L’esaurimento dell’umanità e della natura
Da "Il Covile": INSTAURAZIONE DEL RISCHIO DI ESTINZIONE - Testi di Jacques Camatte
Opera di Alzek Misheff
con una nota di Roberto Pacchioli



Il saggio di Jaques Camatte che pubblichiamo su gentile concessione della rivista Il Covile, che ringraziamo, tratta l’argomento pandemia dal punto di vista etico del rapporto tra tutti esseri nel mondo e della possibilità-compatibilità di quest’ultimo ad accoglierli senza che gli uni prevalgano “naturalmente” sugli altri. La constatazione amara di Camatte è che “Si è giunti ad uno stadio di esaurimento dell’umanità e della natura; da cui si apre a noi l’era delle catastrofi”. Ma la soluzione che intravvede è altrettanto “naturale” in quanto “Emerge che le conseguenze della pandemia indicano attivamente all’homo sapiens che cosa occorre fare per rigenerare la natura: la specie dovrà limitare l’entità della sua popolazione e imporsi un contenimento per lasciare più spazio agli altri esseri viventi.”
Il fatto è, scrive l’autore, che all’origine, nel “brodo primordiale” non c’erano distinzioni tra le specie. Cominciarono le cellule a dotarsi di uno scudo per escludere gli altri esseri e da lì di specificazione in specificazione è arrivato l’homo sapiens che dotato della possibilità di scelta e di scegliere nel suo interesse egoistico ha inconsapevolmente fornito il “sale” alla vita quel “sale” capace di determinare il bene ma soprattutto il male.
E il male è la lotta dell’uomo sull’uomo, la volontà di potenza, lo sfruttamento della natura, la guerra alla quale l’uomo è talmente abituato da sempre che oggi ne utilizza i termini e le metafore anche nella gestione di questa pandemia.
Parlare di bene e di male nel XXI secolo, o anche in quello precedente al quale Camatte si riferisce nei richiami al ’68, parrebbe ingenuo ma non così la pensa il sociobiologo inglese Edward Wilson che, professore emerito di Harward, ha studiato e interpretato l’umanità raffrontandola alle società animali (Le origine profonde delle società umane, Raffaello Cortina, pp. 150). Wilson, paradossalmente non ci dice che dobbiamo essere buoni, anzi ci dice che la “cattiveria” è la “marca” dell’Homo sapiens, in quanto l’egoismo è stato il fattore che lo ha distinto da altre specie e società animali solo buone. La mancanza di egoismo, come nelle altre società animali basate sul tribalismo, sarebbe la soluzione “globale a problemi globali come pandemie o cambiamento climatico, superando gli egoismi”. “Sarebbe stata meglio un’umanità simile ad un formicaio?” E conclude: “ Le formiche costruiscono città meravigliose, certo,  ma non hanno Shakespeare che ne racconti i tormenti interiori”. “E’ dalla dualità bene-male   che deriva la gran parte della nostra produzione artistica.”
E qui il nostro piccolo cerchio si chiude
Infatti non potevano esserci conclusioni  migliori che quelle riferite alla funzione ontica  dell’arte che è una componente   di quel guazzabuglio  che  è l’homo sapiens. Il saggio di Camatte è infatti illustrato “liberamente” dalle opere originali di un artista, Alzek Misheff,  che ad un certo punto della sua vita e della sua carriera artistica internazionale ha deciso che era per lui indispensabile il ritorno “alle cose stesse”, alla natura, alla terra,  alla vigna e a quel verderame con cui oggi dipinge e che, guarda caso, serve a tener lontano gli elementi patogeni dalla vite e a conservarla in vita ed in salute. Il tutto in un rapporto “naturale” tra l’umanità e il luogo che la ospita.

Roberto Pacchioli