No trace no dance
di Giulia Dellavalle
Diploma honoris causa a Lindsay Kemp

Il dipartimento di Nuove Tecnologie dell’Arte dell’Accademia di Brera ha avuto l’onore di consegnare all’artista il Diploma accademico di II livello in Arti multimediali interattive e performative.
Mentre, come di consuetudine, veniva dichiarato il motivo per cui tale titolo è stato conferito (“Per il fondamentale apporto al dialogo tra i diversi linguaggi dello spettacolo e delle arti in genere”), è accaduto qualcosa di assolutamente non convenzionale: l’artista che a partire dagli anni ‘60 ha trasformato qualsiasi stimolo estetico in una rivoluzione è arrossito.
Classe 1938, Kemp ha vestito i panni di ballerino, attore, mimo e regista.
Alla base del suo teatro-danza totale, che ha avuto grande riscontro in Europa, ma anche in America, Australia e Israele, c’è la sapiente fusione di sensualità, rito, parodia, melodramma, trasgressione e umorismo.
Lo spettacolo è un impulso prorompente che l’artista non ha mai potuto reprimere (nonostante il disappunto della madre): a cinque anni, Lindsay non vede l’ora che suoni l’allarme per deliziare con le sue performance coloro che, come lui, si riparano dai bombardamenti nei sotterranei di Liverpool; a scuola si presenta in kimono o con altri appariscenti costumi; più avanti sfrutta persino il servizio militare come nuova occasione per esibirsi, acclamato dai compagni soldati.
Dichiarata la sua omosessualità al medico ufficiale, è però rinchiuso in un ospedale psichiatrico, dove resterà tre mesi.
Gli incontri della giovinezza sono fortunati e proficui: nasce la Lindsay Kemp Company con la quale porterà in scena Flowers (che trae origine dalla lettura folgorante di Notre Dame des Fleurs di Jean Genet), Salomé, Mr. Punch's Pantomime, Sogno di una Notte di mezza Estate, Duende, Nijinsky, The Big Parade, Alice, Onnagata, Cenerentola, Variètè, Dreamdances ed Elisabeth I.
In seguito, Kemp avrà un ruolo importantissimo anche nella formazione di altri artisti; tra i suoi allievi ci sono Kate Bush, Peter Gabriel, ma soprattutto David Bowie, per il quale concepisce e dirige The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars (pare sia proprio Kemp il mitico Star man “che aspetta nel cielo, vorrebbe venire a incontrarci, ma pensa soffierebbe via le nostre menti”).
Questo diploma honoris causa va a un “artista definitivo”, posseduto da quella pulsione dionisiaca che Lorca chiamava “duende”, un quasi intraducibile “fuoco creativo” che gli permette di esprimere la propria forza spirituale e visionaria, di riempire lo spazio vuoto di forma (danza o segno), di celebrare la vita.
Márquez definì Kemp “il più grande poeta del silenzio”, ma lo stesso artista ritiene che quel titolo sia da attribuire al suo maestro, Marcel Marceau; si dichiara un semplice “ballerino”, uno che danza sul palco, sulla pagina, sulla strada.
Autori inarrivabili come Shakespeare hanno trovato le parole giuste per esprimere grandi concetti e raccontare storie, ma Kemp si sente disorientato dalla moltitudine dei vocaboli: è con i gesti che può comunicare sinceramente perché il linguaggio del corpo non mente. Mentre danza, sente una grande responsabilità, quella di sollevare l’animo del pubblico, che non deve essere spettatore, ma deve essere coinvolto e diventare partecipe.
L’artista prende le distanze dalla danza contemporanea “post-post”: ciò che ha a cuore è quella magia antica in grado di portare chi guarda dentro a un incantesimo (non a caso nella parola “incanto” è contenuto il “canto”); per questo preferisce spesso uno spettacolo in strada al contesto del teatro istituzionale.
Solo svincolandosi dalla significazione rigida del linguaggio e da contorti meccanismi celebrali, solo “abbandonandosi alla danza come un albero si abbandona alla brezza” è possibile essere liberi e viaggiare in altri mondi, insomma: “No trance, no dance”.