Il sensibile, il reale e i vari post
di Roberto Pacchioli

La storia dell'arte si è dipanata, dalle origini fino al '700, sul presupposto dell'indagine, attraverso lo strumento della sensibilità, sulla consistenza del reale nel tentativo di scoprirne l'essenza. E per “reale” si è sempre inteso tutto il mondo circostante compreso quindi quello dei rapporti etico-sociali.
Questa ricerca è andata di pari passo con quella filosofica e scientifica per la necessità insita nell'uomo (anche per motivi di pura sopravvivenza) di conoscere il contesto ove si è trovato a dover vivere. Per fare tutto ciò egli ha sempre e solo usato i propri numerosi “sensi” come il solo legame che ha a disposizione. Essendo la sensibilità estetica lo strumento e a un tempo il trait d'union per stabilire il rapporto con il mondo circostante, l’uomo lo ha sviluppato e coltivato nel massimo grado attraverso il linguaggio dell'arte che gli consente di superare i propri limiti strutturali.
Questo modo di praticare l'arte e di intendere la sua funzione si è interrotto nell'800 quando è iniziata la tautologia dell'arte fine a se stessa. L'artista ha abbandonato a poco a poco la sua funzione primaria per innestare un vero e proprio corto circuito. Non è un caso che a questo punto l’arte, soprattutto in occidente, si è riferita sempre di più all’”oggetto d’arte”, al mercato e a quello che oggi definiamo “il mondo dell’arte”.
Ai giorni nostri, si è ormai constatata l'impossibilità di procedere oltre in questo percorso involutivo se non tornando al passato e all'utilizzo di passate ricerche, operazione che però si è ovviamente rivelata letteralmente priva di “senso”, nuovo o solo diverso. Il “postmoderno” e comunque tutti i vari “post” possono essere considerati la chiusura di questo cerchio.
Di tutto ciò da più parti si comincia ad avere consapevolezza.
In filosofia si riprendono i fili del “reale” con il “New Realism” ed in arte queste idee sono state esposte e trattate lo scorso anno a dOCUMENTA 13 in cui si è attuata una sorta di “rivoluzione copernicana” con una radicale inversione.
Ma c'è ancora chi insiste a percorrere la vecchia strada.
Un esempio è la mostra “Post Classici” curata da Vincenzo Trione a Roma e allestita tra il Foro Romano e il Palatino dove sono state messe in relazione opere di artisti contemporanei con i resti della Roma antica.
Tale impianto costituisce proprio la riprova dell'impossibilità di attivare, con un generico sguardo al passato, la ricerca di senso propria dell'arte.
Basti riflettere sul fatto che il “classico” del Foro non è altro che ciò che resta dell'organizzazione urbanistica della città di Roma con alcune opere che all'epoca erano funzionali alla simbolizzazione delle “realtà” civili e militari nonché di quelle religiose: archi di trionfo, arene sportive e di spettacolo, strade, palazzi pubblici, templi, statue ecc... In altre parole la normalità della vita sociale 
di quel tempo, tradotta in “opere” che con il passare degli anni paiono aver acquisito un significato diverso dalla loro funzione fino ad essere considerate “oggetto d'arte”.
E' tutto qui il punto della questione. L'arte non consiste nel voler fare arte, nel creare oggetti, ma più semplicemente nel ricercare la conoscenza: quello che resta di tale ricerca non è che una testimonianza dell’accaduto, un residuo dell’attività dell’artista. E' quel pensare e comunicare senza parole o altri modi comuni di espressione che l'uomo ha a disposizione per capire il mondo.
Si tratta dunque di riprendere la strada da molto tempo abbandonata; non per scelta programmatica, ma solo in quanto l'unica effettivamente percorribile.