En plein art. Una mostra per la città, nella città
di Cristina Muccioli
Oggetti comuni trasformati, inseriti nel flusso del discorso estetico, nella contemplazione del paesaggio urbano. In estrema sintesi, la mostra di arte pubblica di cui si tratta è questo.
En plein art è l’esempio concreto, sotto gli occhi (davvero) di tutti, di come avere un problema, essere in crisi per dirla tecnicamente, sia talvolta un’occasione creativa altrimenti impensabile, e irrealizzabile, come quella di allestire in una città storica, sede di vestigia romane con pedigree Unesco, una mostra di arte pubblica con quarantacinque nuove opere. 
Fastweb ha installato a Brescia numerosi armadietti per la manutenzione della banda ultralarga. Erano e sono necessari in una società aggiornata, ma costituiscono un problema percettivo. Sono puri ingombri, per gli occhi, non hanno un design esteticamente pregevole, ma perfettamente funzionale. Il Comune con Laura Castelletti e la Soprintendenza ai Beni Architettonici e Paesaggistici con Andrea Alberti e Gabriella Musto,  si mostrano aperti alla necessità di migliorare l’acceso alle reti web, e sensibilmente vigili sulla questione dell’impatto visivo.
Compito delle Soprintendenze non è museificare un insediamento civile, limitarsi semplicemente a conservare il meglio possibile i reperti, ma quello di avere e prendersi cura del contesto abitativo esistente e in divenire, compendiando le esigenze pratiche con quelle estetiche.
L’essere umano ‘abita’ le sue città, non si limita a registrarvi dati anagrafici. Tra gli esseri viventi è l’unico ad abitare (lo spazio privato come pure quello pubblico). Abitare è un rafforzativo del verbo habeo, avere in latino. Abitiamo quando possediamo, affettivamente e culturalmente, un luogo, e quando il luogo stesso ci possiede in qualche modo, determina il nostro stile di vita.
Come tutelare dunque l’arredo urbano di Brescia?
Di qui l’occasione, l’idea di Enrico Bonomini, pubblicitario, di non nascondere né mimetizzare i contenitori di fibra ottica, ma di farne opere d’arte.
Gli armadietti urbani sono diventati supporto, come può esserlo una tela o una parete, di un’opera d’autore. Ventiquattro artisti diversi per età, mezzi espressivi, ricerca visiva, alcuni drammatici, altri ironici, visionari, figurativi, astratti, metafisici, sono stati invitati da chi scrive e da Paolo Bolpagni con il timore fondato, soprattutto per quelli ampiamente storicizzati, di un rifiuto a causa della mancanza di compenso. L’adesione e l’impegno di tutti, invece, sono stati entusiastici, generosi.
Progettate e realizzate, le opere sono state fotografate, stampate su pellicole adesive speciali e antimbrattamento, e applicate ai contenitori. Ristampate poi in risme di fogli rilegate e sfogliabili come un grande blocco, sono state esposte su tavoli allestiti nel salone della Soprintendenza. Il pubblico, individuate le opere del cuore, poteva staccarle dal blocco, farsele autografare dall’artista presente per l’inaugurazione, e avere un’opera firmata per sé. L’epoca della riproducibilità dell’opera d’arte si riappropria di aura.
Brescia è diventata un caleidoscopio di colori e figure che non la sopraffanno con misure gigantesche, non la sviliscono nelle sue parti più antiche, ma anzi la valorizzano in una nuova densità di significati.
En plein art è quindi una mostra collettiva per la città, in città, per le sue strade e nelle sue piazze. Per visitarla è bene avere con sé una mappa, come se il contesto fosse una grande Galleria a cielo aperto. Da che il Vasari nelle celebri Vite (Le vite de’ più eccellenti pittori, scultori e architettori ) del 1548 descrisse per Firenze i suoi monumenti principali, ogni città si è organizzata, al pari del capoluogo toscano, per fornire una mappa in cui evidenziare le strade, i percorsi, che li mettessero in comunicazione nel modo più breve. Tutte le altre parti del tessuto urbano, vitali e ricchissime di storia, sono state lasciate inesorabilmente in ombra. Col tempo la mappa diventa un congelamento topografico del territorio. Diventa nient’altro che la fotografia aerea del posto (F. la Cecla, 1988).
La cartina che è contenuta all’interno del catalogo di En plein art, invece, arricchisce i percorsi tradizionali, moltiplica i punti di interesse, nutre la curiosità del passante, del turista come dell’abitante, per godere in piena libertà di un’altra opera d’arte, o per cercare e segnalare un autore a lui caro. Adesso, passeggiando dalle parti di via XXV aprile o di via Indipendenza, potreste imbattervi in un ricamo a uncinetto dai colori pastello. Si tratta dei lavori di Donata Lazzarini. I motivi, ricami stilizzati, che si ripetono ordinatamente, sono addolciti da un gusto dolcemente retrò, che ne mimetizza l’impianto schiettamente strutturalista. I poligoni merlati possono essere facilmente contati, invitano a farlo, in altezza e in larghezza. Attribuire a qualcosa un numero significa pensarlo in termini matematici, e concepirne l’essenza a partire dalla relazione ordinata tra le parti.
