv diviene quindi un paesaggio da esplorare e fotografare per concepire tele che ritraggono brandelli di realtà filtrata dal tubo catodico (in mostra una tela degli anni Settanta che ben evidenzia questa declinazione di senso). Si prosegue poi con le opere degli anni Ottanta, in cui il colore assume una dimensione fondamentale, preannunciando gli sviluppi dell’arte italiana e internazionale, all’insegna di una riscoperta della dimensione eroica del quadro e di un ritorno alla pittura figurativa dopo anni di arte concettuale ed esperienze di azzeramento del linguaggio pittorico. 

I dollari americani, l’obelisco di piazza del Popolo e le svastiche sono al centro dell’immaginario di Franco Angeli (Roma, 1935-1988), che come un archeologo capta e riconosce l’importanza delle tracce del passato per sintetizzarle visivamente e riproporle nelle sue tele. In mostra una selezione di opere, alcune di grandi dimensioni, realizzate negli anni Sessanta, decennio fondamentale della sua parabola artistica. Alla dimensione pittorica rimarrà sempre fedele Tano Festa (1938-1988), eleggendo anch’egli a simbolo alcune declinazioni della storia e della storia dell’arte e dell’architettura. In mostra, tra altre, anche una celebre Persiana, in cui l’artista recupera l’elemento oggettuale e reale per fonderlo con la sua grammatica pittorica. La Scuola di Piazza del Popolo non era però composta esclusivamente da artisti uomini, tra l’altro celebri non solo per la loro genialità ma anche per la vita densa di incontri, esperienze estreme, droghe e amori turbolenti. Tra loro c’era una figura femminile insieme eterea e forte, come le sue opere: Giosetta Fioroni (nata a Roma, dove vive e lavora, nel 1932). In mostra opere molto rare degli anni Sessanta, in cui volti argentati delle sue figure femminili si costruiscono grazie a una sovrapposizione sentimentale di velature e segni leggeri, che oramai appartengono di diritto alla storia dell’arte contemporanea.

La mostra proporrà, inoltre, un ricco calendario (in via di definizione)​ di attività collaterali, tra talk, proiezioni e attività didattiche e divulgative.

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