"Think and live"
di Cristina Muccioli
Maurizio Cattelan e Fausta Squatriti: la morte tra goliardia esorcistica e sensibilità pensante.

La modalità curatoriale della mostra di cui si dirà tra poco, è cannibalica. Fedele e pleonastica rispetto all’ossessione per la morte che ha caratterizzato tutta la produzione di uno dei curatori, artista italiano di fama mondiale, aggiunge l’ingrediente lessicale escrementizio a sottolineare la coprolalia che da tempi non sospetti lo denota: la rivista da lui fondata si chiama "Toilet paper”.
Nulla contro, né condanne moralistico perbeniste in agguato. Soltanto l’impressione della ennesima legittimazione del proprio feticcio identitario attraverso l’appropriazione tematica dell’opera di altri artisti. Gli animali impagliati, il cavallo dalla testa mozza che balza nel muro, la bara con la riproduzione delle spoglie dell’artista, i bambini impiccati all’albero più antico di Milano sono il ghigno esorcistico durato una carriera, e duro a morire, davanti alla fascinazione cupa, morbosa, ossessiva e seducente della morte. Tutto è già deciso sulla traccia della sua modalità di ricerca, della sua espressività.
Prima di condividere alcune considerazioni sulla mostra "Shit And Die" allestita nel palazzo Cavour a Torino e inaugurata il 6 novembre 2014, non è irrilevante segnalare le intenzioni, prima degli esiti del progetto. Scelta tra le cento frasi scritte dalla luminosità policroma e sgargiante del neon da Bruce Nauman ("One Hundred Live and" "Die", 1984) l’imperativo a defecare e a morire che titola la grande mostra diventa "pars pro toto".
Con l’evocazione dell’escremento e della morte già nel chiassoso titolo, i curatori Maurizio Cattelan, Myriam Ben Salah e Marta Papini hanno voluto essere sovversivi rispetto a un mondo-mercato dell’arte percepito come patetico, inautentico, imborghesito, conformistico e civilizzato sino al diabete intellettuale da zucchero morale e pare, anche, esorcizzare lo spettro della morte con la generosa "mise en scène" della sua putrescenza di tendini anneriti e ossa ingiallite, con la sua sorda e sordida fenomenologia di mancanza di senso. Perché dunque, deducono i curatori, dovrebbe averne la vita? In fondo, annuncia Cattelan con poderosa capacità di sintesi “qualsiasi cosa una persona possa fare, vivrà, cagherà e morirà. Noi, voi, Camillo Benso di Cavour, Nietzsche, Gigi Buffon”.
Curiosa, anacronistica esternazione: il nostro mondo -occidentale - è già culturalmente e politicamente organizzato intorno alla certezza della morte e al costante tentativo di rimandarla.
Sono comunque, quelle contenute nel quasi aforismatico parlar chiaro di Cattelan, premesse teoriche svelative, senza le quali - confesso - non saprei come altrimenti interpretare il succedersi di sequenze fotografiche in bianco e nero, molto "seventies", vintage, “carine” e civettuole, di quando una ragazza coi codini, dedita al consumo di frutta tropicale per impratichirsi di "fellatio", faceva femministico scandalo (Natalia LL), con veri e propri archivi del porno e dell’anatomia comparata (con cose, nomi e animali per rievocare i giochi dell’infanzia - non di Cattelan credo -) e con un po’ di Oriente, di quello che non guasta mai, che fa etnochic, calore e colore: mi riferisco ai tappeti stesi di Aldo Mondino, o al "Tapipardo" di Roberto Gabetti e Aimaro Oreglia d’Isola.
Si irride con spirito dispettoso, più che oltraggioso, l’illustre proprietario del palazzo, Camillo Benso Conte di Cavour, rievocato attraverso il suo studio messo feticisticamente sotto cellophane e suscitando il più scontato scarto tra i dipinti tardo ottocenteschi che ne ritraggono l’austerità pensosa, elegante e mai sfarzosa, e l’assedio di corpi sguaiati, osceni, sfatti, lordi e nudi. Nudi come solo gli esseri umani possono essere, a differenza di ogni altro animale sottoposto al reintegro di sostanze nutrienti e all’espulsione delle scorie. Considerazione di chi scrive, non dei curatori della mostra con il loro riduzionismo orgiastico.
