Franco Fontana FULL COLORS, il linguaggio del colore
di Sabrina Raffaghello
È in corso a Venezia a Palazzo Franchetti la mostra antologica di Franco Fontana Full Colors a cura di Denis Curti.
Nell’universo di Franco Fontana il colore la fa da padrone. Le proporzioni, la prospettiva, la verità: tutto si piega alla centralità del colore.  Due sezioni tematiche, dedicate ai paesaggi degli esordi e alle successive ricerche urbane, compongono un panorama brillante, in cui l’uomo ha un ruolo minore. La figura umana non sempre trova spazio nella composizione. Se è presente, dovrà comunque adattarsi, non protagonista dell’immagine ma dettaglio in una composizione, presente come ombra o evocato da forme antropomorfe.  A partire dagli anni Sessanta, Fontana fotografa oltre cinquant’anni di paesaggi, panorami, dettagli materici. Staccandosi dal neorealismo, dall’attenzione verso l’uomo e la realtà, dalle suggestioni del bianco e nero, l’artista modella la sua attività ricercando una prospettiva diversa, inusuale. Evidenziando particolari inattesi, colori e associazioni cromatiche, giocando con le geometrie, Fontana spinge la sperimentazione fotografica verso la modernità. L'immagine acquista ritmo grazie a giochi di linee e luce, i piani sono sovrapposti, la realtà è estesa, può divenire impossibile.
Full Color è una collezione emblematica dell’estetica di Fontana: la rappresentazione della realtà dipende non solo dall’oggetto stesso, ma cambia in funzione della prospettiva di chi la racconta “Non esiste quello che vedete, esiste quello che fotografate”. La fotografia sottolinea un dettaglio, sceglie un punto di vista insolito, si amplia su uno spazioso panorama o si concentra su un piccolo particolare. Protagonisti di un’immagine possono essere un colore, un accostamento di toni, una porzione materica: a rendere significativa una fotografia non è solo l’unicità, la veridicità del soggetto ma anche l’abilità selettiva del fotografo.  In Full Color trovano spazio paesaggi naturali e dettagli urbani, colori brillanti e accostamenti azzardati. Un percorso visuale che si snoda lungo tutta la carriera di Fontana, presentandone i lavori italiani e i risultati delle sue ricerche all’estero.   Composizioni ritmate da linee e piani sovrapposti, geometrie costruite sulla luce. Paesaggi iperreali, più veri del vero, surreali, sospesi, spesso impossibili. Proporzioni ingannevoli in cui non c’è spazio per l’uomo. Figure umane svelate in negativo, sublimate in ombre lunghe. Presenza e assenza contemporaneamente. Corpi come paesaggi, e pianure e colline dai contorni antropomorfi.
Questi sono i tratti distintivi che rimandano immediatamente ed in modo inequivocabile al linguaggio visivo di Franco Fontana. Suddivisa in diverse sezioni tematiche, la mostra propone i paesaggi degli esordi negli anni ’60. Nel 1978 Franco Fontana scatta un’immagine-simbolo del suo repertorio, a Baia delle Zagare, in Puglia: una composizione pulita, ritmata da fasce di colore, giocata su pochi toni cromatici, essenziale, sintetica, che sarà impiegata per una campagna del Ministero della Cultura Francese. Passando per le diverse ricerche dedicate ai paesaggi urbani, le piscine e il mare, fino al recente importante lavoro sul tema della morte Vita Nova. I suoi sono colori accesi, brillanti, talmente vibranti da apparire irreali (o meglio, surreali); composizioni ritmate da linee e piani sovrapposti, geometrie costruite sulla luce, paesaggi e scorci urbani iperreali, sospesi in una dimensione atemporale, “astratti” da ogni contesto storico, avulsi da ogni riferimento concreto e riconoscibile a quella che si chiama “realtà”; tra le sue definizioni che meglio esprimono la forza estetica e semantica delle sue fotografie : “Io credo che la fotografia non debba documentare la realtà, ma interpretarla. La realtà ce l’abbiamo tutti intorno, ma è chi fa la foto che decide cosa vuole esprimere. La realtà è un po’ come un blocco di marmo. Ci puoi tirar fuori un posacenere o la Pietà di Michelangelo”.
Alla domanda quale è il suo concetto di fotografia risponde:
“Per me la fotografia non è ne un mestiere ne una professione,ma è la realtà della mia vita,dopo gli affetti della famiglia e dell' amicizia. È quella scelta che mi dona la qualità della vita, perché la vivo con entusiasmo e creatività, esprimendomi per quello che penso,testimoniando come pretesto quello che vedo e ne sono. Fotografare è un atto di conoscenza: è possedere. Quello che si fotografa non sono immagini ma è una riproduzione di noi stessi, così come quando fotografo un paesaggio è il paesaggio che entra in me è si fa "l'autoritratto" per esistere al meglio autentificandosi perché esiste solamente quello che si fotografa. Il fotografo si dissolve nelle sue fotografie e diventa lui stesso la fotografia, e si annulla sempre davanti al soggetto che fotografa .La fotografia è ciò che facciamo di essa, è quello che fotografiamo non è quello che vediamo ma quello che siamo perché si scopre al mondo solamente quello che ci portiamo dentro, ma abbiamo bisogno del mondo per scoprirlo e testimoniarlo come vorremmo che fosse. Esiste nel fotografo quell'istinto che precede l'intuizione creativa per esprimere la sua fecondità e donare tutto se stesso in quel momento. Anche in fotografia l'attimo che illumina e concepisce quello che vede è come un colpo di fulmine. La creatività non illustra, non imita, ma interpreta diventando la ricerca della verità ideale. Che cos'è la creatività? Come prima impressione la determinerei un presenza dell'intelligenza ,una nota distintiva della personalità fatta di invenzione, emozione, fantasia, versatilità, agilità , un pensiero avventuroso che fa a pezzi le regole, aperto a nuove esperienze, che cerca sempre nuove risposte interpretando il mondo che ci circonda che è fatto di persone, di paesaggi, di orizzonti ,di cieli, di colore e di tante altre variopinte situazioni, testimoniando e interpretando in modo sconvolgente e differente da quel quotidiano ripetitivo che si conosce, assumendosi la responsabilità dei risultati perché la fotografia creativa non deve riprodurre ma interpretare rendendo visibile l'invisibile. Citando Otto Steiner : la creazione fotografica assoluta nel suo aspetto più libero rinuncia ad ogni riproduzioni della realtà. E perché il colore? Bisogna far capire che la creatività con l'aiuto del colore anche in fotografia non è sinonimo di creazione arbitraria, ma di un movimento che genera vita e non sofferenza con valenza positiva per tutti. Il colore è anche sensazione fisiologica, interpretazione psicologica emozionale, modo e mezzo di conoscenza ed è per questo fondamentale soprattutto nella fotografia . Come diceva Klee : il colore è il luogo dove l'universo e la mente si incontrano. La forma è la chiave dell'esistenza cerco di esprimerla in fotografia testimoniandola nello spazio in correlazione con le cose coinvolte in esso,che non è ciò che contiene la cosa ma ciò che emerge in relazione della cosa, che può essere un paesaggio, una persona, un albero, unʼ automobile, un ambiente, ecc ecc... E tutto ciò che ci circonda può venire ripreso per essere testimoniato con significato. Non si può conoscere l'essenza delle cose se si crede solamente che un fiore sia solo un fiore, che una nuvola sia solo una nuvola,che il mare sia solo il mare, un albero solo un albero o un paesaggio solo un paesaggio: vorrebbe dire che la conoscenza si limita alla superficie senza coscienza, senza capire la loro esistenza, nel loro contenuto,limitando la loro verità e identità. Le fonti dell'arte sono l'entusiasmo e l'ispirazione ,in una parola la vitalità e una parte importante è l'immaginazione ; quelli che non immaginano amputano la parte creativa del pensiero, perché è più facile ragionare razionalmente che immaginare e creare,ma è solo immaginando che si può fare il giro del mondo in un giorno invece che i ottanta giorni. Quelli ancorati al ragionamento sentono le vertigini davanti al cambiamento,eppure bisogna cambiare sempre per rimanere quello che si è così come fa e insegna la natura”.

