"L’urlo e il fruscio" di Maria Chiara Zarabini
di Cristiana Rigobello
Il suo è un grido silenzioso ma assordante, una trascendenza verso l’interno.
Vulve, tante vulve, diverse per forma, colore, dimensione... paiono essersi auto generate.
Vibrano di una energia endogena che si percepisce chiaramente.
Maria Chiara Zarabini ci dà la possibilità di compiere un percorso, che è stato il suo e ci viene offerto, un percorso che si osserva come l’acqua di un ruscello e ci incuriosisce, ci invita a seguirla.
Cere, ceramiche bianche, smaltate e bronzee dalle linee sinuose, calamitano la nostra attenzione su di esse, come a volerne esplorare le parti più nascoste, accarezzandole, toccandole appena per scoprire tutti i loro profili.
Immobili ma sacri e sinuosi stimolatori di senso. Erotici fiori capaci di ardere al tocco, si moltiplicano, per tornare al loro ideale.
Una ricerca nei profondi abissi della psiche e di una dimensione atavica, senza la paura di perdersi in ciò che non si conosce ma con il desiderio di scoprirsi, con la determinazione di accettare ogni aspetto del nostro essere, lontano dalle imposizioni e dalle forme preconcette dei cliché. 
Maria Chiara Zarabini si svela, si ri-vela con l’intimità di una voce che non teme di urlare, di farsi sentire, con la consapevolezza di avere una e mille voci. Aprire l’abisso dell’originario e non temere di riflettersi al suo interno.

…Amplificare la mia voce come un urlo primordiale, inspiegabilmente ampio,
quasi inesauribile […] amplificare la voce come ANIMA.[1]


e ancora:

Vagine campane sovradimensionate per diventare come un oggetto
fantastico... una sorta di pozzo nel quale si può cadere...[2]


Gridare il proprio essere e voler esserci – far udire la propria voce, impalpabile ma potente, come campane che parlano con il suono dello spirito animato dal soffio del vento. E allora ecco forme portatrici di suoni essenziali, come i tintinnabula in bronzo il cui richiamo è concreto, vitale e capace di incantare con una concentrazione interiore che non siamo più capaci di avere.

Verificare diversi materiali e la loro sonorità...
lamelle antropomorfe che oscillano fanno rumore... un rumore non per
scacciare il malocchio come per gli antichi romani, ma per far sentire la
nostra voce...


È la creazione della vita come presentazione del generante, non soltanto alludendo ai numerosi culti della grande Dea Madre, ma attraverso un’autoproclamazione dello stesso organo femminile che esige di riacquisire la dignità che gli spetta.
L’Urlo e il fruscio ha visto Maria Chiara Zarabini impegnata nel corso di diversi mesi - non soltanto una gestazione ma anche un travaglio lungo e faticoso, che ha partorito l’originarietà di questo simbolo con modalità tanto diverse ma tutte necessarie, com’è lo stile della stessa artista; una poliedricità espressiva mossa dall’urgenza, da una necessità che, invadente e rumorosa, esige di essere espressa con tutte le lingue dell’arte.

Se la vulva è regale dominatrice e costante presenza de L’urlo e il fruscio, essa si fa simbolo di indagine e conoscenza anche nel video che accompagna il lavoro, in cui Maria Chiara – con le sembianze di una ninfa - eterea e terrena, sublime e passionale, si accompagna con rispetto al ruolo dell’acqua come soglia di una nuova fase di consapevolezza, tanto alta ed universale quanto profonda e spirituale. Acqua Misteriosa e Divina, Acqua Viva o Acqua di Vita, Acqua Eterna, Fons Perennis[4]. L’artista non si muove, bensì danza con mani e corpo - nell’esplorazione di se stessa, percorrendo con le dita il più intimo autoritratto. Indagine fisica e mentale, in cui le energie della trasformazione fluiscono libere e senza ostacoli. Una via che trascende il confine Io-Mondo e che nel momento del significato conosce l'unità di corporeo e spirituale, coincidenza di microcosmo e macrocosmo. E' il primo principio dell'insegnamento ermetico, quello dell'Unità. “La formula che vi corrisponde, la troviamo già nella Crisopea di Cleopatra[5]: 'Uno il Tutto - εν το παν'[6]”, mentre nella Tabula Smaragdina leggiamo: 'Ciò che è in alto è come ciò che è in basso, e ciò che è in basso è come ciò che è in alto, per le meraviglie di una cosa unica' - principio già espresso nei testi greci 'Tutto ciò che possiede il macrocosmo, anche l'uomo lo possiede'[7].
La via della Corrente è aperta.
Dissociazione, purificazione e ricostituzione.
Zarabini si fa ispirare e condurre anche dalla sua vita notturna, onirica, un mondo di ombre che poco conosciamo ma alla cui onniscenza non possiamo sfuggire. Da quel grande serbatoio di esperienze ed emozioni, desideri e ricordi che è l’inconscio, Zarabini si fa guidare senza paura ma con gratitudine e curiosità. In un frammento racconta:

sogno pomeridiano... la pietra ripida sulla quale scivolavo da bambina dopo anni consunta e senza asperità...
discesa come vertigine visiva ed esistenziale...
gara di discesa a pancia in giù con ruotine nel palmo della mano di una serie di “concorrenti” che percorrono una discesa costituita da pedane di legno che ricoprono alcune fontane di Roma come quella di piazza di Spagna...
il corpo disteso ad aderire al suolo scivola verso il basso non provando nessuna forma di dolore, come se non ci fosse nessun attrito...
discesa come sensazione dinamica di graduale abbandono del suolo...
[…] scivolano le vagine... come un abbandono e una ricerca di libertà [...]
in fondo allo scivolo altro gioco infantile... l’acqua...[8]


L'artista è conscia che la strada della sua indagine autobiografica possa essere spesso oscura, confusa e tortuosa. La posta in gioco, tuttavia, è alta. Una sorta di processo alchemico tramite il quale è possibile accedere a saggezza e consapevolezza superiori, sfruttando positivamente le continue metamorfosi che accompagnano l’uomo nel suo tortuoso cammino.
Essere, sentire ed esprimere, nell’universalità di una voce.
Liberazione che si fa chiave per un ritorno al vero Sé, quando Corpo e Anima imparano a parlare, sussurrare, gemere e urlare - con il soffio del medesimo fruscio.


(1) Appunti tratti da M. C. Zarabini, Diari 2013-2014, riflessioni di marzo 2013.
(2) Appunti tratti da M. C. Zarabini, Diari 2013-2014, riflessioni di marzo 2013.
(3) Appunti tratti da M. C. Zarabini, Diari 2013-2014, riflessioni di marzo 2013.
(4) J. Evola, La Tradizione Ermetica, Roma, 1971, p. 46.
(5) Codice Marciano, Ms. 2325, f. 188 b; anche Ms. 2327, f.196.
(6) J. Evola, op. cit. p. 36.
(7) Olimpiodoro, testo in CAG, II, 100. Si veda J. Evola, op. cit., p. 41.
(6) Appunti tratti da M. C. Zarabini, Diari 2013-2014, maggio 2013.