Il reale che ci circonda
Tutti gli artisti presenti alla mostra collettiva organizzata al Castello di Fombio (Lo), ripartono dalle "cose stesse", metabolizzano il 
reale che li circonda e si concedono solo alcuni riferimenti soggettivi od oggettivi alla storia dell'arte. Non praticano più l'ironia dell'assemblaggio del lavoro di chi li ha preceduti, quando, qualche decennio fa molti avevano ripreso a  teorizzare, che tutto era già stato fatto e detto e dunque l'ennesima versione della "morte dell'arte" e con essa del pensiero.
Non più la spersonalizzazione  dell'opera per vestirla di panni altrui;  la scelta dei "padri" ha solo un  riferimento culturale, o di metodo di lavoro o costituisce un punto di partenza o motivazione della propria ricerca.
Ad esempio Davide Muggiana dichiara di amare il surrealismo quale strumento interpretativo della seconda soglia della  realtà.
Paola Dansi cita una frase di Vincent Van Gogh sulla "necessità" che spinge l'artista a "fare  arte" che, anche nel suo caso, è quella di andare oltre il primo schermo, la maschera, la "rappresentazione".
Miriam Peroni parte da precisi  e volutamente riconoscibili schemi “pop” per arrivare all'opposto e cioè ad un  profondo e poetico  lavoro di natura concettuale tutto giocato sull’eros quale prima soglia della conoscenza sensoriale.
Valentino Ciusani affronta con  piglio espressionista il mondo-donna, a significare implicitamente il punto di partenza obbligato di chi vuole "conoscere": lo stesso eros  esplicitamente dichiarato da Miriam Peroni.
Andrea Albini coniuga il presente, visto come  violenza denaro in un turbinio che offusca la percezione, con il nitore di tratto e di segno del "passato” indicato nell’arte classica stilizzata e sfumata, assunta quasi come sogno o ricordo.
Andrea Baldi privilegia il colore, in alcune opere selvaggio, in netto contrasto con i temi ed i soggetti che richiamano invece alla riflessione ed alla ricerca della pacificazione interiore o in quelli con riferimento al terzo mondo, alla forza ed alla gioia interiore quasi a  denunciare i mali oscuri della nostra società cosidetta occidentale.
Tutti hanno risposto senza problemi alla proposta di una mostra, quale  questa di Fombio, che ha un tema preciso (“L’uomo, la donna”) e dunque  “difficile” con implicazioni  quasi necessariamente "figurative". Segno certo che l'arte non era arrivata, con l'astrattismo e il concettuale, alla sua rarefazione sino alla scomparsa dell'oggetto, del feticcio ed anche  dell'opera. La figura non fa più paura a questi artisti perché sono consapevoli che stanno contribuendo insieme alla "ripartenza" da diversi punti di vista. In comune, chi lavora alla figura, (così come chi lavora al tema della natura, chi privilegia l'arte di strada, nelle sue varie versioni, ecc.) ha  con gli altri l’urgenza del confronto con il reale da scoprire nella sua essenza attraverso un processo di progressivo disvelamento, di ricerca e attribuzione di senso, con operazioni di carattere propriamente estetico.