NO PLACE 2 | Fombio | 12 marzo 2016
di Roberto Pacchioli
No Place come l’opposto di  un luogo definito e deputato; un luogo sì ma fungibile; non raggiungibile senza coordinate geografiche perché non altrimenti indicabile; un luogo che svanisce quando lo si vuole finalizzare e vocare ad uno scopo; in sostanza l’eterno luogo-non luogo  dell’arte.
È difficile usare i tradizionali strumenti  per descrivere e qualificare cosa è poi effettivamente  avvenuto a Fombio nella giornata di sabato 12 marzo 2016 dalle 10 a mezzanotte. Sicuramente è stato un evento nel quale si è prodotta arte nel senso proprio della parola. Più di 300 artisti si sono ritrovati a comunicare attraverso l’arte nel castello Douglas-Scotti di Fombio, una cittadina del lodigiano quasi a ridosso del “grande fiume”. Come avveniva per le fiere quando ancora non erano state canonizzate e dunque non si erano “localizzate” e quando   il luogo  era  in un certo senso complice e parte essenziale dell’idea del “non luogo”.

L’unica traccia di congiunzione  dell’evento  organizzato e al contempo non-organizzato a  “rizoma”   era la luce, di qualsiasi tipo ed origine. Ciascuno dei componenti del gruppo iniziale ha invitato un certo numero di artisti, ognuno dei quali ne ha invitato un altro numero e così via. Il risultato, oltre alla eterogeneità dei partecipanti, è stata la grande qualità determinata dall’assioma che non c’è che l’artista a poter conoscere intimamente della qualità del lavoro degli  artisti che stima rispetta e soprattutto riconosce come tali.
E dunque tantissimi artisti convenuti in un luogo per fare arte, e non solo per mostrarla. Convenuti  sulla reciproca fiducia, e senza altra finalità che non  quella di aprirsi a un  dialogo e ad un  confronto basati sulla curiosità:  questa  la cifra, caratteristica dell’evento. Dialogo  tra diversi strati generazionali di artisti che si sono ritrovati a verificare come sia comune l’intento comunicativo sempre  funzionalmente basato sulla ricerca di senso. Un incontro tra artisti con tutto ciò che può servire a fare il punto sul contemporaneo,  sul perché  del fare arte oggi e su come farla.

Che non si sia trattato della solita “mostra” lo hanno constatato tutti coloro che in qualche modo hanno partecipato a questa  kermesse e  si sono ritrovati immersi  nella folla che ha riempito per tutta la giornata le “stanze” del Castello di Fombio, i due cortili interni , e l’ampio parco che lo circonda.
Si sono incontrati ad esempio, il novello Diogene che ha interpretato  la costante dell’elemento luce aggirandosi  munito di una antica  lampada “a candela” alla ricerca dell’arte; c’è stato un  naufrago che non chiedeva ma  offriva salvezza e ristoro sulla sua zattera e che come opposto da sé, più in la,  intravvedeva  un “venditore” di  “filo spinato” che graficamente forniva le “ istruzioni per l’uso” al fine di impedire il passaggio a quello stesso naufrago una volta che fosse riuscito a trovare terra . C’è stato poi chi ha usato le lucciole come segnale luminoso  e chi ha  posto  luce intermittente e crepitante, “surrogato di fuoco”, per segnare  la presenza di  “reperti archeologici del futuro”. Un’artista  ha organizzato, per un’opera “in progress”, un banchetto, nel quale l’artista-terapeuta accompagnava con  una  manciata di mandorle la richiesta di compilazione di un questionario sulla memoria; chi invece ha iniziato a costituire un vero e proprio archivio della memoria per  documentare  il ricordo di un evento personale “memorabile”. E ancora  sullo stesso versante, memorie familiari che un’artista ha concentrato e “celebrato”  in una “vecchia” foto (scattata a Venezia?) del 1982. C’è stato anche chi ha invocato il  contatto interpersonale con tanto di appello “chiamami” e numero di cellulare. Sullo sfondo del tutto,  musica e suoni di ogni genere da quella tradizionale suonata  da una band sul prato a quello della conchiglia usata come corno,  a quello del ronzio di un ventilatore.

Insomma a Fombio si è fatto il punto sull’arte come strumento ontico connaturato all’uomo per la determinazione della propria identità e del proprio essere confrontandosi con l’altro da sé costituito dai suoi  simili e dal mondo esterno.  Poi, ma solo poi, come ulteriore strumento per “conoscere se stesso”; l’arte per l’artista  e per i suoi “fantasmi”. Fantasmi che decantati e residuati nell’opera generano  “bellezza” per i più o meno consapevoli fruitori.


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