Le macchine semplici di Umberto Cavenago
di Roberto Pacchioli
L'alcòva d'acciaio di Umberto Cavenago
Il 6 dicembre 2014
alle Officine Rebuzzi di Gorlago (BG)

Il luogo di questa “mostra" è un’officina metalmeccanica, e questa “diversa" collocazione reca in sé la chiave di lettura di tutta l’opera di Umberto Cavenago.
Prima di tutto l’ironia creativa e lo spiazzamento che contraddistinguono l’artista.
Scegliere un’officina per una “preview" equivale a smitizzare l’aura dell’opera e a riportarla alla sua pura cosalità. Lo spiazzamento ironico parte proprio dal il titolo preso in prestito da quello originale cui si ispira. Definire “alcòva" un pesantissimo manufatto (di acciaio “Cor-Ten” nel caso di questa scultura) la dice tutta sugli intendimenti dell’artista che ironizza, superandolo, l’ambito "minimal". Proprio in ragione dei plurimi contenuti significanti dei suoi lavori egli si pone all’opposto della poetica di quella corrente artistica che non è certo basata sui diversi piani di lettura.
Altro elemento spiazzante ed ironico lo si  individua nel contrasto esibito e comunque evidente tra la caratteristica propria dell’oggetto rappresentato e la sua presentazione nella forma artistica. Nel caso de "L’alcòva d’acciaio" infatti l’ispirazione è tratta dall’"avveniristica autoblinda Lancia-Ansaldo 1ZM con la quale si gettò verso il fronte nemico" il futurista Filippo Tommaso Marinetti nella Prima guerra mondiale. Il mito della velocità, dunque, contro la pesantezza e inamovibilità della scultura. Lo stesso dicasi, ad esempio, per un altro soggetto caro a Umberto Cavenago, quello dei pattini a rotelle: tutti in acciaio a spessore e con le “rotelle”, anch’esse di acciaio pieno e che, per di più, si sfilano facilmente dagli assali in quanto senza “fermo”. Il simbolo della leggerezza e della possibilità, per chi li calza, di una corsa  armonica simile al volo, contrapposto a quello della  pesantezza dell’acciaio e, anche in questo caso, dalla pratica impossibilità di fa muovere i pattini e comunque di farli scivolare senza che le ruote si sfilino.
Ci viene in mente che proprio in questi giorni Stephen Hawking ha lanciato un fondatissimo allarme: le "macchine intelligenti" che già ci governano, ci governeranno completamente  in un futuro sempre più vicino. Umberto Cavenago, sul presupposto che la sensibilità dell’artista arriva a certe conclusioni prima degli scienziati, questo allarme lo ha già lanciato da tempo. È tutto nel suo “ritorno” a macchine semplici, e inoffensive per l’intelligenza dell’uomo, tanto da essere molto difficilmente utilizzabili. Va iscritta, in questo “ritorno”, tutta la sua  “poetica” che è quella della assoluta non contaminazione del pensiero dell’artista; artista che pertanto non deve andare oltre la progettazione dell’opera, la cui realizzazione è demandata in toto all’esperienza manuale dell’artigiano. È lo stesso “metodo” che ha originato l’arte in occidente. La separazione netta e  completa tra l’idea-progetto e la sua realizzazione era infatti il  principio implicito nell’arte della Grecia di Pericle, principio al quale, rigorosamente, si attiene oggi Cavenago.

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