C’è lo sberleffo irriverente a tutta la Torino che conta, “okkupandone” gli spazi edilizi con la goliardia sguaiata dei topi quando i gatti escono. Un quadrettino sgargiante mostra, come una foto ma con il compiacimento lezioso dell’artiginato pittorico, le nozze di un rampollo degli Agnelli, con Silvio Berlusconi alle spalle a imbrattare e imbruttire - l’etimo è lo stesso - la soavità gioiosa del candido convolo. Marchionne è stravolto da George Condo con due ghigni dentuti che fanno il verso a quello inventato da Bacon sulla faccia urlante di Papa Innocenzo X. La Littizzetto, maltrattata come figurina istituzionale, e Piero Angela bersaglio facilissimo della tv generalista, si trovano lei un altro orifizio al posto della bocca e il viso madido di cerone e mascara, lui la testa paralizzata in un sorriso e sotto vetro.
C’è il citazionismo storico. Si mostra lo scheletro di un professore di anatomia, per mantenere viva l’arte a buon mercato dello sghignazzo facile: pure lui, il sapientone che ha campato studiando le ossa altrui, non si è ridotto che a questo: le ossa, le sue. Certo, la vita è crudele, la morte non distingue per titoli tra allievi, corpi morti sui tavoli settori, dotti medici e sapienti. Sennonché Giacomini Carlo - è il nome del medico, che col suo scheletro ha vinto l’anonimato e l’oblio della morte - era così consapevole di avere un equipaggiamento osseo tale e quale a quello dei cadaveri che studiava, da voler lasciare se stesso, consunto, a disposizione dell’istituto per cui aveva lavorato, in cui aveva trovato un senso, una direzione, uno scopo per cui campare. Ancora un po’ di morte che fa l’occhiolino al sapore documentaristico? Voilà: una teca zeppa di teschi e una bella forca, in legno buono e tirato a lucido, appartenuta al Museo di Antropologia Criminale Cesare Lombroso.
L’oggetto è autentico, e può suscitare interesse e emozione per chi non ne ha mai visto uno, ma confonde le idee sull’impatto che Lombroso ebbe sulla vita politica e sociale del tempo, non solo italiana, non solo torinese. Impressionante non è lo strumento di morte dell’epoca, ma le tassonomie e le immagini che le supportano, relative ai criteri identificativi delle varietà dei criminali a partire dai dati somatici. Più spaventoso e significativo di una forca, così comune per l’amministrazione della giustizia, è la sua antropologia criminale, la sua pseudoscienza venerata come insuperabile, descritta nelle pagine de "L’uomo delinquente", per esempio.
Passando al concettuale, corre l’obbligo di segnalare le pareti fatte di dollari (40.000) che accolgono il visitatore all’ingresso. L’installazione è di Eric Doeringer. Convincente il titolo: "The Hug" (l’abbraccio) e il coerente allestimento, a ferro di cavallo, che sormonta imperioso la monumentale scalinata interna del palazzo. Sono i due elementi che salvano l’opera dall’accusa di plagio, molto probabilmente. Infatti, proprio il torinese Gianni Colosimo aveva tappezzato il meneghino PAC con bigliettoni da un dollaro, mentre Hans-Peter Feldman si affrettava a riecheggiarlo con una una ciclopica installazione al Guggenheim di NY utilizzando banconote per 100.000 dollari: quanto aveva vinto allo Hugo Boss Prize nel 2010; Tom Molloy nel 2009 fissava al muro uno sciame fittissimo di aeroplanini di carta (moneta, si intende, da un dollaro) simulandone lo schianto - sottile allegoria del destino funesto riservato a tutti i bulimici e miopi Scroogies - mentre Gianni Motti faceva piovere banconote (Euro, questa volta) dai soffitti della Galleria Astuni di Bologna: una pioggia silente ma eloquente di 80.000 euro.
Oltre che ripetitivamente soporifero, non sarà un tantino nostalgico, più che dissacratore, il ricorso alla carta moneta in epoca di smaterializzazione spinta, in cui il danaro è virtualmente racchiuso in un’algida tesserina di plastica, e trasferito in piccole come in gigantesche quantità via invisibile cavo? Insomma, come può la provocazione diventare un classico, senza fare nemmeno lo sforzo di rivisitarsi?
