“PRIÈRE DE TOUCHER” 4
di Ermanno Cristini
Coordinate 44°35'57.6"N 8°18'07.9”E Frazione Vengore - Roccaverano (Asti)

UNA MAPPA SENZA NORD
Giulia Brivio, Ermanno Cristini
Ermanno Cristini: In questa quarta tappa di Prière de touches la mia preoccupazione è indicare, per nascondere.
È questo il senso della coppia di bussole che si contraddicono nella loro valenza indicale.

Giulia Brivio: Quindi torna a esserci un autore? Forse c'è sempre stato? Questa volta hai scelto di indicare, di assumere un ruolo decisivo nella realizzazione dell'opera. Indicare cosa vedere, cosa cercare, cosa è nascosto, implica una direzione precisa data all'immaginazione dell'osservatore.

G. B.: L’occasione mi è offerta dal nuovo lavoro di Umberto Cavenago, L’alcòva d’acciaio, realizzata per essere nascosta in un piccolo bosco delle Langhe. Non solo L’alcòva è dissimulata nel bosco ma il bosco è ripiantumato, quindi sulla prospettiva essa è destinata a essere sempre più nascosta.
Difficile da trovare, in barba alla sua elefantiasi: ci vuole la mappa.
Dunque si aprono due questioni: una prima riguarda una evidenza che si offre celandosi mentre una seconda questione riguarda l’indicare come modalità del nascondimento.

G. B.: “...mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita...”
Il bosco ha profonde radici in letteratura, è un luogo in cui ci si perde, si perde il senno, ci si rincorre, si è vittima di incantesimi nelle notti di mezz'estate, tutte azioni che mi piace ricollegare al nascondimento. Sono fasi di transizione, di passaggio, di complessità che, nella maggior parte dei casi, finiscono con il districarsi e finalmente si vede la luce.

E. C.: L’alcòva d’acciaio misura poco più di quattro metri per due, alta quasi quattro e pesa circa cinque tonnellate. Sottratta allo sguardo, è come se essa realizzasse una strategia dell’eccesso per fare silenzio. “E’ sempre in un rifiuto della visione diretta che sta la forza di Perseo”, notava Calvino nelle Lezioni americane, e qui accade più o meno la stessa cosa. La forza è funzione inversa della visibilità.
Perché, “svuotato”, lo sguardo si riappropria di una dimensione conoscitiva che invece il “pieno” dell’occhio nega. L’alcòva è un caso macroscopico di esibizione nella sottrazione.

G. B.: Sottrarre, portare via dallo sguardo, mi fa pensare a un'azione di privazione che non associo immediatamente al nascondere. Nascondere potrebbe essere la scelta di non aggiungere allo sguardo? La forza potrebbe essere nell'invisibile, senza che ci sia stato precedentemente un visibile?

E. C.: Si tratta di una visibilità suo malgrado, data dal suo stesso esistere e che, collocata nel bosco, si nega allo sguardo, quindi, appunto, non si aggiunge. Questo mi fa anche pensare, fatte le debite proporzioni naturalmente, ad Amauroto, la capitale di Utopia. La città esiste, ben tracciata e perfettamente organizzata in tutta la sua evidenza, ma il suo nome significa città nascosta. E se stesse proprio nel suo nome la sua verità?
Inoltre per sottrarsi L’alcòva cavalca un paradosso: ricorre ad una mappa.
La mappa è una guida e anche, in una chiave, è la parte sagomata che girando la toppa fa funzionare la serratura. La mappa è la chiave della chiave: è ciò che apre, ovvero è ciò che svela. Ma qui è come se la porta si aprisse su un buio e la mappa agisse da mappa muta.
E’ una contraddizione in termini la mappa muta, eppure forse e proprio per questo essa è la quintessenza della mappa: trattenendosi, si apre ad un orizzonte come campo di possibilità attribuendo all’indicare quella trascendenza che gli deriva dal puntare ad un altrove continuo.

G. B.: La mappa è legata al viaggio, implica una ricerca territoriale o temporale o mentale, la meta diventa l'oggetto del desiderio e il percorso per raggiungerlo si carica di aspettative, amplifica la forze del nascondimento. Nascondere diventa quasi un gioco, ciò che è nascosto si proietta nella nostra immaginazione come un tesoro. Un'azione giocosa e leggera se vogliamo tornare alle lezioni di Calvino.

E. C.: Proprio quella leggerezza è il luogo dove sta L’alcòva con tutta l’evidenza del suo esserci e, per assurdo, di un esserci che è tale tanto più quanto più perde di peso e di dimensioni occultato dal bosco, ed eletto a referente di una mappa muta. È importante seguirla, la mappa, ma unicamente per perdersi nell’abbraccio a una meta sottratta, come se crollassero improvvisa- mente le certezze cardinali che fanno da guida.
Tanto che all’interno de L’alcòva, poi, trova collocazione un’altra mappa: la mappa temporale di Barbara De Ponti. Non ha geografie e si può appena intravvedere, con gli occhi appoggiati al piano di calpestio a 170cm. da terra e confusa dalla natura riflettente della sua materia.
Un lavoro che si nasconde contiene un altro lavoro che si nasconde e il mio indicare si riferisce a cose che ci sono non essendoci.


DELLA MAPPA E SUL METODO
Alessandro Castiglioni

I
In viaggio, guardo tra i miei appunti e trovo:

“La mappa è una forma simbolica che permette di ricostruire in modo sintetico ed oggettivo le relazioni e le proporzioni tra spazi e ambienti. La mappatura è, di conseguenza, un'azione di scoperta, di perlustrazione, di definizione.
Mappare significa scoprire e conoscere, ma anche ridisegnare e interpretare”


“Opere d'arte come mappe: azioni di scoperta e ridefinizione di alcuni particolari momenti, fatti, accadimenti che si intrecciano con l'identità storica e geografica di territori e comunità”.

II
Effettivamente ripenso poi alla differenza, sostanziale, tra la mappa, come speculazione, come astrazione ma anche come immagine (come linguaggio) e la mappa dell'esploratore. Un riferimento in merito è un testo del 2007 di Francesco Tedeschi in cui l'autore aveva parlato chiaramente di azioni di mappatura: Camminare per creare Mappe.

III
Seppur l'esito è affine, i processi messi in campo sono differenti. Una mappa cartografica è un'elaborazione simbolica più o meno affine alla sfera del sensibile. Chi invece scopre per disegnare una mappa compie l'irreversibile azione della rivelazione, sia della scoperta che del nascondimento, dunque.
L'esploratore scopre; così definisce, escludendo e inquadrando una prospettiva sul sapere.

IV
Non va dimenticato in questo contesto il contributo di James Clifford (non è la prima volta che ne parlo e la questione sembra starmi molto a cuore, in questo periodo) per una prospettiva di ricerca in cui il vero cuore dell'indagine antropologica non si situi nella scoperta dell'altro, cioè nella mappa disegnata.
Ma, accantonando l'idea stessa di cultura, nell'antropologo stesso. Il disegnatore della mappa. Come egli cambi dopo il viaggio e la scoperta.
Credo che questo sia il nostro caso. Ci interessano i disegnatori di mappe.