PENONE VERSAILLES, alla Reggia di Vesailles, fino al 31 ottobre
di Roberto Pacchioli
Giuseppe Penone lo abbiamo “lasciato” a Kassel,  in quella che può essere considerata la prova generale di questa mostra di Versaillas  “sulla forza della natura”. Al Karlsaue Park aveva  “piantato” un albero  tra i cui rami  era “incastrata” una grossa pietra, quasi un masso. Quest’opera fu una delle prime collocate  a Documenta (13) e lo fu con una sorta di cerimonia che vide la partecipazione della curatrice Carolyn Christov Bakargiev; evocava la simile operazione effettuata decenni prima da Joseph Beuys di cui il lavoro di Penone appare la prosecuzione nell’indagare il rapporto dell’uomo con la natura e con l’ambiente; rapporto del quale Beuys privilegiava l’aspetto benigno della “cura” mentre Penone è interessato a quello della forza. Come ci era finito quel masso tra i rami dell’albero? Solo con le forze combinate del “caso e della necessità”.
Qui, a Versailles Penone ha messo a dimora  tanti alberi, qui, nel parco di Le Notre che, erede del rinascimento e anticipatore dell’illuminismo, pensava di potere con la sua razionalità geometrica dominare la natura.
Questo progetto parte proprio da un evento di ordinaria forza dirompente della natura, un fortunale che si  abbatté tempo fa su Versailles e che  sradicò  e distrusse molti alberi. Penone ne acquistò alcuni all’asta proprio perché rappresentavano il motivo della necessità del suo fare arte. Era come scoprire quale era stata la forza che aveva portato quel masso tra i rami dell’albero al Karlsaue Park. E allora un albero lo ha utilizzato  per fare dei calchi in bronzo della corteccia, un altro direttamente; sono stati così nuovamente messi a dimora, nello stesso luogo, insieme a tanti altri, “Tra scorza e scorza” e “Albero porta cedro”. Quanto al rapporto di queste opere con il paesaggio e l’ambiente circostante abbiamo già detto: attiene alla differenza tra due concezioni, quella del dominio dell’uomo che imbriglia la natura e quello della  forza della natura che nulla può trattenere. Un rapporto diretto,  libero da implicazioni teoriche sull’arte, e soprattutto scevro da derive postmoderne alle quali la antica collocazione “poverista” di Penone potrebbe indurre.
A Versailles Giuseppe Penone ci fa vedere come le etichette sono vacue e fuori dalla realtà-necessità del fare arte. Qui si respira il vento del nuovo secolo, un vento carico solo di senso che pur se proviene dal recente passato  ha lasciato dietro di sé ogni inutile sovrastruttura.