Artestetica News http://artestetica.org L'URLO E IL FRUSCIO http://artestetica.org/news/leggi/897/lurlo-e-il-fruscio/ Wed, 14 Mar 2018 17:32:38 +0100
Maria Chiara Zarabini continua, con modalità apparentemente diverse, la sua indagine sul "mondo" iniziata da riflessioni intimistiche  quando prese a pretesto...un albero di mandorlo...la cui scomposizione l'ha accompagnata sino al momento in cui ha cominciato ad avere come riferimento  il proprio corpo.
Il punto di svolta lo possiamo individuare nell'"operazione", pur essa multimediale, dal titolo "Il corredo di Dafne" nel quale ha svelato e rappresentato il suo essere albero, e plasticamente ha identificato e messo in rapporto le forze vitali di questo "mondo" che sono appunto quella vegetale e quella animale.
La vita, in quella fase del percorso artistico di Maria Chiara Zarabini, era proprio intesa in senso biologico, come la intendeva Gustave Courbet nel suo "Origine du monde".
Con quel quadro possiamo ben dire che iniziò l'uso concettuale dell'opera d'arte. Il titolo cominciava ad essere più importante del quadro. Senza quel titolo l'opera sarebbe stata una delle tante raffigurazioni della donna. Lo stesso avviene per "L'urlo e il fruscio" ma c'è stat una naturale evoluzione.
Infatti in questa ulteriore "operazione" multimediale Maria Chiara Zarabini si occupa ancora della donna, ma supera la fase courbettiana della "fisiologia" funzionale del soggetto rappresentato, (che pur aveva già in Courbet una  sua  precisa proiezione filosofico esistenziale), ed affronta, dopo circa due secoli, l'argomento dal punto di vista dell'identità e della propositività femminile. "L'urlo e il fruscio", come quel  titolo di Courbet, apre uno squarcio che sa di rivendicazione sociale e ad un tempo di affermazione della profonda "bellezza" dell'identità femminile in tutte le sue sfumature. Due elementi che oggi non sono più scindibili e non possono più vivere isolatamente; "debbono" naturalmente convivere ed anzi coincidere. "Debbono" senza forzature di alcun tipo; "debbono" come normale e positiva evoluzione del..."mondo". ]]>
STILL EUROPE di Luca Nizzoli Toetti http://artestetica.org/news/leggi/896/still-europe-di-luca-nizzoli/ Mon, 12 Mar 2018 10:23:50 +0100 STILL EUROPE, il secondo volume della trilogia sull’Europa del fotografo, è un viaggio alla riscoperta dell’Europa, alla ricerca del minimo comune denominatore che definisce il Vecchio Continente, con un testo di Francesco Acerbis e di Zygmunt Bauman.
Quattro sono gli incontri dedicati:

Thursday 8 March 
Centro Culturale Zavattini
Viale F. Filippini, 35  Luzzara RE 08:45 pm
Per maggiori informazioni: Centro Culturale Zavattini


Thursday 15 March
Officine Fotografiche
via Giuseppe Libetta, 1 Roma
07:00 pm
Per maggiori informazioni: Officine Fotografiche


Sunday 18 March
Magazzini Fotografici
San Giovanni in Porta, 32 Napoli
11:00 am
​Per saperen di più: Magazzini Fotografici

Saturday 24 March
The whole "Almost Europe" project exhibition
Galleria Spazio Immagine
Vico Persichillo Campobasso

Luca Nizzoli Toetti, fotografo indipendente, curatore e direttore artistico, musicista, docente. Più di 20 anni di carriera tra pubblicazioni su quotidiani e magazines, mostre, partecipazioni a festival, incontri pubblici e qualche riconoscimento. Dalla strage di via Palestro alla nascita dell’Euro, nel corso degli anni pubblica sui maggiori quotidiani italiani centinaia di fotografie documentando i principali avvenimenti di cronaca e attualità politica ed economica. Collabora in maniera assidua con alcune riviste, producendo reportage, come L’Espresso, ioDonna, Internazionale. Per Vanity Fair ritrae più di trenta fra i più celebri autori italiani per “Scrittori in corso”, rubrica curata da Caterina Soffici: grazie a questa commissione ha la fortuna di incontrare Alda Merini, Nanda Pivano, Vincenzo Cerami e altri grandi scrittori e poeti del 900. E’ direttore artistico dell’Independent Foto Festival di Ivrea nel 2010 e 2011, in cui fra le tante ospita la mostra in ricordo di Marco Pesaresi, autore che ha profondamente segnato l’ispirazione di Luca nell’approccio al lavoro. La sua visione autoriale gli vale il premio Bruce Chatwin per i grandi viaggiatori nel 2010 e viene elogiata dal maestro Gianni Berengo Gardin che riconosce in Luca il suo “erede”.

Per maggiori informazioni: www.lucanizzolitoetti.com

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MARIO NIGRO. GLI SPAZI DEL COLORE http://artestetica.org/news/leggi/895/mario-nigro.-gli-spazi-del/ Mon, 12 Mar 2018 09:58:03 +0100
18 marzo - 2 settembre 2018

Arriva a Locarno, presso la FONDAZIONE GHISLA ART COLLECTION, l’importante retrospettiva antologica su Mario Nigro (Pistoia 1917 - Livorno 1992), uno dei protagonisti dell’arte italiana della seconda metà del ’900, organizzata in collaborazione con la Fondazione Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti di Lucca e con l’Archivio Mario Nigro in occasione del centenario della nascita dell’artista.

La rassegna, curata da Paolo Bolpagni e Francesca Pola, già nel titolo – Mario Nigro. Gli spazi del colore – sottolinea due aspetti fondanti dell’opera dell’artista, peraltro ampiamente rappresentati in un lavoro significativo di Nigro, Spazio totale del 1953, presente fra i capolavori della Collezione Ghisla.

Mario Nigro si situa nell’ambito dell’arte astratta in modo del tutto personale, a partire dalla fine degli anni Quaranta, con opere che guardano ai maestri delle avanguardie storiche (Kandinsky, Klee, Mondrian) coniugando sollecitazioni di matrice più lirica con un uso rigoroso della geometria, per giungere nei primi anni Cinquanta alla definizione del suo primo grande ciclo compiuto, quello dello “spazio totale”, in cui struttura e colore dialogano in modo continuo, generando intensi dinamismi.

Attraverso le 35 opere che costituiscono la mostra appare chiaro l’impegno di Nigro ad indagare il rapporto dell’uomo con lo spazio, inteso come luogo del divenire, luogo entro cui, nel tempo, l’azione si compie. Nelle fasce pittoriche vettoriali delle opere di “spazio totale”, che lasciano campo alla libertà dei segni grafici che si intrecciano a formare reti e reticoli o a costruire forme vibranti che agiscono a raggiera, si riconosce questo suo intento che volge alla essenzialità.
In questo percorso, l’artista raggiunge prima una liberazione dalla rete di segni creando scansioni di segmenti obliqui tra loro paralleli che, per righe successive, riempiono il piano o la figura geometrica nelle progressioni del suo “tempo totale”; arriva poi alla massima semplificazione nelle opere dedicate alla “analisi della linea”, in seguito spezzata a mimare il tracciato di un lampo o la fessurazione del suolo a seguito di un terremoto (da qui la denominazione del ciclo dei “terremoti”) per giungere agli “orizzonti” dove un tratto orizzontale è l’unico elemento di narrazione.
Siamo alla fine degli anni Ottanta quando Nigro riprende un uso espressivo del colore, con opere in cui le pennellate per lo più orizzontali prendono densità e diventano fortemente incisive, quasi l’artista intenda partecipare ai drammatici rivolgimenti della storia con un suo canto drammatico (un ciclo è fatto di “dipinti satanici”) al colore, che, forzato con la gestualità dei segni, sembra diventare unico protagonista della sua pittura.
Poi tutto si placa con le “meditazioni” fatte di un pacato disporre di rettangoli di colori che si rarefanno nel tempo e con le “strutture” in cui i rettangoli sono costituiti da segni puramente cromatici, che danno nuova sostanza allo spazio.

Per comprendere meglio l’artista non possiamo dimenticare che il variare della sua poetica era conseguenza diretta dell’attenzione che poneva al mondo reale, alle situazioni sociali, agli eventi, ai cambiamenti, alle persone, a se stesso. Una pittura quindi non avulsa dal tempo, come potrebbe essere ritenuta l’arte astratta, ma ben immersa dentro la storia.

