LA BIENNALE È NUDA!
di Roberto Pacchioli
La formula  della Biennale di Venezia è ormai da tempo superata

Nonostante la sua grande esperienza e le ottime intenzioni per rilanciare la Biennale d’Arte di Venezia neppure Okwui Enwezor ci è riuscito. È la dimostrazione che è impossibile, se permane la sua vecchissima formula, risollevarla dall’ormai costante declino.
Se è vero infatti che è la capostipite di tutte le Biennali che sono fiorite ovunque nel mondo è anche vero che la sua formula, nata ormai due secoli fa, non ha più senso né riesce a darne all’arte che presenta. La sua divisione in padiglioni nazionali, dotati tutti di totale autonomia, la rende ingestibile da parte del curatore, indipendentemente dalle sue indubbia capacità, come nel caso di Enwezor, e per tale motivo è divenuta sempre di più simile ad una Fiera campionaria dove ogni nazione mostra il suo prodotto. Quella che all’origine era la sua caratteristica originale e vincente, oggi, con il mondo completamente globalizzato, non ha senso alcuno.
Da molti anni alcuni curatori, i più accorti, hanno tentato di superare questo limite, attraverso la proposizione di un tema. Questa soluzione, in astratto molto forte, si è rivelata invece inutile e comunque velleitaria perché ogni padiglione nazionale, affidato per lo più a curatori nazionali, mai si è curato di adeguarsi, o solo riferirsi, al tema proposto dal curatore “ufficiale”.
Sempre nell’intenzione di superare questo vero e proprio vicolo cieco qualche decennio fa Achille Bonito Oliva che uscì dai “Giardini” rendendosi autonomo dalle varie strettoie e dai tanti vincoli. L’iniziativa ebbe un successo storico ed è stata fruttuosa di risultati che permangono ancora oggi; ma le resistenze dell’“apparato” a che l’esperimento fosse allargato a tutta la manifestazione, creò una dicotomia che anzi si è estesa, sicché le “Biennali” a Venezia  sono ormai tante.
Questo spezzettamento ha anche avuto un ulteriore effetto, quello di “autorizzare” la creazione durante la Biennale, di un numero infinito di “eventi” che ad essa in qualche modo si richiamano e che tutti insieme creano l’effetto non tanto della Fiera Campionaria di cui sopra ma di un vero è proprio suk-chic che nulla ha a che fare con l’arte.
Dal suk-chic al salotto mondano-economico-pseudoculturale il passo è breve. Anzi più che un salotto in effetti è un vero e proprio cortile frequentato da  finti mecenati, da personaggi vari tutti in cerca di patina culturale e da veri “mercanti nel tempio” per la propria autopromozione purificatrice da un lato e sfacciatamente pubblicitaria dall’altro. Il tutto sulle spalle dell’arte.
Con il  richiamo al Capitale di Marx, messo al centro della sua Biennale, il curatore “ufficiale” Okwui Enwezor, ha assolto, magari solo per il principio della eterogenesi dei fini, al suo compito ufficiale  di darle, anche se “a contrariis”, una identità, urlando, educatamente e metaforicamente, quello che accade sotto gli occhi di tutti ma senza che nessuno dica nulla: la Biennale è nuda!
Occorre dunque ripartire da sottozero. Buttare all’aria la vecchia formula che tanti danni ha creato, superare i padiglioni nazionali, i “Giardini” vari, e spandersi per tutta la città. Con ciò facendo un bagno di umiltà, rinunciando alla vecchia primazìa semplicemente e puramente in favore dell’arte, solo dell’arte. Operazione a Venezia certamente impossibile e comunque oggettivamente difficile data la tendenza del “mondo dell’arte” a fagocitare e metabolizzare tutto; tanto, ad esempio,  da mettere ormai a rischio un’ istituzione come Documenta che è basata su questa formula. Basta ricordare il modo scomposto, becero, insultante, rumoroso, apertamente ostile  ed anche esplicitamente offensivo, con il quale quello  stesso “mondo dell’arte”  accolse tre anni fa la relazione-presentazione di dOCUMENTA(13) della curatrice Carolyn Christov Bakargiev.