I Jean Clair
di Cristina Muccioli
È come ce ne fossero tre: un Jean Clair storico dell’arte raffinato, sapiente, interprete sensibile capace di rivitalizzare una tematica muffita come quella della melancholia, uno savonaroliano che tuona livoroso contro gli inverni della cultura, gli immondi e le degenerazione di tanta arte, soprattutto visiva, e uno che promuove l’escrementizio, il sanguinolento, l’abbietto che rappresenta se stesso senza passare dall’anticamera della simbolizzazione.
Il grande razionalista. Cartesio aveva già illustrato la necessità di un’etica par provision, provvisoria, ma rischiava la testa, era circondato di roghi per chiunque cadesse in sospetto di eresia. Che cosa rischia Jean Clair, chiedo, per seguire docilmente gregario l’ultima tendenza del momento, fosse anche quella che insegue il pelo irto dello spettatore, fosse anche l’icononologia del raccapriccio, per poi tuonare con toni più moralistici che morali contro l’arte contemporanea tout-court? Qui si tratta di contraddizione patente e disinvoltamente proposta di volta in volta.
Così il noto teorico dell’arte, nostalgico di Bisanzio e delle mani d’oro degli artisti artigiani, dalle pagine di Repubblica dello scorso 23 ottobre intitolato L’arte è un falso: “(…)la presenza dell’artista moderno, l’artista posseduto dal furor divinus, non è più richiesta solamente nella sua ‘mano’ ma nella forma ancora più diretta: simile al Dio che offre il proprio corpo agli umani, l’artista offre in dono gli scarti, le scorie del proprio corpo, sotto forma di reliquie. Così gli umori, le secrezioni purulente, il sudore, lo sperma, il sangue, i peli, i capelli, le unghie” -basta? No, completa l’elenco, per non costringere il lettore a uno sforzo di immaginazione- “l’urina, e infine gli escrementi saranno proposte all’adorazione di quei nuovi fedeli (…)”.
A parte il grossolano implicito riferimento a Merda d’artista di Piero Manzoni, che mai mostrò escreti, bensì ne scrisse il nome su di una scatoletta notoriamente vuota a denunciare ironicamente, provocatoriamente e compostamente a un tempo, lo smisurato narcisismo che alla fine degli anni Settanta trasformava l’artista in una star al pari di una valletta popolare o di un calciatore, o di una cantante pop, a parte questa citazione si diceva, il discorso di Clair è fin troppo dettagliato ma del tutto condivisibile, quantomeno da chi scrive.
Ci sarebbe da proporre qualche necessaria riflessione sul feticismo sguaiato e anacronistico del nostro, e sui modi pressoché infiniti di fare arte oggi, tutti validi per quanto riguarda la tecnica di esecuzione, che appunto non è il contenuto.
Quello che più sorprende e sconforta è però che proprio il saggio Jean Clair, diresse una Biennale a Venezia, Post-Human, che era incentrata segnatamente sulla divulgazione dell’arte del ribrezzo.
Cito volentieri le parole di Carlo Alberto Bucci, che così documentava a proposito della mostra Rosso vivo curata al PAC di Milano da Francesca Alfano Miglietti, dedicata, manco a dirlo, al sangue: “La mostra di Milano si presenta come contenuta antologia rispetto alla espansa e multiforme tendenza che, almeno dagli anni Novanta, ha portato nel territorio delle "belle arti" idee e suggestioni elaborate nel campo della letteratura e del cinema di fantascienza. Si tratta di un ricco campionario composto da intelligenze artificiali, robotica, industria genetica, corpi mutanti, eccetera – il tutto spesso condito con un’atmosfera noir o in salsa gotica – che già le esposizioni "Post Human" del ’92 o, persino, la Biennale veneziana di Jean Clair del 1995 avevano provveduto a documentare e rilanciare”.