La rilevanza internazionale della produzione di Mario Nigro ha suscitato, per l’attualità della sua visione creativa, un crescente interesse del sistema dell’arte nelle sue varie componenti, dalle istituzioni al collezionismo, in particolare nel corso dell’ultimo decennio.
Accompagna la mostra un’ampia monografia in italiano e in inglese pubblicata dalle Edizioni Fondazione Ragghianti Studi sull’Arte con testi dei curatori Paolo Bolpagni e Francesca Pola e di Mattia Patti.



Fondazione Ghisla Art Collection, Locarno
Via Ciseri 3 – LOCARNO
da mercoledì a domenica ore 13.30 -18.00

Per maggiori informazioni: www.ghisla-art.ch

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BERNINI. Alla Galleria Borghese, fino al 20 febbraio 2018 http://artestetica.org/news/leggi/894/bernini.-alla-galleria-borghese,-fino/ Tue, 06 Feb 2018 17:47:26 +0100 Gian Lorenzo Bernini, maestro insuperato e simbolo del barocco nell'arte, rappresentò nella scultura, in maniera sensibile (e sensuale), il profondo mistero epidermico della "piega", sia nelle vesti che nelle carni delle sue dee pagane e delle sue sante cristiane (S.ta Teresa, S.ta Bibiana), rendendole icone dell'eterno contemporaneo della ontica riflessione barocca nell'essenza estetica dell'essere umano.

La mostra è a cura di Anna Coliva e Andrea Bacchi.
Per maggiori informazioni: www.galleriaborghese.beniculturali.it ]]>
Carlo Ciussi. La pittura come fisicità del pensiero http://artestetica.org/news/leggi/893/carlo-ciussi.-la-pittura-come/ Tue, 06 Feb 2018 17:42:19 +0100
Come scrive Francesca Pola: “Carlo Ciussi ha interpretato l’arte come visione attiva del mondo, e come fisicità di un pensiero che non accetta alcuna neutralità di contenuto o decorativismo di forma, ma si pone come visione positiva possibile della realtà, ricreando costantemente nuovi spazi di espressione umana. È di questo paradosso che vive la sua opera, volutamente pensata per non essere categorizzabile secondo schemi correnti o canoni precostituiti, quanto come inesorabile e inesausta trasformazione dell’universo: dare corpo al pensiero come azione che interpreta il mondo. Senza descriverlo, ma per ricrearlo, in un incessante divenire che procede, senza soluzione di continuità, dall’esistenza stessa. (…) È in questa densità dell’immagine, che visualizza il mentale dell’uomo non semplicemente come portato razionale, quanto come complessità biologico-evolutiva del nostro immaginare e costruire civiltà, che si ritrova la più evidente continuità del lavoro di Ciussi. Nella sua opera, il palpitare dei segni o le scansioni degli spazi sono la struttura stessa della realtà, in un intenzionale coincidere di microcosmo e macrocosmo per cui l’immagine è frammento e soglia dell’infinito divenire dell’universo”.

Nelle opere appartenenti alla seconda metà degli anni Sessanta esposte al primo piano della galleria l’artista, attraverso intrecci tra elementi geometrici primari, suggerisce le forme del cerchio e del quadrato seguendo traiettorie che occupano solo in parte lo spazio della tela. In altri lavori, realizzati negli anni immediatamente successivi, le stesse forme si sviluppano in profondità, si sovrappongono in diverse aree di colore sino a giungere ad inserirsi le une nelle altre. Nella visione d’insieme proprio l’utilizzo che Carlo Ciussi fa delle cromie diviene una chiave elementare di lettura ed esse costruiscono, ritmandolo, l’equilibrio della struttura stessa dell’immagine.
Questa stessa geometria connaturata al colore, che muta pur rimanendo sempre fedele a se stessa, diviene negli anni Novanta segno lineare, che si staglia su tutta la superficie in un all over senza soluzione di continuità. Opere tridimensionali quali Colonne e Struttura a cinque elementi (210x700 cm), le cui superfici vengono attraversate da una pluralità di linee rette spezzate che si intrecciano e si sovrappongono, si ergono nello spazio al piano inferiore della galleria e si ridefiniscono alla luce di una fisicità più marcata, acuendo in modo più evidente il dialogo con l’ambiente architettonico circostante.

In occasione della mostra verrà pubblicato un volume contenente la riproduzione delle opere in mostra, un saggio di Francesca Pola, una poesia di Carlo Invernizzi e un aggiornato apparato bio-bibliografico.


Inaugurazione mercoledì 7 febbraio 2018  ore 18.30
MOSTRA: Carlo Ciussi. La pittura come fisicità del pensiero
CATALOGO CON SAGGIO DI: Francesca Pola
PERIODO ESPOSITIVO: 7 febbraio - 29 marzo 2018
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SEGRETI, PIEGHE, ENIGMI http://artestetica.org/news/leggi/892/segreti,-pieghe,-enigmi/ Tue, 30 Jan 2018 12:27:11 +0100
"A-conformista" l'ha definito Daniela Ranieri sul "Fatto Quotidiano" nel suo commosso necrologio.
Noi lo vogliamo ricordare studioso della vita come è e deve essere chi pratica la ricerca "estetica".
Mario Perniola infatti si è occupato anche dei meandri biologici più spiazzanti e inesplorati in rapporto con la cosalità delle tecnologie d'avanguardia. Era costantemente rivolto al futuro, con una "originalità e un'accelerazione capaci di squarciare il tendone da circo dell'accademia italiana", usando ancora le parole di Daniela Ranieri.
"La società dello spettacolo" è stato ed è uno dei suoi saggi più noti perché va ad indagare i due poli opposti della eterna giostra dell'essere e dell'apparire e della facile prevalenza che ha il secondo.
In "Enigmi. Il momento egizio nella società e nell'arte" Perniola scrive che "filosofare è come sbucciare una cipolla: sotto la scorza c'è un'altra scorza e così via. Sotto il vestito c'è la pelle, ma la pelle è ancora tessuto." E da qui la riflessione sul barocco eterno di cui è intrisa la vita dell'uomo. Era affascinato infatti dalla profondità del saggio di Gilles Deleuze "La piega. Leibniz e il barocco" dove, evidenzia Perniola, la piega, sempre presente nel barocco, segue e si adatta al reale, "al mondo che esiste non perché sia il migliore, ma piuttosto per il motivo inverso, perché è quello che c'è!".
Una lettura laica e disincantata della lezione di Leibniz fatta passare sotto le forche caudine del reale.
È la filosofia del presente rappresentata dalla "figura della sfinge egizia simbolo di contraddizione che mai arriva alla sintesi e che dunque permane sempre nella vita".
Filosofia del presente che affronta l'enigma della "reciproca osmosi tra l'uomo e le cose… Questa situazione mi sembra molto affine a quella che Hegel ha attribuito all'Antico Egitto, da lui appunto definito il paese dell'enigma."
Ecco perché Mario Perniola ha squarciato il telone del circo dell'accademia. Ha riflettuto sulla differenza tra l'interpretazione cosiddetta umanistica della filosofia estetica, tutta rivolta al rapporto dell'uomo con l'arte che definiva come il compimento dell'età cartesiana. L'ha contrapposta all'esperienza poetico-artistica che privilegia l'opera d'arte vista nella sua oggettività estranea e differente radicalmente "rispetto all'io, al soggetto, all'umano".
Sono i poeti e gli artisti ad essere i portatori di una conoscenza senza condizioni, non riconducibile all'assoluto, senza padroni: né lo spirito, né l'uomo.
Conoscenza aperta, altra, irrisolta e inquietante, che ci pone costantemente dinanzi ad un enigma.
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kunstbrulé in palmo di mano http://artestetica.org/news/leggi/890/kunstbrulé-in-palmo-di-mano/ Thu, 14 Dec 2017 15:20:32 +0100
Kunstbrulé in palmo di mano è una mostra della durata di una sera fatta di opere che stanno nel palmo della mano. Ognuno degli artisti invitati reca con sé il proprio lavoro e lo mostra con discrezione, quasi sottovoce, senza installarlo, per recuperare il piacere di prestare attenzione agli altri prima ancora che a sé.
Unica opera installata e fuori formato sarà una grande installazione recente di Marion Baruch che vive di vuoti, una presenza fatta di assenza ad attutire ancora di più il “suono” di questa mostra, allietata dal profumo del vin brulé.

con:
Giorgio Barrera, Marion Baruch, Susanna Baumgartner, Cesare Biratoni, E il Topo, Sergio Breviario, Carlo Buzzi, Tiziano Campi, Sauro Cardinali, Antonio Catelani, Umberto Cavenago, Ermanno Cristini, Sabrina D'Alessandro, Carlo Dell'Acqua, Barbara Deponti, Diana Dorizzi, Elena El Asmar, Al Fadhil, Helga Franza, Annalisa Fulvi, Deborah Hirsch, Gabriele Landi, Valentina Maggi Summo, Microcollection, Yari Miele, Aldo Mondino, Giancarlo Norese, Luca Pancrazzi, Francesca Petrolo, Paola Pietronave, Vera Portatadino, Claudio Salvi, Olinsky, Franco Sartori, Valeria Tognoni, Serena Vestrucci

La mostra evento si terrà sabato 16 dicembre a partire dalle 18.00
Brugherio (MB), in via della Vittoria 98  ➜ visualizza la mappa!

