SEGRETI, PIEGHE, ENIGMI
di Roberto Pacchioli
L'estetica di Mario Perniola

"A-conformista" l'ha definito Daniela Ranieri sul "Fatto Quotidiano" nel suo commosso necrologio.
Noi lo vogliamo ricordare studioso della vita come è e deve essere chi pratica la ricerca "estetica".
Mario Perniola infatti si è occupato anche dei meandri biologici più spiazzanti e inesplorati in rapporto con la cosalità delle tecnologie d'avanguardia. Era costantemente rivolto al futuro, con una "originalità e un'accelerazione capaci di squarciare il tendone da circo dell'accademia italiana", usando ancora le parole di Daniela Ranieri.
"La società dello spettacolo" è stato ed è uno dei suoi saggi più noti perché va ad indagare i due poli opposti della eterna giostra dell'essere e dell'apparire e della facile prevalenza che ha il secondo.
In "Enigmi. Il momento egizio nella società e nell'arte" Perniola scrive che "filosofare è come sbucciare una cipolla: sotto la scorza c'è un'altra scorza e così via. Sotto il vestito c'è la pelle, ma la pelle è ancora tessuto." E da qui la riflessione sul barocco eterno di cui è intrisa la vita dell'uomo. Era affascinato infatti dalla profondità del saggio di Gilles Deleuze "La piega. Leibniz e il barocco" dove, evidenzia Perniola, la piega, sempre presente nel barocco, segue e si adatta al reale, "al mondo che esiste non perché sia il migliore, ma piuttosto per il motivo inverso, perché è quello che c'è!".
Una lettura laica e disincantata della lezione di Leibniz fatta passare sotto le forche caudine del reale.
È la filosofia del presente rappresentata dalla "figura della sfinge egizia simbolo di contraddizione che mai arriva alla sintesi e che dunque permane sempre nella vita".
Filosofia del presente che affronta l'enigma della "reciproca osmosi tra l'uomo e le cose… Questa situazione mi sembra molto affine a quella che Hegel ha attribuito all'Antico Egitto, da lui appunto definito il paese dell'enigma."
Ecco perché Mario Perniola ha squarciato il telone del circo dell'accademia. Ha riflettuto sulla differenza tra l'interpretazione cosiddetta umanistica della filosofia estetica, tutta rivolta al rapporto dell'uomo con l'arte che definiva come il compimento dell'età cartesiana. L'ha contrapposta all'esperienza poetico-artistica che privilegia l'opera d'arte vista nella sua oggettività estranea e differente radicalmente "rispetto all'io, al soggetto, all'umano".
Sono i poeti e gli artisti ad essere i portatori di una conoscenza senza condizioni, non riconducibile all'assoluto, senza padroni: né lo spirito, né l'uomo.
Conoscenza aperta, altra, irrisolta e inquietante, che ci pone costantemente dinanzi ad un enigma.