I Film Astratti
di Claudio Zanini
I miei film astratti risalgono all’inizio degli anni ’80.
In quel periodo, con il mio amico Giuliano Bartoli, lavoravo a delle azioni teatrali (performances) in gallerie e spazi espositivi, in occasione di mostre e altre manifestazioni. Mettemmo anche in scena vere e proprie pièces teatrali della durata massima di un’ora, dove agivano soprattutto dei mimi (vista l’inadeguatezza vocale degli attori, tutti amici che performavano gratuitamente). Si puntava molto sulle luci, sulle scarne scenografie e sulle approssimative ma geniali coreografie. Eravamo dei dilettanti, degli splendidi dilettanti, con tutti i limiti e la libertà creativa che il termine comporta. Appassionati, ingenui e con poca pecunia. Ricordo uno di questi “spettacoli”, la sera in cui giocava l’Italia contro la Germania, in un circolo Arci (lo spettacolo non la partita). Otto stupiti spettatori, tra cui i figli del segretario del circolo (cresciuti, penso, nell’odio per il cosiddetto teatro d’avanguardia). Comunque, all’epoca eravamo molto meglio della famosa compagnia Raffaello Sanzio, migliorata molto, nel frattempo, e tuttora operante. Delle nostre esibizioni non sono rimaste che sporadiche e frammentarie (e forse contraddittorie) testimonianze. Infatti, dopo uno spettacolo, La ferita purpurea, forse troppo intenso e gravoso per certuni, non rividi più alcuni amici. In compenso altri, ben più attrezzati, li sostituirono.
In una di queste azioni sceniche, 50 minuti, un personaggio percorre un nastro sul pavimento in equilibrio come un funambolo, contro un vento turbinoso che lo ostacola. Quindi, compie il percorso a ritroso con il vento che lo sospinge e trascina quasi impedendogli di fermarsi. Un lungo telo faceva da sfondo alla camminata, che durava 50 minuti. Su questo telo, ricordo che proiettammo un filmato realizzato da un’auto in corsa, quindi spostando di sbieco il proiettore ottenemmo una bizzarra e affascinante immagine anamorfica e allungata, vorticosa e quasi astratta. Questo non fu che un primo passo.
In seguito, proprio in occasione della famigerata Ferita purpurea, nel 1987, dietro l’azione dei mimi c’era un grande schermo trasparente, dove immagini realistiche erano alternate a filmati astratti. Gli attori agivano davanti e dietro allo schermo, trasformandosi in ombre che apparivano e sparivano. Alla fine, nello schermo si apriva una crepa che inghiottiva i personaggi.
In altre occasioni incrociammo e sovrapponemmo filmati diversi. Insomma era molto divertente e stimolante.
Ho già accennato al fatto che i nostri attori, sebbene generosi e non sempre adeguati, recitavano gratis, quindi non si poteva pretendere un affabulare corretto e stentoreo da parte loro. Occorreva quindi riempire lo spazio dell’azione con una colonna sonora adatta. Ascoltai diversa musica, soprattutto elettronica e scoprii musicisti come Brian Eno, Terry Riley, Giörgy Ligeti, i Tuxedomoon, i Tangerine Dreams e Klaus Schulze. Musica ideale per comporre “piani” sonori continui e coinvolgenti. Un effetto straordinario si otteneva se queste basi venivano interrotte da pezzi di Satie, del Chopin quasi astratto e perfino di certi frammenti di cantate barocche tedesche.      
Dopo questa esperienza pensai di realizzare dei film astratti svincolati dall’impiego scenografico.
Avevo visto i film di Richter, il Balletto meccanico di Leger, i film di Norman Mclaren ma nessuno che operasse direttamente sulla pellicola. Solo oggi (29.01.2015) mi è capitato di vedere per la prima volta i film di Stan Brakhage, realizzati in questo modo.

Il lavoro sulla pellicola (super 8) consiste, per quanto mi riguarda, nel ricoprirne la parte sensibile con una vernice per stampa, non sempre con la medesima densità, in quanto, variandola, si possono ottenere macchie e sfumature. Quindi, impiegando diversi strumenti, quali punteruoli, chiodi, taglierini, carta vetrata, e altri, i più disparati, si graffia, gratta, incide la vernice, con gesti diversi a seconda dell’estro momentaneo. In tal modo si aprono varchi, buchi, feritoie, fessure attraverso cui filtra la luce.
La colorazione di gran parte della pellicola è ottenuta con l’impiego di pennarelli indelebili. Tuttavia, se si lavora su una pellicola a colori già impressionata, sul supporto restano sempre frammenti d’immagine, cromatismi, figure fantasmatiche e paesaggi vaghi che appaiono qua è là, quasi irriconoscibili. Nell’ultimo lavoro, della metà degli anni ’90, si intravedono diverse inquadrature del film Moby Dick di John Huston.