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Aestetics. Aristotele, Croce e la neuroscienza di Kandel http://artestetica.org/news/leggi/889/aestetics.-aristotele,-croce-e-la/ Mon, 04 Dec 2017 12:16:21 +0100 L'essere umano, chiarisce subito Aristotele, si distingue dall'animale, da questa sua "naturale" caratteristica che consiste nell'uso dei sensi per "sapere", in quanto ha la facoltà molto estesa della memoria che gli consente di far uso dell'esperienza delle conoscenze così accumulate.
L'altra caratteristica "umana" è il godimento che si trae dall'uso dei sensi.
Arnaldo Benini, nel recensire il saggio di Erik Kandel "Arte e neuroscienze" Le due culture a confronto" (Cortina, Milano) paragona le conclusioni del neuroscienziato a quelle di Benedetto Croce in "Aestetics", (voce dell'Enciclopedia Britannica poi tradotto in italiano con il titolo di "Aestetica in nuce") laddove il filosofo scrive che "la categoria dell'arte, come ogni altra categoria, presuppone, a volta a volta tutte le altre (...) è condizionata da tutte e pur condiziona tutte".
Dunque il percorso, anche per le neuroscienze, appare quello classico individuato da Kant nella "Critica della ragion pura": prima la fase dell'estetica poi quella della logica. Il modo di accedere al mondo esterno è quello dei sensi che vengono "elaborati" dalle facoltà categoriali per divenire conoscenza acquisita.
La prima fase della conoscenza però, come ci ha chiaramente detto Aristotele, è fine a se stessa e comunque crea e determina godimento nell'essere umano perché ha una funzione etica dandogli la possibilità di individuare le "differenze" per l'"ubi consistam" che, come capì Heiddeger dopo tre millenni, è il maggiore problema "esistenziale" dell'uomo "gettato" nel mondo con la morte come unica certezza.
Quella che è chiamata arte è pertanto il crogiulo di tutte queste essenze-funzioni-pulsioni dell'essere umano individuate come  estetica ed etica connesse ed inestricabili.
La neuroscienza, secondo Kendel ha provato con il metodo scientifico, che la fisiologia del cervello umano è strutturata in questo modo già individuato dalla filosofia. La sorpresa della congruenza dell'estetica e del riduzionismo delle neuroscienze è grande perchè  "...su gruppi distinti di circuiti neuronali specializzati localizzati secondo una disposizione gerarchica ordinata in regioni specifiche del cervello...le strutture cerebrali sono anatomicamente e funzionalmente legate l'una all'altra e quindi non possono essere separate fisicamente". Proprio come avevano visto sia Aristotele che Benedetto Croce.
Nell'arte Kandel individua nell'astrattismo che inizia nel '900 con Mondrian e Kandinsky e prosegue con Pollock, Rothko, Morris Louis e tutti gli espressionisti astratti (ma che aveva avuto come padri gli espressionisti dell'800 ed anche i primi esperimenti "visionari" come il Turner della "Tempesta di neve...") il riduzionismo che portava l'espressione alla radice della percezione visiva. Riduzionismo come ritorno "alle cose stesse" su cui si basa la filosofia fenomenologica di Husserl che passando da Heiddeger arriva a Merleau-Ponty. Prova che arte, scienza e filosofia sono diverse accezioni della qualità  umana come era stato già capito agli albori della storia del pensiero. ]]>
Tra cielo e mare, tra caos e forma http://artestetica.org/news/leggi/888/tra-cielo-e-mare,-tra/ Wed, 15 Nov 2017 10:19:28 +0100
Contaminazione
La “Pesca notturna”, ispirata da una notte stellata a Juan Le Pins, mentre alcuni pescatori attendono pazientemente il frutto del loro lavoro, è contemporaneamente un mare dove fluttuano sospese delle boe e un cielo stellato dove un sistema di pianeti si svincola dalla possibilità di essere incastonato in un cielo di stelle fisse. Suggestioni contraddittorie e conflagranti generate da un insieme di elementi leggeri, come le bolle trasparenti, e di elementi metallici più spessi e pesanti, che tuttavia lasciano passare l’aria e il riflesso di una luna non necessariamente piena. Sfere armillari sospese che contengono altre sfere, feti astrali, in un continuo rimando tra macro e microcosmo. Contaminazione tra determinatezza – generata dalle simmetrie, dai giochi di forme precise e ricorrenti – e indeterminatezza interpretativa demandata all’immaginazione del fruitore; contaminazioni di mondi marini, celesti e trascendenti, luoghi di approdo della tensione artistica di Jannini. Contaminazioni tra natura e cultura, natura e artigianato, natura e tecnologia: ancora contrasti e coincidenze. Interrogativi che divengono forma e sistema.

Fare
L’oggetto diventa interrogativo: la domanda che l’arte rivolge al fruitore e che non ha mai una sola risposta. “Dionysus Place” è uno spazio polimorfo, aggregante nella sua freddezza settoriale. Schede di fotocopiatrici, circuiti retroilluminati di un verde prato che tuttavia nega l’accesso alla natura; onde fisse, eppure in movimento che in un ritmo triadico scandiscono il fluttuare di un mare tormentato, ma allo stesso tempo ordinato. Sabbia morbida e ondulata sotto la maschera di Dioniso e sotto i satiri che compongono un teatro che nasce dallo stesso spirito dionisiaco.
Il fare dunque: ciò che ogni artista tiene velatamente segreto, ma che rappresenta la sua reale pratica compositiva, il vero e proprio lavoro. Un procedere ricco di sorprese e compromessi. Il fare è un’azione sottilmente qualitativa dove l’immaginazione, dionisiaca, si placa all’interno di una forma apollinea. Una forma che per Jannini è sempre ordinata. Mobile, ma ordinata. Nulla di questo processo ha dei codici definiti, come suggeriva Vitiello, stabiliti una volta per tutte. La tecnica artistica non è mestiere. Perciò lo stesso caos può rappresentare, sotto un determinato punto di vista, il motore dell’arte. Il caos dionisiaco frenato, bloccato in una forma fissa che ammalia.
Ed è proprio sulla fisicità dei materiali (i circuiti, la sabbia, l’argilla, ecc.) e sui mezzi meccanici (i vari tipi di strumenti che piegano il materiale al volere dell’idea) che si costruisce l’arte di Jannini, per arrivare alla produzione di una forma metamorfica nella libertà della sua espressione.

Metamorfosi
È lo stesso Jannini a ricordarci (e qui cito) che “il dio, il grande Dioniso, colui che raggiunge la grandezza nelle metamorfosi, se ne sta lì, immobile, riflesso nella dilatata pupilla dei suoi seguaci, beati ed esaltati. Eppure tra metamorfosi e immobilità c’è una esaltante promiscuità. Tanto più cangiante tanto più immobile nell’atto della visione suprema. Così il movimento annulla se stesso nel risultato finale dell’estrema contemplazione. E la comunione tra il dio e gli adepti suggella la potenza primigenia del soffio vitale che è in tutti noi”. L’elemento della contaminazione diventava gioco della metamorfosi, capace di consentire alla forma di manifestare la propria libertà, che è il risultato di un ordine soggiacente al disordine e di un disordine che solo a tratti sporadicamente prova a riemergere dall’ordine.
Un ordine che è il risultato del contenimento straripante di una pulsione plasmante. Insomma un Dioniso che, con il suo occhio eccitato ed eccitante, mette in moto un mare di ghiaccio e una grande macchina metà rotativa e metà organetto: da rotativa, essa imprime segni enigmatici sulle spalle di un gigante; da organetto suona il lamento della sconfitta (I persiani di Eschilo).
E allora emerge un ulteriore aspetto, imprevedibile nell’ordinata apparenza delle forme, di Jannini: il dolore e la lacerazione. Nulla sembra sofferente se non quelle parole greche che si nascondono ai più.
Chiudo citandolo: “le albe ed i tramonti che si levano sulle nostre città, sui nostri clan, si tingono del colore di un disagio profondo, una irrequietezza che si traduce in angoscia, che cerchiamo di nascondere con le forme più estreme di vitalismo o con i luccichii della tecnologia. Ciò nonostante la risposta all’enigma dell’esistenza resta continuamente disattesa”. Quella ‘tecnologia’ che riluccica nelle sue opere solo perché illuminata artificialmente; quella ‘tecnologia’ che di fatto è inerme, ferma, sconfitta. Sconfitta come i Persiani, perché non dà risposte. Dioniso resta a guardare ricordando che dietro ogni forma, benché compiuta e definita nei suoi contorni, c’è il caos.