Nato nel 1933 a Modena, città dove si riscontra già dall’inizio del Novecento una tradizione fotografica piuttosto radicata, Franco Fontana si avvicina alla fotografia nei primi anni Sessanta, secondo un percorso comune a molti della sua generazione, ossia dall’esperienza della fotografia amatoriale, ma in una città che è culturalmente molto attiva, animata da un gruppo di artisti di matrice concettuale, seppure ancora agli esordi, tra cui vi sono Franco Vaccari, Claudio Parmeggiani, Luigi Ghirri e Franco Guerzoni. Il lavoro di Franco Fontana condivide con questa corrente il bisogno di rinnovamento e di messa in discussione dei codici di rappresentazione ereditati, in campo fotografico, dal Neorealismo, ma pone particolare attenzione e cura anche agli esiti visivi e alla componente estetica. Nel 1963 avviene il suo esordio internazionale, alla 3a Biennale Internazionale del Colore di Vienna. Nelle fotografie di questo primo periodo si vedono in nuce alcuni di quelli che diverranno i suoi tratti distintivi. Soprattutto, c’è una scelta di campo decisamente controcorrente rispetto alla maggioranza dei suoi colleghi: è stato tra i primi in Italia a schierarsi con tanta convinzione e fermezza in favore del colore rendendolo protagonista, non come mezzo ma come messaggio, non come fatto accidentale, ma come attore. È attratto dalla superficie materica del tessuto urbano, da porzioni di muri, stratificazioni della storia, dettagli di vita scolpiti dalla luce. Come fosse un ritrattista, Fontana mette in posa il paesaggio. La sua lunga carriera è costellata di riconoscimenti, premi e onorificenze in tutto il mondo, sono più di quattrocento le mostre in cui sono state esposte le sue fotografie e più di quaranta i volumi pubblicati. Fontana, ci dice ancora il curatore della mostra Denis Curti, “sfruttando il potere trasformativo della macchina, ha elaborato un linguaggio visivo dai caratteri distintivi, complesso nella sua apparente semplicità, in cui si coglie, fortissima, la forza vitalistica e creativa del fotografo, che, nel prelevare un campione del mondo, lo restituisce come distillato e amplificato, dopo averlo setacciato attraverso i filtri del proprio sentire”.  Le sue opere sono conservate in più di 50 collezioni di musei internazionali, fra i quali: Museum of modern Art di New York - Musée d'Art Moderne di Parigi - Stedelijk Museum di Amsterdam - Metropolitan Museum di Tokyo - National Gallery of Pechino - The Australian National Gallery di Melbourne.

Autore di molte campagne pubblicitarie per enti pubblici, istituzioni culturali e grandi aziende, ha collaborato e collabora con numerose riviste, fra cui "Time-Life", "Vogue", "Venerdì di Repubblica", "Sette" del Corriere della Sera, "Panorama", "Frankfurter Allgemeine", "Epoca", "Commercial Bank of Kuwait" e tanti altri.

Ha tenuto workshops e conferenze a New York, Tokyo, Bruxelles, Toronto, Roma, Parigi, Barcellona, Taipei e molte altre città. 
È direttore artistico del Toscana Fotofestival, dell'International Photomeeting di San Marino e degli Incontri Internazionali di Fotografia in Sicilia.