Se tutto è arte...
di Ernesto Jannini
“Ai nostri giorni, ciò che ci si aspetta dagli artisti non è il talento, né l’abilità ma la posa e lo scandalo, la loro audacia non è altro che la maschera di un nuovo conformismo. Ciò che prima era rivoluzionario è diventato moda, passatempo, gioco, un acido sottile che snatura la creazione artistica e la trasforma in rappresentazione grandguignolesca.”
Si potrebbe partire da questa graffiante citazione di Mario Vargas Llosa, premio Nobel della letteratura, che Roberto Gramiccia riporta nel suo ultimo libro: Se tutto è arte, con prefazione di Alberto Dambruoso e postfazione di Pietro Folena, uscito per i tipi Mimesis.
Medico, scrittore e appassionato critico e curatore d’arte, - già autore di un eccellente Elogio della fragilità -, Gramiccia leva la sua voce per un affondo analitico nei confronti di quello che si potrebbe definire il lato oscuro dell’arte di oggi. E qui ci riferiamo alla piega presa dall’arte ormai da molti lustri caduta sotto la pressa delle speculazioni economiche.
E dunque di un ‘nuovo conformismo’ si parla, che coinvolge, - segnalate dall’autore le debite eccezioni -, i massimi vertici del bel mondo dell’arte post-contemporanea.
In primis, il critico denuncia l’allontanamento dell’arte dalla sua origine, la sua dispersione nei rivoli di una mondanità fatta su misura per un mercato quotidianamente uniformato ai dettami dell’economia borsistica che ha a cuore esclusivamente il valore di scambio, disperdendo del tutto il valore d’uso. ‘Chiarire origine e natura dell’arte’, - sostiene lo scrittore -, vuol dire riscontrare un parallelismo profondo con la nascita della filosofia, scaturita dall’esperienza del thauma, ben espresso da Platone e Aristotele. Naturalmente è d’obbligo il riferimento alle acute argomentazioni di Emanuele Severino. Il celebre filosofo bresciano, recentemente scomparso, autore di La struttura originaria e di Essenza del nichilismo, ha sempre parlato del concetto di thauma, non già come esperienza della meraviglia o dello stupore, bensì come thàumazein (da cui: thauma) più opportunamente tradotto nel significato di terrore, angoscia, o paura dell’ignoto, della sofferenza e della morte. Dalla drammatica presa di coscienza di questa condizione esistenziale nasce il bisogno di dare delle risposte, d’inquadrare il proprio destino singolo e di gruppo in un senso che dia ragione della propria finitudine e vulnerabilità. E dunque la nascita della filosofia coincide con il superamento del mito a favore dell’episteme, di ciò che sta su e regge una più profonda e incontrovertibile verità. “Se questo” – ci dice Gramiccia – “è lo scenario aurorale dell’umanità, come non vedere che la religiosità e anche l’arte nascono dalla stessa matrice. Nascono in fondo dall’angoscia della morte e della sofferenza, dalla più grande fragilità. Una fragilità ontologicamente costitutiva dell’uomo che è insieme –dialetticamente – limite e precondizione della vita individuale e della storia collettiva.”
È da questo assunto che l’autore parte, consapevole che ogni teoria dell’arte, anche sulla sua origine, non può essere data una volta e per sempre in maniera certa e inequivoca. Ciò nonostante, l’autore – direi in maniera coerente e ammirevole – sostiene il suo punto di vista affermando che comunque ‘l’arte non può essere qualsiasi cosa’, così come dichiarò nel 1997 in un’intervista sul New York Times il critico Thomas McEvilley e, in un’altra occasione, William Rubin, ex direttore della sezione di pittura e scultura del MOMA affermando che “non esiste una singola definizione di arte”.
Un bel problema di lana caprina, quest’ultimo, come si sa, che si trascina da decenni negli ambienti accademici e la cui ‘soluzione’ probabilmente non si troverà mai.
Per contro, l’autore porta avanti la sua analisi ripercorrendo le tappe d’obbligo che hanno contraddistinto la storia del Novecento che hanno portato l’arte, con le prime avanguardie, ad un graduale ‘distacco dalla realtà’ e, successivamente, ma nei casi peggiori, a percorrere le strade del macabro, dell’autolesionismo, del raccapricciante, dell’assurdo e del velleitario. Dunque una rapida e approfondita analisi dei punti di svolta salienti, a partire naturalmente da Duchamp che, nel bene e nel male, ha segnato uno spartiacque fondamentale e, per molti versi, una congerie di malintesi e speculazioni. D’altronde – scrive l’autore di Se tutto è arte - sarà lo stesso Duchamp, a posteriori, a chiarire la sua posizione iniziale: “Non ho mai avuto intenzione di vendere i miei ready-made. Era un gesto per dimostrare che era possibile fare qualcosa senza il retropensiero di ricavarne del denaro. E infatti non li ho mai venduti.”
Il critico d’arte denuncia la perversità del mercato (evidenziate pure a suo tempo - aggiungiamo noi – dallo scomparso Gillo Dorfles in alcune interviste) che ha portato alcune opere di artisti a sproporzionate quotazioni: 58,4 milioni di dollari per Balloon Dog di Jeff Koons o lo Squalo da 12 milioni di dollari di Damien Hirst, per dirne alcune tra le più note.
Dunque – prosegue lo scrittore – “le ragioni del mercato hanno prevalso sulla libertà dell’arte”, che non va confusa con le capacità manageriali di alcuni artisti, anche nostrani, certamente apprezzabili, ma che mai potranno sostituire l’assenza del valore spirituale dell’opera. Una riflessione su cui è opportuno riflettere e che lo stesso Duchamp – ci avverte Roberto Gramiccia -, consapevole della pericolosità del mercato, offrì ai suoi interlocutori: “Oggi un artista può essere un genio, ma se si lascia contaminare dal fiume di danaro che gli gira intorno, il suo genio si scioglierà, fino a scomparire”.


Roberto Gramiccia
Se tutto è arte, 2019
Mimesis Edizioni

Euro 12,00
ISBN 9788857557205