Mostra personale di Ernesto Jannini al Teatro Pacta di via Ulisse Dini
Dal 17.11 al 18.12 2017

INFO
PACTA SALONE
via Ulisse Dini 7, 20142 Milano
MM2 P.zza Abbiategrasso-Chiesa Rossa, tram 3 e 15

Per informazioni:  http://www.ernestojannini.it/

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DIONISUS' PLACE http://artestetica.org/news/leggi/887/dionisus-place/ Wed, 15 Nov 2017 10:17:32 +0100

Dal 17 novembre al 18 dicembre 2017 il PACTA SALONE presenta nel foyer del teatro la personale DIONISUS’ PLACE - Jannini e il teatro dell’artista figurativo Ernesto Jannini, a cura di Alessandra Pioselli.
La mostra viene ospitata in occasione dell’apertura di uno spazio dedicato nel foyer, il CUBO, che ospiterà durante l’intera stagione del teatro mostre di artisti per accompagnare il pubblico allo spettacolo con fotografia, pittura, grafica, poesia, luce, video. Mostre che si accompagnano agli spettacoli e lasciano dialogare tra loro le diverse arti visive.

Il titolo della mostra corrisponde all'opera site-specific che l'artista ha realizzato tra il 2016 e il 2017 nel foyer del teatro PACTA SALONE. L'installazione permanente nasce dalle suggestioni della figura mitologica del dio Dioniso, interpretato dall'autore come punto origine del Teatro, eterno contrasto di forze apollinee e dionisiache. L'opera si presenta come un teatro nel teatro, esteticamente realizzata con materiali eterocliti che spaziano dalla luce azzurra dei neon ai microcircuiti, alla plasticità delle onde del mare realizzate con tela dilatata e trattata con gessi e cementi, alle citazioni scritte dei testi classici. All'interno del piccolo teatrino, simile a una nicchia orizzontale compaiono in terracotta le maschere di Dioniso e i volti beffardi dei satiri. Dall'opera fuoriescono diffondendosi per tutta la sala d'ingresso, le note enigmatiche delle composizioni musicali di Maurizio Pisati.
Alla parete di fronte al Dionisus' Place, compare un enigmatico dipinto su tavola di Jannini, intitolato I figli invisibili di Pulcinella del 2014 mentre sulla parete antistante il salone d'ingresso del teatro un'altra installazione permanente dal titolo evocativo: Night fishing at Juan Les Pins del 2015.
La mostra presenta, oltre alle opere sopra citate, anche l’installazione Progetti di Guerra (missili sospesi a mezz’aria), nonché foto e documenti degli anni '70 (Jannini e il teatro Libera Scena Ensemble) e immagini di oggetti scenici realizzati per PACTA . dei Teatri.

All’inaugurazione del 17 novembre verrà presentato al pubblico il libro Palestre di vita, che Jannini ha dedicato al regista Gennaro Vitiello, scomparso nel 1985, con il quale nei primi anni ’70 ha lavorato come attore nella compagnia Libera Scena Ensamble.


Ernesto Jannini, Ha studiato pittura all'Accademia di Belle Arti di Napoli. Artista e teorico per alcuni anni è stato attore con la Libera Scena Ensemble del regista Gennaro Vitiello, scomparso nel 1985, a cui ha dedicato un libro con l'editore Ombre Corte. Nel 1976 partecipa alla Biennale di Venezia con il gruppo degli Ambulanti. Nel 1990 è nuovamente presente alla Biennale di Venezia con una sala personale. E’ stato invitato al Festival Texitgestaltung di Linz, alla galleria Flaxman di Londra, alla galleria De Zaal di Delft, al Museum Industrielle Arbeitswet di Steyr, allo Spazio Borsalino di Parigi e di Alessandria, alla Kunsthaus Tacheles di Berlino, all’Istituto di Cultura italiana di Copenaghen, alla galleria La Giarina di Verona e in numerosissime altri spazi espositivi tra cui il MAGA di Gallarate, Il Castel dell’Ovo di Napoli. Ha vinto il Premio Lissone 2000. Dal 2006 collabora con il Teatro Arsenale e poi con PACTA . dei Teatri al PACTA SALONE di Milano. Le sue opere compaiono in musei e collezioni private. Scrive su Juliet Art Magazine, Exibart, Artestetica, Sdefinizioni. Ha pubblicato: Esperienze di un ambulante, (Laveglia, Salerno 1981); Silos Silenzio.Scritti teorici. (Edizioni Studio Noacco di Chieri, 1991); Gabbie Celesti, (Lalli Editore, Poggibonsi 1997); Ernesto Jannini, Catalogo antologica al MAGA di Gallarate con scritti di E. Di Mauro, R. Barilli, M. Sciaccaluga. (Editore A. Parise, Verona 2004); Equilibridi, (Editore Matteo di Dosson, 2007).


Dal 17 novembre al 18 dicembre 2017
di Ernesto Jannini
Musiche di Maurizio Pisati
presso PACTA SALONE
via Ulisse Dini 7, Milano
Inaugurazione: 17 novembre ore 18.30


INFO
PACTA SALONE
via Ulisse Dini 7, 20142 Milano
MM2 P.zza Abbiategrasso-Chiesa Rossa, tram 3 e 15
Per informazioni: www.pacta.org


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Clara Bonfiglio. Ritratti http://artestetica.org/news/leggi/886/clara-bonfiglio.-ritratti/ Mon, 23 Oct 2017 11:00:41 +0200 MILANO
inaugurazione  SABATO 28 OTTOBRE ore 18

