Il problema oggi è come non essere contemporanei
di Roberto Pacchioli
Il “contemporaneo” è una “festa mobile” nel senso che   l’istante, il presente  non si ferma né si arresta  ed è  di difficile se non impossibile comprensione. Nell’arte fino a qualche tempo fa si tendeva  a mescolare il “moderno” e il “contemporaneo”: il primo  riferito all’arte ormai storicizzata anche se mediamente recente, il secondo a definizione dell’arte emergente catalogata e incasellata in filoni, tendenze ecc.
Quello che sta accadendo nell’oggi è del resto determinato da tanti fattori di natura storica, politica, sociale, di rapporti umani, di influenza delle scoperte scientifiche, dei modi e delle possibilità di visione e percezione del mondo circostante anche in ragione delle sue dinamiche future. E più volte nella storia tali dinamiche hanno preso direzioni contrarie al progresso inteso come proseguimento nello stesso senso e vi sono state nell’arte plastica  ed in letteratura prese d’atto famose di inversioni di tendenza ed anche di constatazione che le “sorti” non sempre sono “magnifiche e progressive”.
A prescindere da ogni altro tipo o qualità di riflessione sull’argomento, si può comunque concludere che il “contemporaneo” quando lo percepiamo come tale, è già un’altra cosa, in ogni caso passata.
La domanda da porsi è quindi piuttosto su cosa sta avvenendo oggi e  quali sono gli ambiti che costituiscono se non le novità assolute, almeno quelle per così dire “di ritorno”.
Le inversioni di tendenza ed i ritorni sono diversi. L’economia dopo lunghi decenni di progresso e di crescita è entrata in una lunga decrescita che si riverbera pesantemente nella vita sociale. La politica, influenzata anche dai problemi economici riscopre forme di intolleranza e rigurgiti totalitari che sono stati vissuti, analoghi se non uguali, 70-80 anni fa, e comunque, in altre forme,  nei secoli precedenti. I popoli, sono tornati a migrare in modo massiccio, sia a motivo della crisi economica sia a motivo delle guerre cosiddette locali, che imperversano in ogni parte del mondo.
Il versante scientifico-tecnologico appare più tendente ancora al progresso e cioè ad andare avanti ma va ricordato che la “conquista” della luna e in generale l’esplorazione dei pianeti che girano intorno a noi si è bruscamente fermata agli anni 60/70. Questo inizio di esplorazione (o forse di sperimentazione di sofisticati strumenti bellici che la motivava) ha avuto una inaspettata ricaduta nel senso tradizionale di progresso. Le comunicazioni infatti, grazie a quella ricerca, sono diventate addirittura “connesse” anche in senso metaforico con i singoli individui. I sistemi di rete legati al web addirittura hanno iniziato a costituire nuove forme di aggregazioni prima virtuali e poi anche materiali tanto da costituire la base per la comunione di intenti di natura politico-sociale sino alla costituzione di veri e propri movimenti di opinione se non addirittura di partiti politici. La mondializzazione dell’informazione planetaria ci fa essere sempre di più cittadini del mondo e portatori-ricettori di avvenimenti attuali, che sono appena accaduti o addirittura che sono in corso.
Di tutto questo la sensibilità dell’uomo è oggetto e soggetto. Essendo questa varia e complessa attività umana, la vita quotidiana del mondo, c’è un rimando continuo tra percettore e percepito nel quale il primo non può stare semplicemente “a vedere” perché la realtà gli cambia “sotto gli occhi” ed egli muta con essa.
Questo ritardo, che nonostante tutto ancora esiste nella percezione del “contemporaneo”, ritardo che lo fa divenire già passato e magari “stanco rituale”, giustifica le posizioni che  vengono prese sempre più spesso contro il “dogma” del “contemporaneo”. E’  per questi motivi che c’è chi si trova  in continua fuga programmatica da esso   forse  perché è d’accordo con chi, già qualche anno fa ha scritto, che  “il problema oggi è come non essere contemporanei”.