Non ammorberò sul come, Jean Clair, domenicano inquisitore dell’arte contemporanea tutta, avesse provveduto a rilanciare. Cito due esempi per tutti, tra quelli che più misero a durissima prova la facoltà di sopportazione emotiva e quel dovere del critico che non deve giudicare, non prima di aver compreso e fatto comprendere. Clair espose una grande collezione di Andres Serrano, fotografo caravaggesco per stile compositivo delle sue immagini e resa cromatica, ammetto, ma di una crudezza insistita, replicata, inferta che la contemplazione cede il passo al disgusto, per qualcosa che invece invoca pietà, rispetto assoluto: erano corpi post autopsia, suturati maldestramente, devastati, rigonfi e vicini alla putrefazione. Seguiva un docu-film (che appunto di artistico non aveva nulla) sulla mutilazione ai genitali di una ragazzina, sveglia e immobilizzata.
E Sophie Calle che filma gli ultimi momenti di vita della madre, sino al rantolo? Angela Vettese, non so come, ha trovato parole balsamiche per medicare il suo lavoro. Le ricordo e le cito a memoria, scusandomi se non sarò precisissima - d’altronde non è poesia, ma prosa-: “L’artista ha voluto in questo modo prendere consapevolezza della morte per lei più dolorosa, quella non di una madre ma di sua madre”.
Ho trovato oltraggioso mostrare il letto sfatto, sporco, in cui Egon Schiele era morto, alla grande mostra realizzata a palazzo Reale di Milano. Dopo tanta meraviglia dipinta, e non certo melensa né puritana, quel tocco iperrealistico da becchino voyeur appariva gratuito, e traditore nei confronti dell’artista, di cui si indovinano la personalità e la poetica senza avere competenze specifiche. Non era certo un uomo che puntava sulla commiserazione e sull’ostentazione della sofferenza, né dei soggetti (tormentati, certo) dipinti, né tantomeno sua.
Figuriamoci veder una donna anziana, sofferente, mentre muore, sapere che è tutto vero, che è stato vero, e che sua figlia non le stava vicino, no: preparava l’opera che avrebbe fatto scalpore alla Biennale. Voilà, costo di produzione quasi nullo, un respiro: l’ultimo.
Hai voglia a rifarti la verginità con la purezza algida e controriformistica degli inverni, sbattendo addirittura Duchamp in copertina a un De immundo, e con la bufala globale dell’arte contemporanea. Basta scegliere tra splendide autenticità: solo per limitarci ai viventi c’è Peter Doyle, la cui White canoe basterebbe a riscattare ogni inanità pittorica dell’oggi, c’è Cecily Brown, Alberto Garutti, Shirazeh Housiary, e tanti altri che i Giardini sarebbero a posto, e il visitatore si avvierebbe stanchissimo e felice all’Arsenale.
Tutti loro hanno parlato anche della perdita, della morte, del dolore, senza tagliuzzarsi per cospargere di cipria la fuoriuscita copiosa “rosso vivo”. Solo che Alfano Miglietti ha ossessivamente dedicato la vita alla ricerca “delle esibizioni delle nevrosi” come scrive lei stessa ne Identità mutanti di questo tipo di arte performativa o no, comunque choccante, altamente disturbante e perturbante. Jean Clair al contrario firma e incentiva queste rassegne in salsa neogotioca, per usare un eufemismo, ne raccoglie i frutti caduchi della trasgressività più facile, più fragile, e appena quelli sono commercialmente scaduti, appena il mercato accende la spia della saturazione, grida all’orrore, si converte alla frangia vetero-quacquero- reazionaria dell’hand made, del self made, del non riproducibile, dell’aura perduta.
Sicuro che basti la mano dell’artista a restituire senso all’arte? Franko B si taglia a mano, si imbratta a mano, cammina a piedi tra gli astanti sgomenti, pronti a distogliere lo sguardo per sperare che faccia anche quella del cappio, o degli uccelli impagliati che danno sempre quel savoir faire noir così a la page.