Che cosa sovverta l’arte, quando è arte, diventa chiaro a chiunque abbia fatto un’autentica esperienza estetica nella sua vita. A chi, leggendo una poesia, si accorgesse non senza smarrimento, che il significato di qualunque parola letta, anche tra le più comuni (ossi, seppia, coccio, bottiglia, cicala) non corrisponde alla somma dei suoi significati, né originari, né etimologici, né acquisiti dalle più diverse e corrive pratiche linguistiche.
Ma torniamo al linguaggio visivo, cosiddetto. Penso a una mostra coraggiosamente contemporanea a quest’ultima edizione di "Artissima" con il suo padiglione cavouriano. Penso a "Memento mori", di Fausta Squatriti, in corso alla Galleria Weber & Weber, a pochi passi e a siderale distanza formale e contenutistica da "Shit N Die". "Memento mori" è anche il titolo di una grande opera su carta: un disegno minuziosissimo, cesellato a matita, in cui pare di udire il fruscio leggero del profilo della mano sul supporto, di spiarne i movimenti sapienti del polso, la pressione alternata delle dita a infittire gli stami carnosi di gigli ora dischiusi come sipari a inizio spettacolo, e ora avvizziti, debolmente resistenti in un ultimo saggio di danza. Un teschio che si mimetizza compiaciuto nelle sue assonanze botaniche, è più rassicurante di una rosa che fu, e non è più. Mezza calva di petali, mezza testardamente avara di una bellezza (sfiorita) testimone di tempi orgogliosi, regali, quando il gambo artritico e puntuto di spine sembrava il suo scettro. Eccola l’anatomia patologica del simbolo incarnato della bellezza, colto in punta di matita mentre si trasforma nella sua stessa turpitudine, massimamente coinvolto nella metamorfosi che scandalosamente continua "post mortem."
Squatriti espone, tra altre opere, i suoi Libri d’artista. Tra questi, uno è titolato “In Memoria". Il titolo in bronzo è - qui sì - provocatoriamente vezzoso, scintillante, ambiguo, stampigliato in un frivolo e scolaresco carattere corsivo sulla custodia fredda di metallo grigio, a proteggere come un forziere ciò che è a rischio di oblio. L’opera è dedicata a trentasei cittadini torinesi imprigionati nel Carcere Le Nuove nel 1942, a causa delle leggi razziali, quindi colpevoli di essere nati, di essere ebrei, di essere e di esistere. Trentasei brandelli di stoffa appartenuti ai loro indumenti sono affiancati da un fiore disegnato dall’artista, in omaggio all’identità di ciascuno negata dalla divisa carceraria. Ed ecco la sovversione di un oggetto comune: una sedia, una come tante, di legno, né bella né brutta. Quella sedia però esonda e tracima da qualsiasi definizione e funzione ci venga in mente. Non è simbolo di riposo, né di pausa, né di studio, né di pranzo. Incarna il dolore in ogni fibra di legno, invece. Ѐ la sedia su cui venivano eseguite le operazioni chirurgiche. Ѐ l’ignobile sostituta di un lettino, insospettabile design della violenza. La lamiera era il materiale utilizzato a contenere le ceneri dei detenuti. Nel farsi carico della memoria, Fausta Squatriti la produce, ne fa opera all’opera, la rende vitalmente intersoggettiva: "Think and live", potremmo scegliere tra le frasi di Nauman a proposito.
Non c’è forca che tenga.
Non è la trovata, non è l’ispirazione né la vaga “poetica” a sostanziare questi lavori, ma la ricerca scrupolosa negli archivi, l’attenzione devota a particolari che nessun libro di storia potrebbe restituire, la caccia agli elenchi per risarcire con un nome e un cognome vite negate in vita; per far sì che un teschio possa fiorire, “bello tondo” come non l’avevamo mai percepito, leggero e alveolato come un pizzo a maglia larga, libero da quelle semplificazioni omologanti per cui l’occasione decide una volta per tutte, che si tratti di una mascherata ad Halloween, o di una mostra che si fregia del più ambizioso dei superlativi: Artissima.