Forme e sostanza nella contemporaneità
di Roberto Pacchioli
Al Castello di Fombio, fino al 3 maggio 2015
> Introduzione alla mostra

Nel preannunciare questa mostra al Castello di Fombio, nel lodigiano, abbiamo anticipato quella che sarebbe stata una delle sue caratteristiche,  e cioè il dialogo tra le varie contemporaneità, quelle del passato come l’architettura stessa del castello fatta di varie stratificazioni di stili, quella delle sue “stanze” decorate da affreschi patinati dal decorso del tempo e la contemporaneità delle opere degli artisti partecipanti.
L’essenza dell’arte è onticamente connessa con la contemporaneità perché attiene al rapporto quotidiano dell’uomo con il mondo  la cui conoscenza origina dalla progressiva percezione  della propria identità e sua differenza rispetto alle “cose stesse” che lo circondano. Quello che viene definito opera d’arte non è altro che il residuo di questa attività sensoriale derivata da continue stratificazioni di senso.
È per questo che l’arte non ha nulla di assoluto ma è la rappresentazione piena della relativizzazione e della contestualizzazione della conoscenza.
Nulla è cambiato dunque da quanto l’uomo della preistoria faceva quando metteva il palmo della mano sulla roccia e la spruzzava di terra colorata per lasciare la sua impronta, o, in maniera più organizzata rappresentava sulle pareti delle caverne scene di caccia. Si trattava della  stessa intenzione  estetica ed etica di un “quadro” o di una “scultura” dei nostri giorni.
La consapevolezza “filosofica” di questo processo naturale è stata acquisita tra la fine del ‘700 e gli inizi dell’’800 quando il pensiero fu abbastanza maturo da invertire la prospettiva. Alla “rivoluzione copernicana” di Kant, alla sua cesura con l’assoluto e la metafisica, alla sua estetica trascendentale come presupposto della possibilità di conoscere seguirono pensatori come Baumgarten ed altri che costituirono l’estetica come scienza. Tra questi vi è stato chi, ad esempio Solger, ha riflettuto in modo particolare su questo aspetto particolare e “necessario” dell’arte, quello di essere relativa, di “lavorare” sulla differenza con l’ assoluto usando l’”ironia”.
E quello dell’ironia può ben essere dunque uno dei piani di lettura del lavoro degli artisti che hanno partecipato a questa mostra e che andiamo brevemente ad elencare.
Turi Simeti che con le sue  “estroflessioni”  poggiate alle pareti affrescate su grezzi tavoloni, cattura la luce radente proveniente dall’esterno a formare silenziose e misteriose architetture di ombre derivate da dinamiche torsioni della tela.
Renata Boero che pratica da un verso  l’arte primordiale mischiando colore puro alla  semplice terra, dall’altro quella drammatica e complessa, intimamente barocca, della “piega” che imprime alle tele.
Umberto Cavenago che presenta, nel rigore geometrico del parallelepipedo (con ruote) e della sfera cubica, il proprio autoritratto. L’altezza del primo è infatti pari alla sua e la sfera iscritta nel cubo, che rivendica il titolo dell’opera  e vuole uscire dallo spazio in cui è costretta, è la sua testa.
Maria Chiara Zarabini che ha tratto calchi dal suo corpo e li ha adagiati su sabbia presa dal Po, che scorre lì vicino,  sintetizzando in questo modo l’intimo rapporto dell’uomo con la natura.
Maurizio Arcangeli che presenta “Una scultura” stesa sul pavimento con le stesse le lettere dell’alfabeto che compongono queste  due parole,  così innestando un cortocircuito spiazzante tra le parole e quello che  è il  significato che gli attribuiamo.
Lorenzo Mangili con le sue selle (di bici , di moto?) fatte di vetro, festosamente colorate e ornate di  fiori; è la sua particolare rappresentazione della primavera in stretto dialogo con un affresco avente lo stesso soggetto primaverile presente nella sua “stanza”.
Guglielmo Aschieri, che denuncia le grandi ingiustizie di un mondo che non trova pace e affamano uomini e soprattutto bimbi, rappresenta gli ultimi e le loro vicissitudini  utilizzando l’antica tecnica del “fondo oro”, materiale, a un tempo incorruttibile e strumento eterno di corruzione.
Alessandro Zenone che ha chiamato nella sua “stanza” al castello di Fombio i suoi “Angeli” testimoni quotidiani della sua esistenza, delle sue giornate come delle sue notti, dei suoi sogni, dei suoi risvegli.
Paolo Sandano, alias “Olinsky” che ci invita (anche lui) a vedere il mondo da un’altra prospettiva con animo libero e ingenuo attraverso gli occhi di un personaggio stilizzato che ci ricorda un   mite “eroe” dei fumetti.