Le stesse partiture modulari, replicate con intervalli misuratissimi, sono quelli di Paesaggio di Arianna Ferrari (Via Milano e Contrada del Carmine), che fonde - non confonde - con grazia, natura e artificio. Gruppi simmetrici di cirri bianchissimi, speculari, attraversano un cielo di un celeste intenso, quasi blu, adagiato su uno scampolo di prato verde chiaro, acceso di luce. I due elementi sono connessi, il caso di dire, dalla luminosità, dai riverberi e dalla tecnologia che li rende possibili, incursioni di fragrante irreale nella realtà. Sempre di Ferrari è un cucciolo di leonessa che guarda attonita un distesa di cielo lilla arabescato da due piccole, nuovissime costellazioni. Non sono stelle sparse, appunto, ma costellazioni, tali per la connessione che sussiste tra loro. C’è altra natura evocata in maniera tanto inaspettata quanto concorde da altri artisti diversi per stile, formazione, poetica. Il decano della scultura italiana Pietro Coletta attracca in via S. Faustino con una delle sue famose barchette, in cui lo scafo è un pezzo di ferro recuperato dalle macerie della Milano post bellica, e la vela è una rete metallica sagomata come fosse gonfia di buon vento, di speranza per salpare di nuovo; poco lontano Coletta ha lasciato l’immagine di un lampo dipinto: guizzi dorati e scie repentine di azzurro che sprigionano da una delimitazione di rette perpendicolari, confine e soglia di un campo energetico semichiuso, o meglio semiaperto.
E poi, ancora mare, episodi di navigazione onirica, metaforica.
Eugenio Moi rievoca la sobrietà della ritrattistica arcaica rielaborata nel Novecento, con le sue inquadrature ravvicinate. L’acqua è coagulo di pensiero per una donna che l’ha in mente, adagiato in una pozza. Il suo volto ne diventa segno particolare (via G. Mazzini). A caricarselo sulle spallucce, con tanto di minute ondine con cui i bambini disegnano l’acqua, è il Fantolino portamare, che fa della nostalgia, del desiderio impossibile, un episodio di semplice e toccante tenerezza (via Cesare Battisti).
Poco lontano, in via Saffi, troverete Variazioni sulla velocità di abbandono di Patrizia Novello. Da lontano l’immagine appare nera e compatta, ma avvicinandosi si scorgono fibre fittamente addensate che lasciano trapelare indizi di chiarore. Novello ha intriso dei fili nel pigmento puro, li ha tesi sulla tela e con indugio ossessivo e necessario li ha fatti vibrare, uno a uno. La tensione e il lieve, preciso movimento hanno lasciato cadere della polvere come una traccia. Tutti insieme i filamenti fanno corpo, offuscano, soffocano il respiro che è stato tolto loro in un momento di dolore sordo, pervasivo. Quelle di Novello sono narrazioni che non hanno fine, ma un fine, in questo caso catartico, liberatorio. Per avere impressione del respiro, dell’abbandono e del sollievo, si cammina sino a via Calatafimi, dove il nero scolora, arretra fino a lasciare un ampio alone bianco, vuoto, leggero. Si potrebbe anche fare il percorso inverso. All’artista stava a cuore omaggiare la città per una ferita che l’ha stravolta, cui ha reagito senza mai dimenticare, serbando tracce indelebili, polveri depositate. Il suo ermetismo è pudore, compostezza silente che non rinuncia a esprimere.
Parla la lingue dei nativi digitali Roberto Casti con Open Brescia in Contrada del Carmine, che immortala il gesto più comune rubato a un’elite: quello di fotografare, di inquadrare - un QR Code - con il proprio telefonino. Ѐ uno dei modi di accedere alle informazioni e di condividerle stando all’aperto, in movimento.
Per Antonio Capozzi (P.le Brusato; via Apollonio) l’eleganza scorre sui fili neri, che immagina disegnare una silhouette a clessidra, originata dai punti di innesto (Snowclone to wire, Snowclone to connect). Il nitore bianco dello sfondo restituisce bellezza arcaica a un dettaglio tecnico, fa affiorare in superficie l’interiorità dell’armadietto: trasformandolo lo riafferma appieno nella sua originaria natura e funzione. Gianfranco Milanesi ironizza sulla forma a parallelepipedo degli armadietti e li trasforma in un lingotto d’oro luccicante (Gold, 999,9; via F. Cairoli) e in una libreria con le mensole che reggono volumi. Il particolare che la rende intrigante, a parte il tromp l’oeil, è che i libri, appoggiati in un disordine familiare, sembrano essere oggetto di effettiva consultazione, non di arredo o scenografia, come tristemente fanno le enciclopedie inquadrate alle spalle di saputi personaggi televisivi (via Pozzo dell’Olmo).
Di soave inganno si ammantano anche via dei Mille e via Chiassi, con le opere di Nicolò Tedeschi. Da vicino sembrano pattern nati dal caso e dal caos. Allontanandosene, invece, le immagini si fanno nitide, e intercettano la sorpresa di chi le coglie. Bocche aperte e occhi sbarrati per due primissimi piani ricavati dai frame del film Journey to the seventh planet, di Sidney Pink. Un puntinato che strizza l’occhio a Roy Lichtenstein, uno stupore, un sentimento di meraviglia che restituisce il moto d’animo - più dinamico dello stato - che diventa l’augurio per l’esito di questa mostra.
Cito in chiusura una frase di schietto entusiasmo tratta dal testo di Paolo Bolpagni: “Perciò io li ringrazio tutti: Maurizio Arcangeli, Francesco Arecco, Fabio Bix, Maurizio Bonfanti, Clara Bonfiglio, Pino Campanelli, Alessandro Capozzo, Roberto casti, Pietro Coletta, Annalisa Di Meo, Arianna Ferrari, Raul Gabriel, Armida Gandini, Marco La Rosa, Donata Lazzarini, Igino Legnaghi, Gianfranco Milanesi, Eugenio Moi, Patrizia Novello, Luciano Pea, Paolo Nicola Rossini, Giovanni Sabatini, Giovanna Strada, Nicolò Tedeschi. E ringrazio chiunque vorrà dire la sua (…).