Contro l'infelicità
di Ernesto Jannini
“Contro l'infelicità. L'Internazionale Situazionista e la sua attualità” è il titolo della raccolta d' interventi critici curata da Stefano Taccone, “giovane ed infaticabile critico militante” -come lo definisce Peppe Buonanno nella Presentazione- a cui sta particolarmente a cuore il rapporto che intercorre tra l'arte e la politica. (Per il lettore interessato consiglio vivamente altri titoli dello stesso autore, tra cui: “Hans Haacke. Il contesto politico come materiale (Plectica, Salerno, 2010)e il più recente, “La contestazione dell'arte (Phoebus, Casalnuovo di Napoli, 2013) presentato da poco al Mart di Rovereto).
Partendo da “Far retrocedere dappertutto l'infelicità”, una mostra documentaria tenutasi al BAD Museum di Napoli e dal summenzionato ciclo di conferenze, che ha visto impegnati alcuni tra i maggiori studiosi del movimento situazionista a livello internazionale, Taccone ha dato prova di sé agitando le acque chete della critica nostrana. Il giovane critico ha riproposto alcune tematiche che risultano tuttora fondamentali e che, a suo tempo, furono affrontate da Guy Debord e dai suoi compagni.
I punti nodali dell' I.S. sono stati rievocati sinteticamente, ma con efficacia da Pino Bertelli, Enea Bianchi, Martina Corgnati, Sergio Girardi, Anselm Jappe, Gianfranco Marelli, Enrico Mascelloni e Pasquale Stanziale.
Da tutti i relatori viene rimarcata la figura irriducibile di un Debord lontano dalle lusinghe di coloro che si illudevano di entrare facilmente nel suo cerchio magico. Pensiamo alla lunga collaborazione avuta con Raoul Vaneigem, autore del celebre “Trattato di saper vivere ad uso e consumo delle nuove generazioni”(1967); quasi un bestseller in quegli anni, e forse, proprio per questo causa della sua  espulsione dal gruppo.
Accusato di eccessivo giacobinismo Debord non fa una piega e fino all'ultimo -come sottolinea Mascelloni- “...resta un po' l'unico grande guardiano della sua purezza rivoluzionaria e, se vogliamo, della purezza rivoluzionaria tout court.”
Come tutte le anime pure Debord ha voluto affrontare di petto il problema sociale, deponendo nel mondo dell'arte, una delle grandi antitesi del novecento: il passaggio dall'avanguardia artistica all'avanguardia politica (conciliabilità o inconciliabilità tra “impegno” o “poesia”). E quindi quel “superamento dell'arte”  -se si vuole dell'estetico circoscritto, per taluni autoreferenziale, come ci avverte Taccone nell'introduzione- che trova la sua risoluzione nella fusione di ambiti non più separati, poiché storicamente determinati dall'avvento della pressione del capitalismo avanzato. Un moloch, quest'ultimo, contro cui combattere, e che Debord reputa responsabile del costante furto dell'anima, della libertà dell'individuo, al quale è lasciata l'illusione di proiettare le sue aspirazioni più profonde nella scintillante dimensione dello spettacolo. Dunque una scissione tra il soggetto e se stesso -come ci avverte Pasquale Stanziale- precisando che “la separazione è dunque tra il vissuto e la sua rappresentazione, ovvero la rappresentazione tende ad accumularsi ed a predominare sul vissuto che, nella società capitalistica, viene sempre di più a marginalizzarsi e a diventare, nella sua verità, solo il momento di una rappresentazione totalizzante che sappiamo falsa.”
Ancor prima della fase della fondazione dell'I.S.(nata a Cosio d'Arroscia in provincia d'Imperia nel 1957), Debord (attratto dal Lettrismo di Isidore Isou) si avvale comunque di mezzi estetici, governati dal principio del “détournement”, abilmente applicato nei suoi film (Urla in favore di Sade,1952; Sul Passaggio di alcune persone attraverso un'unità di tempo piuttosto breve,1959) opere che secondo Bertelli “praticano e allargano la critica radicale della civiltà dello spettacolo” e che tendono a “trasformare, contaminare, riorientare la percezione della visione filmica e fare dello spaesamento poetico (la costruzione delle situazioni) il grimaldello estetico per il rovesciamento di prospettiva di un mondo rovesciato.”
L'intuizione di Debord, sviluppata su una critica feroce alla società capitalistica, prende le mosse dall'analisi marxiana della merce, trasformatasi nell'eterea ed insidiosa sostanza dello spettacolo, tuttora responsabile in massimo grado dell'acquiescenza della coscienza contemporanea. Partendo da Hegel, dal Marx influenzato dal concetto di alienazione di Feuerbach e, non ultimo, da “L'uomo ad una dimensione” di Herbert Marcuse, Debord scrive “La società dello spettacolo”(1967), che influenzerà le generazioni di giovani che approderanno al maggio francese del sessantotto. Con lui collaboreranno Asger Jorn,e l'architetto Anton Constant provenienti dal gruppo Cobra; il piemontese “uomo di campagna” Pinot Gallizio di cui Martina Corgnati ci offre uno splendido ritratto, rivedendo un raro filmato prodotto dalla Rai nel 1963.
L'obiettivo per l' I.S. non era quello di evadere dalla civiltà del progresso tecnologico e del capitalismo, ma di “ridare dignità al termine sociale” -come sottolinea lucidamente Enea Bianchi- partendo dall'interno, creando un nuovo ordine di situazioni, sostituendo al linguaggio dominante una pratica rivoluzionaria. Nessuna delega della coscienza, quindi, o dei propri talenti e delle aspirazioni più profonde, nessuna second life dove è assente un orizzonte effettivo di felicità, di una vita vissuta autenticamente. Un monito per tutti ed un impegno a far retrocedere dappertutto l'infelicità, per riprendere in mano le redini della nostra condizione umana e non soccombere -come avverte lucidamente Bertelli- ad  “una società sclerotizzata, mediocre e votata alla propria rovina nel più volgare e stupido dei cieli: quello della tirannide finanziaria.”

Stefano Taccone (a cura di): “Contro l'infelicità. L'Internazionale Situazionista e la sua attualità.”
Edizioni: Ombre Corte/Cartografie  2014
Euro 10,00
ISBN: 9788897522935