La "testa dura" dei fatti. L'estetica del quotidiano in margine a "Il nuovo realismo è un populismo" edito da Melangolo
di Roberto Pacchioli
La diatriba sulla necessità o meno della filosofia per le questioni di tutti i giorni è antica come la stessa storia della filosofia ed anche delle curiosità che essa si porta dietro. Ci siamo tutti imbattuti con la storiella del filosofo che camminando ha gli occhi rivolti al cielo e cade in una buca perché non guarda il terreno su cui mette i piedi. Il presupposto di questo errore di fondo della essenza della filosofia consiste proprio nel non ritenere il pensiero come uno strumento che oggettivamente serve alla vita dell'uomo tanto che egli non può farne a meno anche se volesse: come l'aria che respira. E dunque non si può non pensare  e pensando di elaborare una "teoria" che prima  ci aiuta a capire dove siamo e successivamente anche il contesto entro il quale possiamo muoverci per decidere dove andare: il moto, dato dallo spazio e dal tempo, è un altro presupposto necessario ed involontario anche quando vogliamo star fermi perché, come rileva Kant, nell'Estetica trascendentale, tempo e spazio, volenti o nolenti ci sono dati. La pretesa di prescinderne, di mettere a fondamento il pensiero, di sostenere che "non ci sono fatti ma solo interpretazioni" ci porta nella metafisica. E' una questione di scelte.
E veniamo ai nostri giorni nei quali si ripropone, (anche purtroppo in chiave di banale  politica ma il riferimento è illuminante) il problema dei fatti contro le interpretazioni.
"Il nuovo realismo è un populismo" è una raccolta di scritti edita da Melangolo, che in chiave anche ironica  si scaglia contro il "New Realism" di Maurizio Ferraris. Tralasciamo, in quanto poco interessanti e oggettivamente contradditorie, le critiche degli autori sostenute con entusiasmo da qualche recensore. Critiche  all'uso del termine inglese al posto di "Nuovo realismo" (il provincialismo, se non altro, se mai va individuato nello "scandalo" sull'uso della lingua estera peraltro da essi fatto  a profusione); o alla confusione che all'estero ingenererebbe il termine realismo usato da un italiano con il neo-realismo di De Sica e Rossellini; o infine al considerare il New Realism una ripresentazione in termini di " brand che serve a smerciare un'operazione di marketing filosofico una posizione vecchia di secoli (il realismo, appunto) a fini egemonici" (Guido Vitiello, La lettura, 26 maggio 2013). Ma, ancora Vitello, in rincorsa con gli autori, scrive che  "Populismo filosofico  è quasi un ossimoro, e così come non è stato Vattimo a inaugurare la società dell'immagine, così non sarà Ferraris a seppellirla. Perché è vero che Umberto Eco, arruolato anch'egli tra i "nuovi realisti", la sera non ha tempo per il bunga bunga perché legge Kant. Ma è anche improbabile, come scrive Laura Cervellione nel suo spiritoso saggio, che un  noto personaggio "tenga i libri di Baudrillard sul comodino".
Anche argomentando su contenuti di tal genere non si può non rilevare come la questione realismo/postmoderno sia importante, per non dire fondamentale, per la vita di una società come la nostra e per le scelte che, come dicevamo sopra, l'uomo deve necessariamente fare tutti i giorni. Verifichiamo infatti come, in estrema sintesi, la strada di Nietzsche sia l'opposto di quella tracciata da Kant, che quest'ultima serve quanto meno a non cadere nelle buche mentre l'altra ci porta alla mistificazione pura della  "società dell'immagine" e alla "nipote di Mubarak".
Quanto alle considerazioni (di incerta interpretabilità) circa la lettura di Kant e Baudillard rispetto ad altre di cui si intuisce il contenuto e ad Eco che sarebbe stato "acquisito" quasi a forza al New Realism, va detto, ricordate  alcune loro importanti pubblicazioni di quel periodo (Eco, "Kant e l'ornitorinco", Ferraris, "Estetica razionale"), che è dagli anni '90 che Umberto Eco e Maurizio Ferraris, in maniera autonoma e riflettendo sull'estetica kantiana, sono pervenuti alle stesse conclusioni circa la "testa dura" dei fatti.