a cura di Andrea Lacarpia

Il processo di astrazione che accompagna la ricerca di Clara Bonfiglio è strutturato in modo da mettere alla prova l’arbitrarietà del rapporto tra significato e significante che connota il linguaggio ordinario, riportandolo ad una dimensione puramente estetica. La saturazione di segni che complica una cultura secolarizzata come quella occidentale lascia poco spazio alla semplice percezione delle forme, delle linee e dei colori, in cui la mente riposa senza doverne trarre un messaggio ulteriore. Semplificando ed isolando dal contesto e dalla funzionalità gli elementi linguistici che ci circondano, Clara Bonfiglio ne alleggerisce la stratificazione semantica, trasferendoli in una dimensione gioiosa ed eterea, senza gravità. La costante presenza della forma circolare ed in genere delle linee curve attiva il gesto svolto dallo sguardo dell’osservatore che, come confermato dalle neuroscienze, nella sua dinamicità determina la ricostruzione della forma che si attua nella mente. Le opere di Clara Bonfiglio si pongono come bolle di sapone, forme temporanee in cui il modello sferico si ripete sempre diverso, in innumerevoli colori e dimensioni a seconda del caso che il gioco della vita predispone. La dialettica tra controllo e casualità è infatti un altro degli elementi distintivi della ricerca di Clara Bonfiglio che, attraverso le infinite variazioni del modulo proprie dell’ornato e delle arti grafiche mostra la condizione umana tesa tra identità di gruppo e personalità individuale. Le bolle di sapone, evocate dal titolo di opere precedenti in cui scritte circolari si mimetizzano all’interno di mirini intagliati nel legno o ricamati su stoffa, ora esplicitano la loro relazione con l’uomo trasformandosi nei ritratti riuniti nell’installazione pensata per lo spazio di Dimora Artica.
Nei ritratti di Clara Bonfiglio la tradizionale rappresentazione dei tratti caratteristici del volto, finalizzata a rendere la somiglianza, è sostituita da una breve sequenza numerica: la data di nascita della persona ritratta, ricamata su tessuto. Il ricamo, tecnica in cui la ripetizione meccanica del gesto annulla l’espressività individuale a favore del nitore grafico, è realizzato da Clara Bonfiglio utilizzando colore e carattere tipografico scelti dal soggetto. Il font, individuato tra quelli tipici del decennio di nascita, e il colore, scelto nel campionario di fili per ricamo, vanno quindi a caratterizzare ogni ritratto con la personale sensibilità del soggetto. Da mera registrazione meccanica di un numero che per convenzione riporta ad una certa misurazione temporale, l’anno di nascita si mostra nella sua connotazione estetica, in cui le linee si mostrano più o meno sinuose, spigolose o morbide a seconda del font tipografico scelto, e i colori variano in un’ampia gamma di sfumature, attivando una risposta emotiva nel fruitore come di fronte ad un volto. Il numero si trasforma in forma che apre al godimento estetico e alla dimensione affettiva, un’immagine in cui l’individualità ritratta si rispecchia. Il numero diviene figura con un proprio carattere, una propria natura individuale irripetibile. I ritratti che compongono l’installazione sono liberamente disposti nello spazio espositivo dagli stessi soggetti, nei punti che preferiscono, andando a formare un’imprevedibile costellazione, un sistema di relazioni che ricalca il funzionamento della vita sociale nella sua forma più spontanea, fatta di simpatie ed affinità tra caratteri diversi. Allontanandosi dai cliché dell’arte come espressione pulsionale o denuncia sociale, Clara Bonfiglio indaga la realtà e ne restituisce i tratti essenziali che la costituiscono a monte delle sovrastrutture linguistiche. Nell’installazione Ritratti, la relazione tra le diverse individualità costituisce una rete in cui le diversità creano armonia, una polifonia che introduce una visione positiva per la dimensione sociale contemporanea. ]]>
ETICA ED ESTETICA al Mast di Bologna http://artestetica.org/news/leggi/885/etica-ed-estetica-al-mast/ Tue, 17 Oct 2017 12:02:17 +0200
L'iconografia industriale secondo gli artisti maggiori della fotografia si presenta al terzo appuntamento. I luoghi sono tanti e sparsi per la città di Bologna.
Il titolo scelto è particolarmente interessante perché dà l'impressione che i curatori vogliano partire dai fondamentali, scrollandosi però di dosso, nel concreto delle loro scelte, l'equiparazione di estetica con bellezza e di etica con la bontà. Purtroppo in tanti casi, anche relativi ai commenti e alla presentazione di questa manifestazione, è stata ripetuta questa stucchevole banalità.
La fotografia, in questo caso ha avuto ad oggetto la vita concreta, quella dell'uomo che lavora, quella delle macchine che lo hanno riscattato dalla fatica e che hanno dato civiltà al sistema lavoro. "Civiltà delle macchine" è il titolo di una rivista culturale che ha accompagnato questo "progresso" umano negli ultimi decenni.
Tutto questo è "etica": è etica tutto quello che attiene e riguarda la condizione e le vicende degli uomini "gettati sulla terra".
La fotografia si rivela anche un potente strumento per la ricerca "estetica" in mano a coloro, tra gli uomini, che hanno quella "particolare sensibilità" che li fa riconoscere come "artisti".
Indagare nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche o nei call center, indagare sui manufatti industriali, andare alla ricerca dei lavori, anche quelli più fantasiosi, anche quelli più faticosi, anche quelli più  degradanti e disumani, questa è "estetica".
Simbolica, al limite del  "descrittivo", la scultura (un grande arco di acciaio specchiante) che Isabella Seràgnoli, imprenditrice e sponsor della manifestazione ha scelto e commissionato ad Anish Kapoor. L' opera che è stata collocata davanti al Mast e ne diventa, appunto, riferimento e simbolo. ]]>
30 years / 30 works http://artestetica.org/news/leggi/884/30-years--30-works/ Thu, 05 Oct 2017 14:21:42 +0200 a cura di Luigi Meneghelli

Giusto 30 anni fa la Galleria La Giarina dava avvio alla sua attività espositiva con una rassegna legata al cinema fantastico, “Fantasy Film Expo”. Una raccolta di cimeli di ogni tipo: fotografie, manifesti, copioni, sceneggiature, maschere, truccature, mani mozze e denti finti, astronavi e dinosauri. Una specie di “camera delle meraviglie”, dove gli oggetti raccolti trasformavano lo spazio, facendolo diventare un luogo magico, misterioso, fatato, un universo parallelo dove le cose parlavano, ma usando una lingua segreta, tutta da svelare, tutta da decifrare.
Era l'inizio di una lunga avventura fatta di viaggi iniziatici, incontri con guide mitiche, superamenti di prove, discese agli inferi e resurrezioni prodigiose. Quasi un itinerario paradossale, dato che si parla di una galleria e, come tale, di un luogo con precise regole, programmi, bilanci. Ma se la direttrice dello spazio (Cristina Morato) è una figura che si è formata investigando le mille anime di Alberto Savinio, un artista in cui si conciliano sacro e profano, mito e aneddoto, sublime e farsesco, si può capire anche come le esposizioni siano state spesso la ricerca di accostamenti incongrui e inattesi, di relazioni celate e invisibili. Mai inseguimento di un orizzonte definito, tirato con il “filo a piombo”, mai vocazione per simmetrie, corrispondenze, combinatorie preordinate. La Galleria ha sempre aspirato a “trasportare a volo (il visitatore) in un altro mondo, in un altro livello di percezione” (come avrebbe detto Italo Calvino).
Più volte si è trasformata letteralmente in uno spazio precario, aperto a trasfigurazioni fantastiche: come nel caso della stanza dipinta di viola e iperdecorata di R. Zwillinger (1990) o della piscina con tanto di “cadavere galleggiante” di Gligorov (2001); nello studio di un immaginario scultore dell'ottocento di Manfredo Beninati (2010) o nel più recente “Bivacco” ligneo di Daniele Girardi...È così che l'austero palazzo del '500, sede della galleria, da luogo che ospita opere si è tramutato in opera esso stesso, da spazio è diventato materia.
Ma un altro incontro, in questo caso con un personaggio leggendario, ha influenzato le scelte e il modo di pensare e presentare l'arte da parte della gallerista: ed è stato quello con Arturo Schwarz, studioso di Dadaismo, Surrealismo, Kaballah, Alchimia, Arte tribale, ecc.  La conoscenza delle Avanguardie (e dei saperi alchemici) ha portato al bisogno di frantumare ogni omogeneità rappresentativa, a disarticolare il mosaico del  visibile in tanti fotogrammi. Niente prospettive uniche, niente mito nietzschiano del “grande stile”. Niente sistema fisso, ma sentieri provvisori, transitori: è quanto accaduto quando è stata affrontata la questione del “corpo come linguaggio artistico” (“Shape  your body”), un'operazione durata due anni (1993/1994) e che ha messo a confronto le azioni provocatorie e sovversive degli artisti della Body Art storica con le esperienze più giovani che esibivano una sinistra allegrezza mista a un'atmosfera da favola; come è quanto accaduto quando si è indagata la voce innominabile degli scarti (“Il destino delle cose”, 2015), mettendo in scena gli artisti del Nouveau Réalisme, gli “imballaggi” di Kantor, la poesia del frammento di Schwitters e, accanto, lo sguardo pieno di seduzione e straniamento delle nuove generazioni, il loro aggrapparsi agli oggetti abbandonati come fossero riminiscenze, epifanie rivelatrici, cose che tornano a vivere sotto un altro segno. È diventato sempre più un modo di affrontare il mondo dell'arte come un progetto destinato a rimanere incompiuto,anzi un modo che continua a ridefinire l'ordine delle cose, dei luoghi, dei tempi.
E anche questa mostra “30 Years / 30 Works” non intende fermare la storia, ricapitolare le tante stazioni attraversate. Sarebbe un elenco sterminato (127 le esposizioni personali o collettive, centinaia gli artisti passati dalle stanze della galleria). Né, tanto meno, intende essere una celebrazione o una rievocazione: fosse così, avrebbe il senso del rito, della cerimonia commemorativa. Mentre i trenta artisti scelti documentano un intreccio di linguaggi, di piani temporali lontani, di tecniche e di strumenti eterogenei. Le loro opere si sfiorano, si confrontano, si specchiano, facendo sorgere imprevisti significati. Passandovi in mezzo, assistiamo alla migrazione di motivi, di ipotesi, di composizioni da un artista ad un altro, a un altro ancora. In questo festoso incontro qualsiasi logica di sviluppo lineare è saltata, in favore di una cartografia eccentrica. Qui vige la legge del desiderio,della mobilità, della visionarietà. E ogni visitatore è invitato a farsi artefice del proprio sogno. Con la leggerezza e il disincanto degli artisti Fluxus, tanto legati alla galleria, i quali sostenevano che “tutto è arte e tutti possono farla”. Ironicamente, democraticamente.

