Che ne è stato dell’immagine?
di Cristina Muccioli
Espressioni trite fino all’autodissolvenza come "civiltà dell’immagine", o "bombardamento delle immagini", hanno sottratto all’immagine la sua storia, il suo potere nel senso di poter-essere, fare e sollecitare.
Il loro abuso ha legittimato generalizzazioni evasive sul suo statuto primario, e cioè quello di condividere il terreno dell’immaginazione, con la quale, scriveva Kant, ci si rappresenta quel che non c’è, l’assente e l’assenza, l’invisibile anche di quel che abbiamo anche sotto gli occhi, l’eccedenza dell’oggetto che, con Giorgio Morandi per esempio, fa di una semplicissima bottiglia un enigma.
Emancipati dai rigorosi, ormai insufficienti sistemi di classificazione per distinguere ciò che è arte da ciò che non lo è, rischiamo oggi di smarrire il senso non di quello che è, ma di quello che l’arte fa. L’opera d’arte non è così chiamata perché "operata", ben fatta, realizzata, mero oggetto dell’intervento dell’autore, ma perché appunto opera, lavora, interagisce con chi la guarda.
C’è un’immagine in grado, come scriveva Roland Barthes, di pungere il soggetto, di implicarlo nella sua stessa esistenza. Le immagini ci guardano, oppure no: e noi transitiamo illesi, senza punture né coinvolgimento, attraverso il loro rutilante moltiplicarsi.