Andy Warhol. La classicità della sua "Factory"
di Roberto Pacchioli
Tanti sono gli elementi che fanno di Warhol un artista "classico" nel senso tradizionale in cui l'aggettivo viene usato dalla grecia del V secolo a.c. all'Italia del
Rinascimento. La multiculturalità, il ritorno alle cose semplici, la immediata capacità  di comunicare e far comprendere la propria arte. Ma c'è un altro elemento che pare indispensabile per realizzare la spersonalizzazione anch'essa propria del "classico", e cioè la creazione di un luogo fisico,  (quasi un esercizio pubblico) o comunque permeabile alla gente che passa da quelle parti e vuole vedere, capire e  partecipare (e magari anche comprare).
Per Fidia ci fu la sua officina, quasi una fabbrica, per soddisfare le commesse pubbliche di Pericle.
Per Cimabue, Verrocchio e molti altri la necessità  fu la stessa, quella di creare e vendere "cose" da utilizzare e guardare in un certo modo, ma pur sempre considerate oggetti ai quali l'aura l'avranno data gli altri dopo anni o anche secoli. Le loro officine si chiamarono anche scuole perché  gli indispensabili aiutanti poi ne vennero fuori a loro volta maestri che in qualche caso superarono i maestri: uno per tutti, Giotto.
La Factory di Warhol è nata per soddisfare alle stesse esigenze e si è  sviluppata con le medesime caratteristiche. Si è riferita alle cose anche banali di tutti i giorni evidenziandone la complessa e profonda forza e valenza  estetica; è stata multiculturale perché non ha prodotto un solo tipo di arte ma anche narrativa, poesia, musica, cinema e altro; ha generato maestri che si avvicinarono per imparare e ne uscirono più grandi del maestro, uno per tutti Basquiat.
Il libro fotografico di Stephen Shore raccoglie momenti e situazioni della vita della sua straordinaria "Factory" a 30 anni dalla morte di Andy Warhol.