L’arte “senza” l’opera
di Roberto Pacchioli
Lo scritto di Jean Clair comparso su la Repubblica lo scorso mese di ottobre è già stato qui commentato da Cristina Muccioli che ha evidenziato le contraddizioni intrinseche del testo in relazione alla stessa storia di Clair e alle mostre da lui curate, tra le quali una famosa Biennale di Venezia.
Vorremmo a nostra volta evidenziare che lo scritto contiene una serie di tesi volutamente “reazionarie” al limite del qualunquismo. Se dunque l'intenzione di Clair era quella di provocare ci è riuscito benissimo: il suo scritto costituisce un punto di riferimento da cui allontanarsi per andare avanti.
A noi interessa affrontare il modo totalizzante in cui Clair considera l'opera nell’ambito più vasto del problema dell'arte.
L'ambiguità del titolo "L'arte è un falso" la si scopre subito; non riguarda ovviamente l'attribuzione  dell'opera all'artista ma la questione che potremmo ricondurre al solito tormentone della "morte dell'arte". Lo potremmo sintetizzare in questo modo:  a seconda degli autori, siano essi filosofi o critici, se i modi di fare o intendere l’arte, volta per volta, non rientrano entro schemi prestabiliti (e inevitabilmente "passati") si grida allo scandalo e si dice che non è arte o che l'arte è morta. Clair nello specifico arriva a sostenere che le opere d' arte come quelle di Koons e Botero tali non sono in quanto replicabili all'infinito e  realizzate e realizzabili da “altri” (artigiani o tecnici).
Sull’argomento Salvatore Settis ci ha recentemente ricordato che fin dall’antica Grecia il concetto di morte dell’arte era comparabile a quello della fine biologica dell’uomo. Erano gli storici che individuavano i momenti della nascita, dell’evoluzione e della morte dell’arte. Un esempio era quello dell’arte legata alle olimpiadi. Lo stesso principio lo si ritrova in quello che è il nome dato al periodo di maggior fulgore dell’arte in assoluto; con “Rinascimento” infatti altro non si intendeva che la nascita di un nuovo periodo dell’arte dopo che era avvenuta la morte di quello precedente. Ma c’è un’altra parte dello scritto che merita una riflessione dello stesso tipo.
Clair si  inerpica infatti anche sul versante del mercato e dell'investimento lodando il tempo in cui nell'arte "pagava" solo il lunghissimo periodo mentre ora il mercato dell'arte è dominato dalla finanza che ha fatto dell'opera un prodotto di investimento a breve termine. E dunque la “facile” conclusione che quella   che si ripagava a fatica e dopo tanto tempo era “arte”, quella che costa subito tanto e tanto nell’immediato si rivaluta “arte” non è.
A prescindere dal fatto che queste considerazioni ineriscano in qualche modo con  il problema generale dell'arte  va detto che comunque  riportano le lancette  quantomeno al tempo di Benjamin: l’opera è al centro di tutto e deve avere l’”aura”, se no non è arte.
L’arte classica,  invece, sia essa quella antica  della Grecia sia essa quella "rinascimentale", non si curava quasi per nulla  dell'opera in sé ma privilegiava la sua funzione e il suo utilizza all'interno della società o la sua efficacia rappresentativa di quello che l'opera doveva significare. L’autore era spesso sconosciuto. Esemplare a tal proposito la mostra "Da Donatello a Lippi" al Museo di Palazzo Pretorio a Prato nella quale si percepisce il filo conduttore della artigianalità dell'arte che veniva notoriamente  “prodotta” dalle botteghe intese come vere e proprie "officine". L'opera veniva realizzata  su indicazione di massima dai "maestri" (derivato dal più generico e vasto termine  di  "mastro") ma eseguiti dagli allievi-lavoranti che a loro volta erano e poi "divenivano" Giotto, Michelangelo, Raffaello, e così via.
Niente morte dell’arte dunque.
Semmai, come per esempio ha scritto Angela Vettese riferendosi ad autori come Alexander Nagel,  Salvatore Settis o Aby Warburg, si tratta di "passaggi" evolutivi simili a "quello genetico, con il ripresentarsi imprevedibile e al contempo inesorabile di alcuni caratteri dominanti".
L’arte non era mai stata, fino a due secoli fa, fino all’avvento del romanticismo, riferita in modo esclusivo, all’artista. Da quando è nata, l’ arte, prima di tutto è stata un modo per l’uomo di esprimersi in modo più completo delle parole e quindi di migliorare i presupposti del suo “consistere” . E dunque la “costante” dell’arte è da individuarsi nella necessità per l'uomo di relazionarsi meglio con il mondo; costante inevitabilmente ontologica se non addirittura ontica. Da qui il rapporto dell'estetica con l'etica come del resto molti studi sulla neurestetica stanno dimostrando.
La conclusione alla quale possiamo giungere è dunque opposta alle tesi di Clair. L'arte è da intendersi sempre meno "auratica" e legata all’opera che sempre di più appare il residuo dell'attività di riflessione, ricerca, attività conoscitivo-relazionale  dell'uomo attraverso i suoi strumenti "costituenti"  che sono  i sensi; ma i dati raccolti dai sensi, senza l’elaborazione del cervello (come sosteneva Kant) non acquisiscono né conferiscono “senso” alcuno.