Sottofondo italiano
di Giulia Dellavalle
“Sta diventando una cosa impossibile”

Panche in legno, alberi e altalene, non sembra neanche di essere a Milano, eppure Via Cesariano è a pochi passi da Via Paolo Sarpi, dal distretto della moda e dal grattacielo di Garibaldi, che entra nel nostro campo visivo non appena alziamo lo sguardo.
È in questo piccolo rettangolo della città che Giorgio Falco ha presentato Sottofondo italiano, il nuovo libro della collana “Solaris”, appena uscito per La Terza.
L’autore è stato intervistato da Marco Bocciarelli della Libreria del Mondo Offeso.
Fino a pochi giorni fa, guardando fuori dalle vetrine della libreria-caffetteria, era possibile vedere i murales dei writers Pao e Linda: api e fiori colorati, casette e facce sorridenti che animavano i muretti dove abitualmente giocano i bambini del quartiere.
In quest’ultimo libro, Falco cala la propria biografia in un contesto più ampio che non è il mondo che ci circonda, ma il mondo che ci sta sotto.
Da ragazzino che vive immerso nella cappa culturale degli anni ’70, l’autore si trasforma in giovane uomo.
Prima di potersi dedicare esclusivamente alla scrittura, Falco è impiegato come delegato sindacale in una grande azienda, dove ha modo di osservare la struttura sociale dall’interno, accorgendosi di come essere in un sindacato sia ormai “fuori moda”.
Perché occuparsi dei diritti di persone che sono le prime a disinteressarsene?
Questa frase ricorre e si impone nel pensiero comune, acquistando più potere dell’impegno stesso.
“Sta diventando una cosa impossibile”, è invece ciò che il padre di Giorgio ripete ogni sera dopo essere tornato a casa dal lavoro e che dà il la al romanzo.
La vicenda personale si cala nel “sottofondo”, l’unica dimensione collettiva sopravvissuta a una decade così complessa e, cioè, l’insieme di quelle frasi che rimangono, di quelle espressioni dei media che diventano narrazioni, di quella cattiva lingua che pervade le nostre vite e che costituisce l’unico elemento aggregante dei nostri mondi individuali.
Quella che parliamo, dunque, è una “lingua del sottofondo” che via via dà forma a un “noi” spettrale, in cui le nostre singolarità rimangono impigliate senza entrare in contatto.
È l’esperienza inquietante che ci propongono alcuni programmi televisivi, quando siamo sollecitati dalle registrazioni di “risate” e “applausi” a reagire applaudendo o ridendo a nostra volta, in un preciso momento.
Fingere approvazione quando è giusto applaudire, fingere di ridere quando è giusto ridere: nessuno ci ricorda, però, che la “laugh box” ha un’origine militare e che fu, infatti, opera dell’ingegno di un americano, reduce della Seconda Guerra Mondiale.
Non accorgersi di questi meccanismi linguistici e sociali, equivale a diventare ciechi e a seppellire i nostri reali bisogni a favore di uno sguardo imposto dall’alto.
È ciò che è successo all’associazione “Bella Milano”, un gruppo di cittadini volontari che, nell’ottica di ripulire la città dai danni dei black bloc, ha coperto i murales di Pao e Linda a colpi di spazzolone.
Gli animi degli abitanti del quartiere si sono accesi, in particolare dei genitori dei bambini i quali, uscendo da scuola, non hanno più trovato le api e fiori, ma una piatta superfice rosa. Pulita.
Questo eccesso di zelo non stupisce se si pensa ai tanti fazzoletti verdi che sono stati disseminati nelle zone centrali per il nostro sollazzo domenicale, mentre ettari ed ettari della periferia sono stati distrutti per erigere enormi strutture e fabbriche di denaro.
La morale del megafono e della spugnetta sembrava aver trionfato, ma il Comune è stato costretto a scusarsi e chiedere al writer di rifare il murale: Pao ha accettato.
Ciò è accaduto perché i cittadini hanno aperto un varco nel “sottofondo”, hanno seguito l’insegnamento di La Pietra per cui “Abitare è essere ovunque a casa propria”, hanno capito quando non era giusto applaudire e ridere.
La letteratura, l’arte in genere, come ha giustamente ricordato alla presentazione Daniele Giaglioli, autore di Stato di Minorità (nella collana Solaris di La Terza, come Sottofondo italiano) può essere concretamente utile nella misura in cui crea nuovi immaginari da cui possiamo trarre nuove soluzioni.
La realtà si conosce nel momento in cui la si trasforma, ciò può avvenire se rifiutiamo la “lingua del sottofondo”, se usiamo l’arte per recuperare il nostro sguardo originale, solo così essa può acquistare senso.
Non resta che aspettare il nuovo murale.