Gardalart: la clowneria, inedita questione estetica
di Cristina Muccioli
L'arte, molta arte contemporanea, è divertita, vuole divertire con grande leggerezza, con spensieratezza nel senso etimologico del termine. Le opere si risolvono in giochini, i commenti fanno il verso alla battuta, il significato a quella di una barzelletta.
Pantaloni neri che campeggiano in una sala, con delle mani rosa confetto che escono al posto dei piedi simulando un tentativo di locomozione, un serpentello metallico birichino che sbuca da un padiglione e accompagna inoffensivo lo spettatore tra le sale indicando l'uscita con la coda, i flaconi colorati di detersivi illuminati dal neon, una bara tappezzata di biglietti della lotteria, non sono perturbanti, emozionanti, né semplicemente belli. Sono trovate che trastullano trasformando lo spazio espositivo in un luna park, sono innocue, "simpatiche", si fanno valutare con l'inconsistente categoria estetica della carineria, del divertente.
Prendere l'arte sul serio, "fare bella figura", non significa compiacersi ostensivamente del sanguinolento, dell'atroce, dello choccante, del dramma. Questa è un'altra deriva della spettacolarizzazione dell'arte. Significa invece lasciare affiorare, attraverso la forma e la figura, il sedimentato della propria ricerca e del sentire più intimo che, attraverso la rappresentazione aprono alla condivisione, a una significazione senza fine.