Gauguin al MUDEC: la ricerca nostalgica del Paradiso
di Alice Sarchielli
L’urgenza di creare un’arte nuova, che affonda le radici in un edenico mondo primitivo, si rintraccia in tutta la carriera di Gauguin, come si vede nelle opere esposte al Mudec di Milano; “Gauguin. Racconti dal Paradiso” mostra curata da Line Clausen Pedersen e Flemming Friborg. La mostra è divisa in sezioni tematiche e cronologiche, identificate da tre colori differenti quali blu, arancio e giallo. La prima sezione corrisponde ai primi anni impressionisti dell’artista e rivela il fascino per la campagna francese e per il paesaggio, passione che condivideva con Camille Pizarrò. Già in questa pittura di paesaggio sembra voler ricercare una visione idilliaca ed edenica. Proseguendo per le sale viene rivelata la fascinazione di Gauguin per le culture primitive, che nasce ben prima del viaggio in Polinesia. A Parigi, cuore della modernità e del progresso, nei diversi padiglioni dell’Esposizione Universale del 1889, Gauguin ebbe prova dell’esistenza del primitivo che già lo tormentava e che per tutta la vita contraddistinguerà la sua storia e la sua opera.

Il fascino del primordio e dell’origine in quel contesto storico dipendeva da diversi fattori, quali la critica del progresso, i riverberi della propaganda coloniale e la teoria dell’evoluzione di Darwin. Gauguin, come  Van Gogh che si recò ad Arles o Paul Signac che arrivò a Saint-Tropez,  ricercò una alternativa alla modernità, che avesse le origini nel mito dell’età dell’oro. L’esotismo altro non era che un viaggio mistico a ritroso, verso l’autentico.  Nel caso di Gauguin questa ricerca era fortemente sentita, tanto da coinvolgere la sua stessa persona divenendo una ricerca del proprio “io”. L’origine peruviana della madre, l’adolescenza passata a Lima e l’esperienza di vita come mozzo di mare costituiscono le componenti primitive della sua indole e della sua personalità:
“ho sempre pensato che c’era in lui qualcosa di selvaggio: lui stesso ne era convinto, tanto da risalire a una parentela con gli Aztechi, di cui possedeva una maschera” (Paul Emile Colin)

La vocazione artistica e la ricerca del primitivo lo travolsero a tal punto da lasciare tutto per rifugiarsi a dipingere in Bretagna, a Pont-Aven. Da questo momento il desiderio di evadere non lo abbandonerà più. La sua inclinazione alla sintesi e alla semplificazione trova la spinta decisiva in questo soggiorno grazie a Emile Bernard. La Bretagna, regione costellata di dolmen, menhir, cappelle votive, era un luogo in cui erano ancora vivi i residui di un’identità etnica e culturale ancora non compromessa. In una lettera scritta a Van Gogh del dicembre 1889, Gauguin commenta le sue scelte tematiche, i contadini mandriani, idealizzando una vita primordiale in questo luogo:
“io cerco di mettere in quelle facce desolate quel tanto di selvaticatezza che vedo in esse e che vedo dentro di me. Qui in Bretagna i contadini hanno un’aria da Medioevo e sembrano non pensare proprio che esiste una Parigi e che siano nel 1889.” (Paul Gauguin)

Il viaggio a Tahiti gli offre la possibilità di immergersi totalmente in quella vita primordiale tanto idealizzata, tra forme e colori di un mondo ancestrale, protagonisti  nella sua pittura e nella sua scultura, come si vede nelle opere  in mostra. Ufficialmente partì come incaricato del Ministero dell’Educazione e delle Belle Arti Francese, anche se in realtà egli andava alla ricerca del “Paradiso perduto” dove creare “l’atelier dei Tropici”, desiderio mai realizzato di riunire un gruppo di pittori, uniti da intenti comuni, liberi di creare lontano dal mondo moderno.
Se ben si osserva la sua produzione ci si accorge che le opere più dirompenti non sono quelle realizzate a Tahiti, ma quelle compiute durante i rientri in Francia ed ispirate alla vita tahitiana, come Donne tahitiane sdraiate.

Riportata nella modernità parigina, la realtà tropicale riacquista la sua evanescenza onirica, il suo carattere di sospensione nel tempo: la sua pittura è pura evocazione di ricordo. Il primitivo è così ovunque. Il selvaggio è in Bretagna, in Polinesia, a Parigi e in ognuno di noi, però mai abbastanza autentico, poiché ogni volta corrotto dalla cultura. Lo spazio della memoria sostituisce lo spazio fisico.
Allora ecco che le sue opere non conoscono più distinzione tra decorativo, simbolico, rituale e reale.