Per informazioni:
http://www.lagiarina.it/
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SOONJA HAN http://artestetica.org/news/leggi/883/soonja--han/ Thu, 05 Oct 2017 14:14:52 +0200 Soojung Hyun dedica all'artista sud coreana Soonja Han la cui recente opera è stata esposta a Firenze presso la Galleria Il Ponte.
Il catalogo della mostra rientra nella prestigiosa collana degli Ori di Pistoia ed offre una chiara visione delle ultime opere dell'artista.
Formatasi alla Hongik University negli anni settanta e poi approdata in Europa nel 1983 Soonja Han inizia una serie di significative esposizioni a partire dalla sua prima personale alla Jean-Claude Richard Gallery e alla Leila Mordoch Gallery di Parigi, da Czecho a Praga, alla Municipal Gallery in Ungheria e Mathieu Gallery di Lione.
Attratta da Brancusi, poi da Aurélie Nemours e François Morellet la Han sembra compiere, nel suo percorso di crescita culturale ed artistica quel viaggio, di reciproca attrazione, che ha sempre interessato l'oriente e l'occidente. Questa “attrazione fatale” ha prodotto nei secoli le più svariate forme d'arte e di musica; tuttora continua a svolgere una funzione di primaria importanza all'interno della cultura globalizzata. Resta il fatto, però, che gli scambi, le contaminazioni tra le due culture non possono annullare le matrici originarie. I due poli devono fondersi e produrre una sintesi nuova ed originale. Si pensi ad esempio all'influenza del giapponismo tra la fine dell'ottocento e i primi del novecento; alla Via dello zen, alle scuole di pittura orientale correlate allo sviluppo di un certo informale segnico; oppure agli influssi dei koan su certa arte concettuale o alle poetiche del silenzio di Jhon Cage, ecc. Nell'opera di Soonja Han pare che questa tensione ad accogliere il diverso (l'occidente) e nel contempo a conservare la propria originaria identità, si sia pienamente realizzata. Il viaggio in occidente (come per noi occidentali il viaggio in oriente) rimane emblematico e deve “obbligatoriamente” compiersi per poter arrivare -come sostiene Soojung Hyun- a quella sintesi che porta all'unificazione della visione. Non a caso lo stesso Hyun, analizzando l'opera “Firenze 2000-2017” fa riferimento all'espressionismo astratto di Barnett Newmann (che ha spianato il terreno al Minimalismo) in particolare all'azione visiva che svolgono i suoi tipici “zip”, le strisce colorate che percorrono le grandi campiture dei suoi dipinti. Se alla base del lavoro della Han si scorge chiaramente la matrice minimalista l'idea di fondo rimane quella del cerchio, variato nelle modalità di pieno e vuoto, emblematiche della tradizione filosofica asiatica.
In opere come “Continue forever 2012”, “Blue   flower 2015”, “Purple universe 2017”, “Smelling pink flower 2017”, “Indigo blue universe 2017” il cerchio, assunto come modulo di base, da origine ad una complessità che allude alla morfogenesi di possibili entità vegetali. E dunque questa forma perfetta, si presta, al pari delle componenti molecolari della materia, a strutturazioni formali più complesse, dando vita ad altri possibili universi, in cui l'equilibrio visivo la fa da padrone e il vuoto ed il pieno, perfettamente calibrati, richiamano il cantico delle forze yin e  yang.
Come scrive Soojung Hyun il lavoro della Han “non dovrebbe essere confinato o limitato a uno dei due emisferi; si muove piuttosto tra la sua sensibilità orientale e il suo adattamento alla cultura occidentale.” Laddove per “adattamento” bisogna intendere l'apertura alla forza dell'emozione. Se i padri del Minimalismo tendevano, da occidentali, a conquistare il distacco dalla propria soggettività (tipico delle filosofie orientali) rifiutando la grammatica interna all'opera, le relazioni interne, a favore di una apertura  verso il contesto e l'ambiente, la Han che ha assimilato le tensioni occidentali, introduce nella sua opera i gradienti emozionali. Distacco concettuale ed emozioni visive e cromatiche si compenetrano creando immagini d'immediata semplicità. “Green City”, “Purple Universe”, “Blue Indigo Universe (tutti del 2017) sono opere che evocano le danze cosmiche della materia nelle prime fasi di gestazione delle forme, nonché alla limpidezza del processo creativo. Il cerchio, come quello di luce proiettata dall'oculo del Pantheon sul pavimento diventa per Soonja Han lo spunto per la realizzazione di un'opera, “Firenze 2017”, in cui la coscienza estetica trova la via in cui felicemente incanalarsi. Aperta alle suggestioni e agli stimoli dell'ambiente la Han, già oltre il postmodernismo, non rinuncia alle altre dimensioni dello spirito. Il paradigma del minimalismo, pur rimanendo un punto di riferimento, viene superato per assimilazione,  costretto a piegarsi alle calde temperature del principio di unificazione spirituale.
Soojung Hyun scrive in catalogo che in opera come “Blue flowers 2015” la Han “... combina  sia la struttura piana che la dimensionalità, funzionando come una sorta di dipinto scultoreo, ma non è né scultura né dipinto: Han è interessata a tradurre gli effetti della luce. Attraverso l'uso dell'Altuglas (polimetilmetacrilato), l'opera rivela una brillantezza di colore combinata con un'unicità di trama e una delicatezza, che racchiude un'architettonica solidità. I suoi materiali suggeriscono qualcosa in più della pittura:appaiono perdere peso.” Come dire che la luce, sia fisica che spirituale, nella sua inafferrabile corporeità, la si può esprimere anche con le resine metacriliche dei nostri tempi.

SOONJA HAN
Testo critico di Soojung Hyun
Edizioni GLI  ORI DI PISTOIA, 2017
Italiano,inglese, francese
ISBN 978-88-7336-662-1
Euro 20,00 ]]>
Van Gogh a Vicenza http://artestetica.org/news/leggi/882/van-gogh-a-vicenza/ Tue, 03 Oct 2017 09:30:11 +0200 Goldin illustra il “Progetto Van Gogh”: l’esposizione, una nuova edizione critica delle “Lettere”, un film originale, uno spettacolo destinato a girare i teatri italiani, una mostra di Matteo Massagrande. E un allestimento che propone l’emozione di un viaggio.

Mostra promossa da Comune di Vicenza e Linea d’ombra, prodotta e organizzata da Linea d’ombra, main sponsor Segafredo Zanetti.

Van Gogh è il protagonista della grande esposizione a lui dedicata dal 7 ottobre all’8 aprile 2018 nella Basilica Palladiana di Vicenza.
Ma, intorno a questa mostra senza eguali, il curatore Marco Goldin ha ideato un più articolato “Progetto Van Gogh” che fa della grande esposizione il suo fulcro, ma che si declina anche in altre, diverse e originali forme.
La mostra in Basilica - sottolinea Goldin - , attraverso 129 opere in totale (43 dipinti e 86 disegni), delinea l’intero percorso artistico di Vincent van Gogh, dai disegni di esordio assoluto al tempo del Borinage in Belgio nel 1880, quando svolgeva la funzione di predicatore laico per i minatori della zona, fino ai quadri conclusivi con i campi di grano realizzati a Auvers-sur-Oise nel luglio del 1890, pochi giorni prima di suicidarsi. Accanto alle opere di Van Gogh, per utili e puntuali confronti, si incontreranno il Seminatore di Jean-François Millet e alcuni dipinti dei pittori della Scuola dell’Aia, che il giovane Vincent guardava con ammirazione, da Israëls ai Maris.
La mostra si svolge grazie al fondamentale contributo del Kröller-Müller Museum di Otterlo, uno dei due veri santuari dell’opera vangoghiana nel mondo. Il museo olandese, la cui collezione raggiunge una qualità a dir poco superba, presta infatti oltre cento delle opere di Van Gogh in arrivo a Vicenza. Un’altra decina di istituzioni e collezioni private poi, aggiungono capolavori per sigillare l’intero percorso, a cominciare dalla versione da Vincent più amata de Il ponte di Langlois (1888), una tra le immagini simbolo della sua parabola artistica e per questa occasione concessa eccezionalmente dal museo di Colonia. Quadro che Goldin ha eletto a manifesto dell’esposizione.

Sin qui la grande mostra. Ma il “Progetto Van Gogh” offre anche ulteriori opportunità di non minore rilievo.

