A Firenze, alla Galleria dell'Accademia la mostra "La fortuna dei primitivi. Tesori d'arte dalle collezioni italiane tra Sette e Ottocento"
Questa mostra, curata da Angelo Tartuferi Gian Luca Tormen e Ada Labriola ha il grande pregio di spiegare come e dove nascono le raccolte d'arte che poi si istituzionalizzeranno nei musei generalisti come il Louvre che adesso è uno dei più grandi e importanti del mondo ma che all'origine non era altro che una collezione.
Raccogliere arte all'inizio fu una necessità determinata dalla ricostruzione dei luoghi, per di più religiosi, come ad esempio i conventi e chiese, dove le opere si trovavano. La stessa decisione di passare dalla vecchia basilica paleocristiana di S. Pietro all'odierna basilica vaticana, provocò in soggetti come Jacopo Grimaldi quella che fu chiamata "pietas documentaria" e le sterminate raccolte dei cardinali Francesco Saverio Zelada e Stefano Borgia alla fine del '700. Qualcuno attribuì il fenomeno, ad un certo punto della nostra storia, allo "straordinario rimescolamento di opere d'arte provocato dalle rivoluzioni europee, dalla secolarizzazione di conventi, dalle dispersioni di gallerie illustri e dalle confische repubblicane e napoleoniche".
La mostra di Firenze è composta di 42 sezioni ognuna dedicata ad un collezionista-raccoglitore e in questo modo parzialmente ricostituisce le vecchie raccolte.
Il filo conduttore è costituito dal libro di Giovanni Previtali cui i curatori rendono omaggio utilizzandone il titolo.  
Il sottotitolo era "Da Vasari ai neoclassici" e infatti la mostra spazia dal Beato Angelico ai Pisano, da Cosmè Tura ad Antonello da Messina, da Piematteo d'Amelia ad Andrea Mantegna.