VENEZIA COME DISNEYLAND?
di Roberto Pacchioli
"Ho immaginato gli "Uffizi" della contemporaneità". È un'affermazione di Massimiliano Gioni curatore della Biennale di Venezia che inaugura il prossimo primo di giugno. Tony Oursler, che cura, sempre a Venezia l'esposizione "Where Should Othello Go" all'interno dello spazio Louis Vuitton (e che inaugura anch'essa il primo di giugno) si preoccupa che Venezia sfugga "al destino di diventare una città-museo o Disneyland". Ricordiamo che il titolo di questa Biennale è "Il Palazzo Enciclopedico" a significare l'intento storico-riassuntivo e sistematizzante dell'attività di una rassegna delle arti visive come 
quella veneziana. Altro riferimento simbolicamente inserito dal curatore Gioni è un'opera di Carl Gustav Jung, ("Il libro rosso"), uno dei padri della psicanalisi, che sta a testimoniare e confermare l'intento del curatore di guardare dentro al sistema dell'arte con metodo analitico, rivolto al passato e a tutto quanto il passato contenga di irrazionale. Il titolo è del resto copiato dallo sterile progetto di tale Marino Auriti, risalente al 1950, di creare un grattacielo di dimensioni enormi per raccogliere tutte le "invenzioni" dell'uomo. 
Questa Biennale si disinteressa dunque alla cronaca e di presentare l'oggi, la "contemporaneità" dell'arte, di scoprirla, comprenderla e cercare di "riconoscerla" come nuova ed originale e si vuole occupare di altro (salvo riuscirci, in quanto i temi programmatici sono una cosa e gli effetti concreti ne sono un'altra) che con l'arte c'entra poco o niente. A confermare comunque che tale intento non è solo del curatore, c'è la dichiarazione del presidente Paolo Baratta che si è spinto a dire: "È una Biennale tecnicamente d'avanguardia. Il curatore non è più uno studioso che gira il mondo con la bacchetta magica a scoprire artisti ma entra nel merito dei temi sollevati dall'arte contemporanea. Non per niente la ricerca prevede un 40% di artisti non più in vita. Siamo alla ricerca delle madri e dei padri di ciò che vediamo". Niente a che fare dunque con la contemporaneità ma siamo proprio all'ipotesi concreta di museo che Gioni del resto vagheggia quando ulteriormente parla della Biennale organizzata come le "quadrerie" dei musei, dove le opere di vari maestri convivono indifferentemente affastellate a riempire la medesima parete mentre nelle esposizioni "contemporanee" si perseguirebbe il vuoto intorno all'opera.
 Ad una prima considerazione ci si potrebbe chiedere se si tratti soltanto di una questione che attiene all'interpretazione delle finalità proprie della Biennale di Venezia che storicamente si è occupata del presente dell'arte protesa verso il futuro inteso come nuova e diversa interpretazione del mondo. Se fosse così si tratterebbe solo di una vistosa ma episodica forzatura dello 
statuto e dunque di un fatto di importanza relativa.
 Questa singolare interpretazione della Biennale cade però in un momento in cui si è iniziato a festeggiare finalmente la fine del postmoderno, della corsa a certificare per l'ennesima volta la fine dell'arte e l'impossibilità di fare qualcosa di nuovo perché "si è già fatto tutto", l'inevitabilità della citazione se non addirittura della copia. È questo del resto un fenomeno che interessa molti altri settori della creatività tra i quali uno molto vicino (se non affine) all'arte come quello della moda nel quale si è iniziato (lì almeno però con grande preoccupazione e scandalo) a rifare modelli del passato con una operazione "seccamente" paraconcettuale e cioè senza neppure reinterpretarli.
 Va ricordato però che il concettuale ha come base teorica la libertà assoluta dell'idea e della forma tanto da identificarle con il pensiero medesimo e la sublimazione-limite dalla forma se non dalla sostanza. 
Che la soluzione interpretativa di questa Biennale 2013 sia di considerarla essa stessa come opera d'arte?
Una risposta la si può trovare nel suo alter ego, nell'evento gemello e parallelo (avente pure uguale durata 1/6-3/11/2013) certamente non casuale, e cioè nell'operazione elaborata da Gemano Celant, sempre a Venezia, alla Fondazione Prada a Ca' Correr della Regina nella quale il dubbio della soluzione "Disneyland", e cioè del rifacimento, della esatta copia traslata e dislocata, diviene quasi certezza.
 Si tratta di "Live in your head. When Attitudes Become Form" che ricostruisce infatti pari pari, sulla stessa struttura organizzativa architettonica e di allestimento, la copia perfetta di quella mostra dallo stesso titolo nella quale a Berna, alla Kunsthalle, Harald Szeemann riunì uno stuolo di artisti che si avviavano a diventare la storia dell'arte. Erano Carl Andre, Giovanni Anselmo, Richard Artschwager, Joseph Beuys, Alighiero Boetti, Hanne Daborvern, Walter de Maria, Jab Dibbets, Michael Heizer, Eva Hesse, Jan Kounellis, Sol Lewitt, Richard Long, 
Mario Merz, Robert Morris, Bruce Naumann, Claes Oldemburg, Robert Ryman, Richard Serra, Keith Sonnier, Lawrence Weiner, Gilberto Zorio. 
Un elenco di artisti "da non credere", un'azione critica di scelta e di scoperta da parte di Szeemann poderosa e difficile da eguagliare tanto fu lucida, coraggiosa e vaticinante, da bacchetta di rabdomante più che "magica".
 Certamente un tale evento avvenuto nel 1969 merita una degna celebrazione, e ci piacerebbe pensare che solo questo abbia voluto intendere e fare Germano Celant. Ma purtroppo pare proprio che non sia così. Il futuro dell'arte per tutti costoro, da Gioni a Celant, da Baratta a Pietromarchi, curatore del padiglione Italia, pare essere solo nel passato e addirittura nelle sue espressioni più scure, episodiche, occasionali e irrazionali. Condividiamo allora la considerazione di chi ha scritto in proposito "speriamo di non trovarci davanti ad una deriva irrazionalista: nella storia del Novecento, questa tentazione ha sempre connotato i periodi di crisi spirituale e ha accompagnato, quando non preceduto, tutte le grandi dittature." Si tratta di Angela Vettese che così conclude un suo recente articolo su questa Biennale pur dopo aver generosamente paragonato alcuni aspetti, l'impianto fortemente programmatico impresso dal curatore, e gli inserimenti di "outsider", alla scorsa "dOCUMENTA 13". Ma l'importante è la direzione presa, e l'intento di Carolyne Christov Bakargiev andava tutto, e molto chiaramente, verso quella opposta dell'apertura dell'arte al mondo dei saperi dopo due secoli di chiusura in se stessa e di autoreferenzialità. Là dove Gioni e Celant tentano di risospingerla se non di ricacciarla.