A partire dalla pubblicazione, a cura di Marco Goldin e Silvia Zancanella, per le edizioni di Linea d’ombra, delle “Lettere”, una monografia che si pone come fondamentale apporto all’esposizione vicentina, anche perché la scelta è caduta sulle lettere che parlano delle opere in esposizione nella Basilica Palladiana.
“La mostra, al di là della vastissima presenza di opere, l’ho pensata – afferma Goldin - anche come la precisa ricostruzione della vita di Vincent van Gogh, seguendolo non solo nei dieci anni che vanno dal 1880 al 1890, ma anche nel decennio precedente, quello che prepara l’attività artistica. In questo senso, di fondamentale importanza è stata per me la rilettura, e il nuovo studio, delle lettere, soprattutto all’amato fratello Théo. Anche quelle scritte dal 1872 all’estate del 1880, quando da Cuesmes in Belgio annuncia, appunto a Théo, di voler diventare un artista. E’ il tempo dei suoi vagabondaggi, per i vari tentativi, e fallimenti, tra lavoro e aspirazioni teologiche, tra Olanda, Inghilterra, Francia e Belgio. Prima del suo percorso vero e proprio tra Brabante olandese e Francia, da Parigi, alla Provenza a Auvers. Per questo motivo abbiamo editato un nuovo libro, che accompagnerà la mostra, con cento lettere appositamente tradotte, includendo prima di tutto quelle che riguardano le opere esposte, oltre ad alcune altre fondamentali per la storia di Van Gogh”.

Un’ulteriore sottolineatura riguarda l’allestimento della grande rassegna: è stato pensato come un “viaggio”.
“Negli spazi ampi e meravigliosi della Basilica Palladiana a Vicenza, la mostra si snoda – sottolinea il curatore - come un vero e proprio viaggio anche nei luoghi nei quali Vincent ha vissuto: il Borinage, Etten, l’Aia, il Drenthe, Nuenen, Parigi, Arles, Saint-Rémy e Auvers-sur-Oise. Al di là delle lettere che faranno da contrappunto ai singoli momenti, certamente uno dei punti di maggior fascino è la sala nella quale, attraverso un grande plastico di 20 metri quadrati, è stato ricostruito alla perfezione – architetture romaniche e orti e giardini e sullo sfondo la catena delle Alpilles – l’istituto di cura per malattie mentali di Saint-Paul-de-Mausole a Saint-Rémy, il luogo nel quale Van Gogh sceglie di farsi ricoverare da maggio 1889 a maggio 1890. A essere proposta è un’immersione in un luogo sì di sofferenza ma nel quale, e attorno al quale, il pittore ha generato tanta bellezza”.

Nel “Progetto Van Gogh a Vicenza”, rientra anche un film originale, appositamente creato sulla vita e l'opera di Van Gogh.
A proposito del film Marco Goldin evidenzia: “Van Gogh. Storia di una vita – questo il titolo del film - ha la durata di un’ora e viene proiettato in una vera e propria sala cinema, studiata in ogni dettaglio tecnico e funzionale, all’interno della Basilica Palladiana, come ultima, grande stanza del percorso espositivo. E’ stato per me entusiasmante – continua Goldin - realizzare questo mio primo film documentario, arricchito dalle meravigliose immagini che abbiamo girato in tutti i luoghi di Van Gogh, tra Provenza e Auvers. Un film destinato a vivere come un prodotto anche slegato dalla mostra e per questo lo abbiamo raccolto in un dvd in vendita, unito a tante foto del backstage”.

Si sono intanto concluse con un successo davvero entusiasmante e con un pubblico commosso, le quattro serate di proiezione in anteprima di questo film, avvenute nei teatri di Vicenza (25 settembre), Verona (26 settembre), Padova (27 settembre) e Treviso (28 settembre).

Dall’arte alle lettere, dal cinema al teatro. Per tornare nuovamente all’arte con i quadri di Matteo Massagrande.
“Per un anno e mezzo mi sono aggirato prima attorno, e poi sempre più dentro, la vita e l’opera di Van Gogh”, scrive Goldin. “Nella scorsa primavera, mentre mettevo mano a uno spettacolo teatrale sulla sua storia, e che vedrà la luce sul finire del 2018, ho scritto, proprio per questo spettacolo, il breve monologo che l’attore che impersonerà Vincent sul palcoscenico reciterà sotto un ultimo albero della vita, accanto a un ultimo campo di grano. Gli ho dato come titolo Canto dolente d’amore (l’ultimo giorno di Van Gogh), ed è il movimento straziato di un’anima che avrebbe voluto amare e mai ha potuto esprimere invece la grandezza di questo amore. Un testo che ovviamente trae spunto da alcuni passaggi di vita contenuti nelle lettere a Théo. Sono davvero brandelli d’anima e di cuore, occhi sgranati sul mondo. Tempo dopo averlo scritto, ho provato il desiderio che un pittore potesse non illustrarne alcune scene, ma traendovi spunto desse loro una temperatura insieme d’anima e di colore. Allora ho chiamato un artista che stimo molto, Matteo Massagrande, e gli ho mandato il testo, dicendogli solo: “Matteo, non aggiungo altro a quello che ho scritto, non ti spiego, non ti chiedo di illustrare una scena piuttosto che un’altra, falla diventare, se ti va, la tua storia. Io l’ho scritta, tu la dipingerai. Come vorrai”. Ecco, così effettivamente è stato, ed è nata pertanto una mostra, fatta di qualche decina di studi preparatori e di sette quadri finali. Li possiamo ammirare nella sala successiva all’ultima dell’esposizione dedicata a Van Gogh, sempre in Basilica Palladiana, prima della sala cinema. Chi mi conosce, sa che amo da sempre scoprire come la pittura contemporanea di qualità possa dialogare con la pittura dei secoli passati. Una volta ancora, ho voluto farlo. E un libro ne resterà quale testimonianza”.

Informazioni:
www.lineadombra.it
info@lineadombra.it
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NoPlace 3 e il libro del 49° Premio di Suzzara http://artestetica.org/news/leggi/881/noplace-3-e-il-libro/ Fri, 29 Sep 2017 10:36:19 +0200
Il libro del 49° Premio Suzzara sarà il frutto di una collaborazione e partecipazione collettiva in pieno spirito del primissimo Premio Suzzara, quando le opere artistiche venivano giudicate dalle persone comuni e i premi offerti erano frutto del lavoro e della terra del luogo.
No Place 3 ha reinterpretato in maniera nuova la partecipazione attiva delle persone, proprio con il progetto di stampa del catalogo.
Siamo soliti immaginare un “catalogo di mostra” come un progetto in mano a pochi o a un singolo editore, che detta regole e norme redazionali. Al contrario, il libro del 49° Premio di Suzzara, è un progetto collettivo aperto a tutti, che coinvolge molte persone.
Si tratta, infatti, di un photobook realizzato con le immagini prodotte dagli artisti partecipanti e dal pubblico, raccolte nei mesi scorsi, il cui editore potrà essere ognuno di noi.
Possiamo essere tutti editori di questo libro, semplicemente partecipando con un piccolo contributo.

Tutti coloro, che lo desiderano, partecipanti e non, possono prendere parte a questo progetto entro il 9 ottobre 2017.
In cambio della partecipazione, si potrà ricevere una o più copie del libro ritirabile presso uno dei punti di raccolta, oppure, a un costo di poco superiore, inviato per posta.


Per maggiori informazioni http://www.noplace.space/

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DAL 22 SETTEMBRE AL 24 NOVEMBRE 2017 L'ANTOLOGICA DI TURI SIMETI http://artestetica.org/news/leggi/880/dal-22-settembre-al-24/ Mon, 25 Sep 2017 13:13:47 +0200
Dal 22 settembre al 24 novembre 2017, il MARCA - Museo delle Arti di Catanzaro, diretto da Rocco Guglielmo, ospita un'antologica che celebra la carriera di Turi Simeti (Alcamo, TP, 1929), uno degli artisti italiani più significativi emersi negli anni sessanta.
La mostra, dal titolo Opere 1961-2017 è organizzata dalla Fondazione Rocco Guglielmo e dall'Amministrazione Provinciale di Catanzaro con la collaborazione dell'artista e dell'Archivio Turi Simeti. Il percorso espositivo si sviluppa considerando una decina di lavori degli esordi, con alcuni importanti esempi degli anni sessanta, e prosegue cronologicamente fino alle opere più recenti, che tendono a prevedere una sorta di misurazione dello spazio, con serie di ellissi disposte a cerchio o semicerchio, in fila, in quadrato o in diagonale, e che si concedono ai grandi formati e a una varietà di colori.
Il percorso espositivo, che abbraccia oltre cinquant'anni di carriera, prende avvio da un collage di carte bruciate realizzato nel 1961, intende ribadire il ruolo di Simeti nell'ambito delle più interessanti ricerche degli anni del boom economico fra Roma e Milano, e pone l'attenzione sul suo intero iter creativo attraverso alcune opere particolarmente rappresentative.
Le ricerche del dopoguerra vedono in Simeti un rappresentante aggiornato seppur anomalo alla vulgata europea. La sua attività si discosta per un'attenzione al dato di superficie inteso quale campo sensoriale, ben lontano da un'impostazione meramente oggettuale e positivistica della tela. All'indagine puramente bidimensionale, l'artista risponde con il perfezionamento del luogo della pittura che diviene tridimensionale, inizialmente con applicazioni sulla tela di elementi a rilievo e poi con l'estroflessione che segna il primo passo verso una sorta di pittura-oggetto, attraverso una ideale dialettica tra le spinte di una struttura interna e le forme volte all'esterno.
Accompagna la rassegna un volume realizzato da Prearo Editore, contenente un saggio critico di Andrea Bruciati, le immagini delle opere esposte, una selezione dei principali lavori conservati nelle più importanti collezioni pubbliche di tutto il mondo, e aggiornati apparati bio-bibliografici.
L'antologica fa seguito all'omaggio che il Polo Museale regionale d'Arte moderna e contemporanea Palazzo Belmonte Riso di Palermo ha recentemente dedicato al maestro siciliano.
Nel corso della mostra, il Marca ospiterà la presentazione del catalogo ragionato dell'opera di Turi Simeti, in due volumi, edito da Skira, realizzato dall'Archivio Simeti, per la cura di Antonio Addamiano e Federico Sardella.