Il metodo di lavoro consiste nell’operare con gli strumenti acuminarti e taglienti su pezzi di pellicola di un paio di metri per volta, previa mascheratura con la vernice coprente. Procedevo alternando sequenze trattate in diverso modo e con differenti dominanti cromatiche. Quindi, con una piccola moviola manuale, tagliavo e montavo secondo l’ispirazione del momento. Si potrebbe parlare di film gestuali (forse un’ispirazione proveniva dalla action painting americana, Pollock, Kline), dove si esprimeva un gesto minimo, quasi microscopico, ma ripetuto, volendo, all’infinito. Si mostrava, in questi brevi filmati (il più lungo è di 9’31’’) il cui ritmo è costante, il divenire inarrestabile delle forme (minerali, vegetali, siderali, subatomiche, cellulari, ecc.) il loro mutare, sparire, riaffiorare in un convulso dinamismo senza conclusione, una magmatica creazione senza scopo; il pulsare della luce che filtra dai buchi, dalle fessure in fibrillazione, dalle linee vibranti, dalle fratture; la luce che, soffocata dall’oscurità, ne affiora, si dibatte in un perenne corpo a corpo, in una perpetua metamorfosi. Il tutto racchiuso in un frenetico spazio temporale (9’31”), entro un frammento di tempo che precipita per ritornare su di sé, angusta e perturbante immagine dell’infinito (direi quasi dell’eterno ritorno).
A proposito del ritmo costante, devo confessare che si tratta di una scelta imposta, cui ho fatto buon viso, anche perché è questo ritmo ipnotico a conferire il senso d’inarrestabile emorragia temporale. Comunque, per i miei strumenti dilettanteschi, rappresentava un limite invalicabile, costituito dalle velocità fisse di proiezione del mio proiettore super 8. Avrei desiderato variare il ritmo delle immagini, rallentare, fermare per un attimo, velocizzare, dominare il tempo con una scansione programmata, invece ero (e sono) vincolato a velocità e ritmo fissi.
Le musiche che accompagnavano questi quattro film (3 degli anni 86/87 e l’ultimo degli anni 90) e che si sentivano da una fonte separata dal proiettore (che, tra l’altro, faceva un notevole rumore meccanico ma, in un certo qual modo, affascinante, di meccanismo vivente), poiché la pellicola non era dotata di banda per il sonoro, sono di Klaus Schulze. I brani, tratti da Time wind, Bayreuth return e Whanfriend.
I film sono stati proiettati, a volte tramite CD, altre con il proiettore tossicchiante, in diversi spazi e luoghi di mostre ed esposizioni; presso il Politecnico di Milano, nel corso di Paesaggi Urbani tenuto dall’architetto Piero Pieri.


NOTE BIOGRAFICHE

Claudio Zanini è nato a Trieste. Si è diplomato in Pittura all'Accademia di Belle Arti di Brera e laureato in filosofia all'Università Statale di Milano, con la tesi "Il concetto di Spazio nelle avanguardie contemporanee e in Paul Klee". Ha insegnato Storia dell’Arte e Discipline Pittoriche in vari licei milanesi. Ha partecipato a diverse mostre di pittura, personali e collettive, in Italia e all'estero. Insieme ad altri artisti milanesi, ha fondato, nel 1983, il gruppo "ATELIER”. Si è, inoltre, occupato di scrittura critica, teatrale e cinematografica. Ha realizzato diverse azioni sceniche e performances: La ferita purpurea (1986) e L’enigma dell’ora (1987), ispirata all’omonimo dipinto di De Chirico.

Claudio Zanini si occupa anche di letteratura. È stato finalista al Premio Guido Morselli di Varese per il romanzo, nel 2009, nel 2010, nel 2011 e vincitore dell’edizione 2012 con Il polittico della città di T. Ha pubblicato vari racconti, tra cui, per bambini, Il talento di Uk. Con la casa editrice Bietti di Milano, “Il posto cieco”, “Nero di seppia” e, recentemente, “La scimmia matematica”. Inoltre, la raccolta di poesie inedite “Ansiose geometrie” presentata al convegno “Cultura e matematica”, Venezia 2013. Nel medesimo anno ha vinto il Premio Fogazzaro 2013 con tre brevi racconti. Sue poesie appaiono in diverse pubblicazioni e sono state tradotte in inglese sul n. 9 della rivista Traduzionetradizione.