La contemporaneità di Paolo Conte
“Io crederei solo ad un dio che sapesse danzare”. Ernesto Capasso cita questo frammento di Nietzsche come sottotitolo di un capitolo del suo libro su “Paolo Conte, il viaggiatore dei paesaggi cantati” (Arcana, pagg. 239, euro 17,50). E’ da questo versante che vogliamo fare alcune riflessioni sull’opera di Paolo Conte cercando di seguire il sentiero della “pasiòn” di cui è intriso il saggio di Capasso. Ecco: non riusciamo a immaginare uno scritto su Paolo Conte senza il presupposto della comunanza quotidiana con i suoi versi e con i percorsi ai quali essi ci conducono o che soltanto ci indicano; per essere ancora più chiari non riusciamo ad immaginare una qualche “Fenomenologia di Paolo Conte” proprio perché Paolo Conte, da vero poeta quale è, è tutto quanto sono i suoi versi, le situazioni che rappresenta, i ricordi che evoca, le profondità a cui attinge e che riporta alla superficie nel mistero della parola dai molti  significati e rimandi.
Le parole di Nietzsche, riprese da Capasso illustrano un’ atmosfera “basica” di Conte, quella della danza, ma servono per descrivere tutto il suo lavoro permeato dall’estetica intesa come metafisica del quotidiano. La danza, anche per Conte, si identifica con l’essere, con l’attimo vissuto (“c’è stato un attimo in cui mi son sentito niente”), con i rapporti umani (“se nel mio passo hai avvertito un’inquietudine”), con la sensualità originaria (“che toglie le calze alle femmine”), con le percezioni sensoriali (“da lei saliva afrore di coloniali… da lui di cuoio”) ma anche con il mondo esterno (“come le drogherie di una volta che tenevano la porta aperta davanti alla primavera”), mondo che, tutto intorno all’uomo, “sventola e danza”.
Paolo Conte ci aiuta a capire perché la danza è l’arte delle origini, la prima espressione artistica dell’uomo perché basata sul suo stesso corpo, e che dunque costituisce la sua eterna “illusione di capire, con l’arte, il vivere e il morire”.
Nulla di più attuale e contemporaneo. La  danza infatti è oggi al centro dell’arte contemporanea tanto da essere  stata collocata come fulcro dell’ultima edizione di Documenta dalla sua curatrice Carolyn Christov Bakargiev e “usata” come esordio poetico del suo saggio di presentazione letto alla conferenza stampa inaugurale il 6 giugno dello scorso anno.