Turi Simeti (Alcamo, 1929; vive e lavora a Milano) nel 1958 si trasferisce a Roma, dove avvia i primi contatti con il mondo dell'arte; avrà poi modo di soggiornare a Londra, Parigi, Basilea e New York, entrando così in contatto con l'avanguardia artistica dell'epoca e muovendosi in sintonia con la dilagante volontà di azzeramento della tradizione e dei codici precostituiti. All'interno di questa rigorosa aspirazione riduzionista, il suo linguaggio acquista una definita riconoscibilità attraverso l'uso della monocromia e del rilievo come uniche procedure compositive. Compare così la figura dell'ellisse, destinata a diventare la cifra iconica dell'artista e la forma che emblematicamente esprime il sentimento attorno al quale, ancora oggi, si sviluppa e si dispiega il suo processo creativo.
Il lavoro di Turi Simeti è rappresentato da Dep Art, Milano; Almine Rech Gallery, Bruxelles, Londra e New York; Tornabuoni Art, Parigi; Volker Diehl, Berlino; The Mayor Gallery, Londra.
Le sue opere sono conservate in importanti collezioni pubbliche e private in tutto il mondo, fra le quali, Fondazione Prada, Galleria Civica d'Arte Moderna e Contemporanea di Torino, Museion - Museo d'Arte Moderna e Contemporanea di Bolzano, Museo del Novecento di Milano, Museo Civico d'Arte Contemporanea Ludovico Corrao, Gibellina, Museu de Arte Moderna di Rio de Janeiro, Kunsten Museum of Modern Art, Aalborg, Danimarca, Fondazione Schaufler, Sindelfingen, Germania, Museum Voorlinden, Wassenar, Paesi Bassi.


TURI SIMETI. Opere 1961-2017
Catanzaro, Museo MARCA (via Alessandro Turco, 63)
Dal 22 settembre al 24 novembre 2017


Inaugurazione: venerdì 22 settembre 2017, ore 19.00
Orari: Tutti i giorni, 9.30-13.00; 15.30-20.00 - Lunedì chiuso

Ingresso: intero: € 4,00; ridotto: € 3,00

Per informazioni:
Tel. 0961.746797; http://info@museomarca. com| http://www.museomarca.info ]]>
Mario Nigro. Gli spazi del colore http://artestetica.org/news/leggi/879/mario-nigro.-gli-spazi-del/ Tue, 19 Sep 2017 15:26:24 +0200 Una retrospettiva dell’artista nel centenario della nascita
29 settembre 2017 – 7 gennaio 2018

La Fondazione Ragghianti presenta una grande retrospettiva antologica su Mario Nigro, in occasione dell’anniversario del primo centenario del pittore, nato a Pistoia nel 1917 e scomparso a Livorno nel 1992.
Tra i protagonisti dell’arte italiana e della sua rinascita civile, a partire dall’immediato secondo dopoguerra, Mario Nigro seppe dar vita a un astrattismo fortemente personale, nel quale coniugò struttura e colore, rigore e inventiva. La sua lunga parabola creativa ha conosciuto una grande ricchezza di esiti, che a ogni nuovo ciclo di opere emerge come inatteso problema pittorico, in inedite soluzioni dimensionali, compositive, cromatiche, spaziali; ma anche un’assoluta coerenza che permette di individuare – pur nel variare dell’espressione – un’idea fondante e una poetica che restano sottese a tutto il suo operare artistico.
La rilevanza internazionale della produzione di Mario Nigro ha suscitato, per l’attualità della sua visione creativa, un crescente interesse del sistema dell’arte nelle sue varie componenti, dalle istituzioni al collezionismo, in particolare nel corso dell’ultimo decennio.
Culmine e fulcro del centenario è questa grande retrospettiva a Lucca, che proseguirà nella primavera-estate del 2018 alla Fondazione Ghisla Art Collection di Locarno.
L’obiettivo della mostra è di ripercorrere l’intero percorso creativo dell’artista attraverso i suoi capolavori e principali momenti di svolta, presentati in dialogo con autori del contesto internazionale quali Max Bill, François Morellet, Heinz Mack, Sol LeWitt, Roman Opalka, Fred Sandback e Niele Toroni.
Catalogo italiano/inglese pubblicato dalle Edizioni Fondazione Ragghianti Studi sull’Arte, con testi di Paolo Bolpagni, Francesca Pola e Mattia Patti.


Fondazione Centro Studi sull’Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti
Via San Micheletto 3, Lucca
Orario: dal martedì alla domenica, 10-13 e 15-19, ingresso gratuito
a cura di Paolo Bolpagni e Francesca Pola
in collaborazione con l’Archivio Mario Nigro
www.fondazioneragghianti.it

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Kassel. Il 17 settembre 2017 termina Documenta 14 http://artestetica.org/news/leggi/878/kassel.-il-17-settembre-2017/ Fri, 15 Sep 2017 12:57:26 +0200 Molti infatti sono stati i riferimenti alle migrazioni e alle condizioni dei migranti ma anche a quelle di nazioni, come appunto la Grecia che si è  trovata e si trova tuttora in condizioni economiche precarie nel contesto europeo.
Anche la storia  è stata evocata, la storia stessa della Germania, paese in cui Documenta è nata, attraverso il Partenone dei libri che ha occupato, maestoso  la piazza davanti al Museo Federiciano. Ricordava il rogo dei libri proibiti bruciati in quella stessa piazza dai nazisti.
Quando però il ricordo dei crimini nazisti come lo sterminio degli ebrei è stato equiparato da BIFO, filosofo italiano, alle stragi dei migranti determinate, a suo dire, dalla cecità politica dell'Europa, Documenta 14 non è riuscita ad impedire la sostanziale censura di quella che comunque era una manifestazione di pensiero, anche se volutamente provocatoria.
All'avvicinarsi della data della performance di BIFO è infatti intervenuta una pesante pressione di carattere politico che ha indotto lo stesso BIFO, d'accordo con il curatore, a rinunciarvi.
Pertanto, dopo un avvio basato tutto sulla forza dell'arte sul fronte della libertà, Documenta 14 chiude con un episodio che contraddice il motivo stesso per cui è nata. Peccato! ]]>
AKAA - ALSO KNOWN AS AFRICA Art & Design Fair http://artestetica.org/news/leggi/877/akaa---also-known-as/ Mon, 31 Jul 2017 10:12:34 +0200 There is a world out there that is in constant flux. This world to be shared is at the core of the adventure, the ineluctable project called AKAA.
AKAA stands for a multifaceted Africa, which transcends historical boundaries and whose voice resonates in the four corners of the world, carried by the vision of each artist.
Our Africa is fluid, complex and permeable. It influences and inspires the world by its capacity to innovate and create.
Within a site emblematic of the Parisian architecture, we conceived an event where African and global visions come together to draw a new map of the contemporary art scene.
AKAA is a collaborative project made possible by men and women who share a common passion: engage, transmit, share.
Last year saw the emergence of a chemistry, an effervescence, a positive energy conducive to establishing the market; artists, galleries and art lovers gathered in a welcoming, inclusive and professional space.
AKAA has demonstrated that joining forces and bringing together major actors of the emerging contemporary art scene from Africa can make a difference.
We are pleased to invite you on November 10-12 2017 to discover 38 galleries and 150 artists from 28 different countries inside the beautiful Carreau du Temple.
Four days to share the African energy, hear its hum and feel its vibration.


November 10-12, 2017
Carreau du Temple, Paris
www.akaafair.com

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