Il destino dell’opera d’arte come provvisorio e come trasformazione
di Roberto Pacchioli
Commentando le distruzioni da parte  dell'Isis delle opere d'arte un noto religioso ci invitava qualche tempo fa a non stupirci più di tanto poiché le stesse cose le avevano fatte i primi cristiani con le opere d'arte che rappresentavano le divinità pagane; c'erano state poi le distruzioni iconoclaste  bizantine e via via i vari rigurgiti integralisti che intervennero pesantemente in diversi modi anche contro le opere d'arte. Il versante laico di questa specie di "confessione" da parte di un religioso cristiano può essere considerato l'intervento al Festivalfilosofia di Modena di  Simone Verde che insieme alle stesse considerazioni di cui sopra che presuppongono l'intervento distruttivo dell'uomo per vari motivi ideologici, introduce altri fattori che fanno diventare inevitabilmente "temporanea" l'opera d'arte. Il tempo è uno di questi fattori e con tutti gli sforzi tesi a conservare le opere d'arte l'uomo non riuscirà mai a tenerle uguali a se stesse per più di tanto tempo. E questo non necessariamente è un fatto negativo visto che la vera "bellezza" dell'opera sta nella sua  contemporaneità, nella sua istanza di futuro e nel suo contenuto creativo e innovativo. La sua conservazione può rappresentare "un messaggio ripetitivo, finalizzato ad inculcare, attraverso la forma unica che vorrebbero dare al reale, un codice di comportamento."
Questi problemi vengono poeticamente trattati in un'opera opera di William Kendridge che si inaugurerà  a Roma il 21 aprile del 2016. Proveniente dalla Biennale di Istambul dove ha fatto un omaggio a Trozkij nella villa che lo vide esule prima di fuggire in Messico,  Kentridge ha elaborato   "Triumphs and Laments" che finalmente, risolti innumerevoli problemi burocratici, potrà  realizzare  sul lungotevere da ponte Mazzini a ponte Sisto. Un'opera realizzata  sul travertino con la semplice  rimozione-pulitura  degli elementi inquinanti.  Un modo di procedere  inversa rispetto alla Street Art tradizionale: in levare invece che in aggiungere. "Levare" l'inquinamento e le reazioni chimiche sul  travertino per far apparire, come in una nuova colonna Traiana, la storia di Roma "ab urbe condita" fino alla "Dolce vita" e alla morte di Pasolini. " Le mie figure - dice Kentidge - svaniranno fino a tornare nel buio. In tre-quattro anni l'inquinamento coprirà di nuovo tutto. Per me è importante che non restino, fa parte del senso del mio progetto: una processione dall'oscurità alla luce con ritorno all'oscurità. Il mondo è il luogo del  provvisorio e della trasformazione." E fa anche un omaggio al primo Keith Haring, quello degli interventi nella metropolitana di N.Y con i disegni sul cartoncino nero affissi provvisoriamente sugli spazi pubblicitari, il suo ideale di street art. "Mi piace un'arte pubblica che non sia vissuta come un'imposizione dall'alto, che non resti per sempre. L'arte pubblica deve interagire con il pubblico che cambia. Come alcuni alberi che hanno bisogno di essere tagliati, così anche le opere pensate per lo spazio cittadino dovrebbero alternarsi e adattarsi al tempo."

TRIUMPHS AND LAMENTS, di William Kentridge
a Roma, Lungotevere da ponte Mazzini a Ponte Sisto
dal 21 aprile 2016