Tra cielo e mare, tra caos e forma
di Maddalena Mazzocut - Mis
“Quest’arte non può sembrarmi governata da leggi fisse, immutabili, universali e, in qualche modo, magiche”. Così dice Gennaro Vitiello, maestro di Jannini, riguardo a quella ‘palestra di vita’ che è stata, per Ernesto, il teatro. Un’arte, quella del teatro, che nella sua possibilità di contaminazioni ma soprattutto nella sua pratica, nello studio costante, nella applicazione dell’idea al materiale umano e non solo, si riflette nel lavoro artistico di Jannini a più livelli. Non c’è magia (anche se il risultato può stupire il fruitore) e non ci sono leggi fisse e universali. C’è la plasmabilità della materia, la duttilità della mano, la plasticità del materiale al fine di adeguarsi all’idea. In due parole c’è la contaminazione e il fare.

Contaminazione
La “Pesca notturna”, ispirata da una notte stellata a Juan Le Pins, mentre alcuni pescatori attendono pazientemente il frutto del loro lavoro, è contemporaneamente un mare dove fluttuano sospese delle boe e un cielo stellato dove un sistema di pianeti si svincola dalla possibilità di essere incastonato in un cielo di stelle fisse. Suggestioni contraddittorie e conflagranti generate da un insieme di elementi leggeri, come le bolle trasparenti, e di elementi metallici più spessi e pesanti, che tuttavia lasciano passare l’aria e il riflesso di una luna non necessariamente piena. Sfere armillari sospese che contengono altre sfere, feti astrali, in un continuo rimando tra macro e microcosmo. Contaminazione tra determinatezza – generata dalle simmetrie, dai giochi di forme precise e ricorrenti – e indeterminatezza interpretativa demandata all’immaginazione del fruitore; contaminazioni di mondi marini, celesti e trascendenti, luoghi di approdo della tensione artistica di Jannini. Contaminazioni tra natura e cultura, natura e artigianato, natura e tecnologia: ancora contrasti e coincidenze. Interrogativi che divengono forma e sistema.

Fare
L’oggetto diventa interrogativo: la domanda che l’arte rivolge al fruitore e che non ha mai una sola risposta. “Dionysus Place” è uno spazio polimorfo, aggregante nella sua freddezza settoriale. Schede di fotocopiatrici, circuiti retroilluminati di un verde prato che tuttavia nega l’accesso alla natura; onde fisse, eppure in movimento che in un ritmo triadico scandiscono il fluttuare di un mare tormentato, ma allo stesso tempo ordinato. Sabbia morbida e ondulata sotto la maschera di Dioniso e sotto i satiri che compongono un teatro che nasce dallo stesso spirito dionisiaco.
Il fare dunque: ciò che ogni artista tiene velatamente segreto, ma che rappresenta la sua reale pratica compositiva, il vero e proprio lavoro. Un procedere ricco di sorprese e compromessi. Il fare è un’azione sottilmente qualitativa dove l’immaginazione, dionisiaca, si placa all’interno di una forma apollinea. Una forma che per Jannini è sempre ordinata. Mobile, ma ordinata. Nulla di questo processo ha dei codici definiti, come suggeriva Vitiello, stabiliti una volta per tutte. La tecnica artistica non è mestiere. Perciò lo stesso caos può rappresentare, sotto un determinato punto di vista, il motore dell’arte. Il caos dionisiaco frenato, bloccato in una forma fissa che ammalia.
Ed è proprio sulla fisicità dei materiali (i circuiti, la sabbia, l’argilla, ecc.) e sui mezzi meccanici (i vari tipi di strumenti che piegano il materiale al volere dell’idea) che si costruisce l’arte di Jannini, per arrivare alla produzione di una forma metamorfica nella libertà della sua espressione.

Metamorfosi
È lo stesso Jannini a ricordarci (e qui cito) che “il dio, il grande Dioniso, colui che raggiunge la grandezza nelle metamorfosi, se ne sta lì, immobile, riflesso nella dilatata pupilla dei suoi seguaci, beati ed esaltati. Eppure tra metamorfosi e immobilità c’è una esaltante promiscuità. Tanto più cangiante tanto più immobile nell’atto della visione suprema. Così il movimento annulla se stesso nel risultato finale dell’estrema contemplazione. E la comunione tra il dio e gli adepti suggella la potenza primigenia del soffio vitale che è in tutti noi”. L’elemento della contaminazione diventava gioco della metamorfosi, capace di consentire alla forma di manifestare la propria libertà, che è il risultato di un ordine soggiacente al disordine e di un disordine che solo a tratti sporadicamente prova a riemergere dall’ordine.
Un ordine che è il risultato del contenimento straripante di una pulsione plasmante. Insomma un Dioniso che, con il suo occhio eccitato ed eccitante, mette in moto un mare di ghiaccio e una grande macchina metà rotativa e metà organetto: da rotativa, essa imprime segni enigmatici sulle spalle di un gigante; da organetto suona il lamento della sconfitta (I persiani di Eschilo).
E allora emerge un ulteriore aspetto, imprevedibile nell’ordinata apparenza delle forme, di Jannini: il dolore e la lacerazione. Nulla sembra sofferente se non quelle parole greche che si nascondono ai più.
Chiudo citandolo: “le albe ed i tramonti che si levano sulle nostre città, sui nostri clan, si tingono del colore di un disagio profondo, una irrequietezza che si traduce in angoscia, che cerchiamo di nascondere con le forme più estreme di vitalismo o con i luccichii della tecnologia. Ciò nonostante la risposta all’enigma dell’esistenza resta continuamente disattesa”. Quella ‘tecnologia’ che riluccica nelle sue opere solo perché illuminata artificialmente; quella ‘tecnologia’ che di fatto è inerme, ferma, sconfitta. Sconfitta come i Persiani, perché non dà risposte. Dioniso resta a guardare ricordando che dietro ogni forma, benché compiuta e definita nei suoi contorni, c’è il caos.

Mostra personale di Ernesto Jannini al Teatro Pacta di via Ulisse Dini
Dal 17.11 al 18.12 2017

INFO
PACTA SALONE
via Ulisse Dini 7, 20142 Milano
MM2 P.zza Abbiategrasso-Chiesa Rossa, tram 3 e 15

Per informazioni:  http://www.ernestojannini.it/