Il bello, il buono, il vero
Questo è il titolo di un  saggio di Jean-Pierre Changeux del 2008 edito da Raffaello Cortina  nel 2013. Il sottotitolo è “Un nuovo approccio neuronale”. Titolo e sottotitolo sono la sostanziale traduzione letterale sia dell’originale in francese “Du vrai, du beau, du bien. Une nouvelle approche neuronale”, edizioni Odile Jacob, sia della versione inglese “The good, the true, and the beautiful” pubblicata dalla Yale University Press nel 2012.
Come si vede però i fattori in gioco nel titolo sono invertiti come a significare che è difficile stabilire, alla fin fine, se nell’ordine dell’”approccio neuronale” alla conoscenza arrivi prima l’uno o l’altro o l’altro ancora.
E infatti l’autore pone immediatamente la questione principale che è quella della percezione e del “cosa significa” percepire e dunque di come siamo consapevoli della nostra esistenza.
Sono, ci dice, gli stessi problemi che si poneva Socrate e che furono ripresi da Platone. Il collegamento è  dunque con la filosofia delle origini, di poco successiva a quella “essenziale” degli elementi, quella che viene prima di quella con la quale si cercò di ridurre tutto a ragione. Invece “giustamente” Platone ancora “considerava  il bello, il buono e il vero come essenze celesti, o idee, indipendenti e tuttavia così intrecciate da risultare inseparabili. Il buono è vero, che è il bello.”
Il tutto connesso e rapportato intimamente alla materiale consistenza dell’uomo e, come la neuroscienza ci sta spiegando da un po’ di tempo,  al nostro cervello.
Da qui la fondamentale importanza dell’estetica nella vicenda umana e la sua natura ontica di caposaldo nella storia del pensiero.