Eco e l'estetica
di Roberto Pacchioli

Iniziato a sfogliare il libro  di Umberto Eco “Scritti sul pensiero medievale”  (Bompiani, pagg.1252, euro 35), il pensiero ci è andato  ad un altro suo libro,  “Kant e l’ornitorinco” uscito  nel 1997.

 In entrambi infatti è affrontata, in modo indiretto la questione dell’estetica in rapporto al pensiero contemporaneo. Nel  '97 si trattava  di  una visione legata strettamente alla semiotica, al realismo e al “senso obbligato” del mondo che non è condizionabile né dalla idea che possiamo avere di esso né dal modo in cui lo vediamo. Era ad esempio scettico Eco sul dire-costitutivo del poeta che secondo Holderlin,  conoscerebbe l'inconoscibile attraverso l'intuizione artistica (“Ma ciò che resta lo intuiscono i poeti”). Storia vecchia, affermava, “l'idea è antica e si presenta in tutta la sua gloria nel neoplatonismo dello pseudo-Dionigi”. Questo anche per dire, come afferma in questa raccolta, che l’estetica è tante cose, e  potremmo dire,  un cantiere aperto dagli albori del pensiero.

 Eco dunque non fa volutamente alcun riferimento alla contemporaneità  ed a quella particolare concezione dell'estetica come strumento conoscitivo. Ci descrive solo quale era lo stato dell’arte   nel pensiero antico fino alla successiva rielaborazione medievale.

Questo percorso è programmatico; scrive infatti  nell'introduzione “In fin dei conti, piuttosto che partire con una definizione contemporanea di estetica e andare a verificare se in epoca passata essa venisse soddisfatta (ciò che ha dato luogo a pessime storie dell'estetica), meglio partire con una definizione quanto pi๠possibile sincretica e tollerante e poi vedere cosa si trova”.

Il risultato infatti c’è. I testi di estetica medievale hanno già  tutte le   chiavi interpretative di come oggi si “vede” il  mondo attraverso la nostra sensibilità  estetica. E scopriamo che il modo è lo stesso di allora; c’è un  filo rosso che lega le varie  epoche costituito dalla naturale commistione del realismo con l’estetica. La evidenziazione molto discreta di questo filo rosso  a nostro avviso costituisce la preziosità  di questa raccolta.

  Eco si preoccupa anche  che il mezzo costituisca effettivamente esso stesso il messaggio. Avverte che la raccolta è rivolta anche ai non specialisti; che il latino, che costituisce la caratteristica principale per individuare la “medievalità  degli scritti”, è tradotto o riassunto. E poi, scrive,  andate a vedere  le figure al centro del volume che in qualche modo aiutano a capire come si traduceva  in visione e dunque in espressione diversa dalla parola e  con quei mezzi che sono definiti generalmente artistici, il pensiero dell’epoca. Umberto Eco insomma  ci guida per mano  ad assaporare  l’essenza del medioevo attraverso l’estetica e a valutare il carattere residuale di quello che oggi definiamo “arte” che non è altro che  ciò che resta, appunto, della apprensione e conoscenza del mondo sulla base di una qualsiasi sensibilità . Questo è molto importante a nostro avviso perché mette  le cose al posto giusto con una estetica che è legata all’arte allo stesso modo in cui è legata  alle altre sensibilità ; c’è infatti  quella del miniaturista nell’ambito librario, quella   dello “scalpellino” per le chiese,  del “piastrellista”per i mosaici nei pavimenti, dell’ imbianchino-pittore  per le pareti e le volte. Arte ed estetica, solo intese in questo modo non totalizzante né esclusivo, possono essere  messe in relazione. La mancanza di inclusività  ha infatti caratterizzato i due secoli passati con la separazione tra una concezione dell’arte a sé stante ed  una estetica che la regola o ne guida il “godimento”o comunque ne dipende. In questi scritti, nelle miniature e nelle altre “opere” vediamo invece il mondo  vivo che traborda, naturalmente, quasi casualmente in maniera resocontistica. Nessuno degli autori ha l’idea e ovviamente la pretesa di fare delle “opere d’arte”, men che meno a sé stanti. E tutto  avviene all'insegna della luce, che (anche quando ve ne è poca), determina il mondo.

Noi, non avendo ovviamente la forza di evitare il percorso inverso come  Eco si impone di fare,  non possiamo sottrarci neppure al gioco delle somiglianze, come  ad esempio quello di vedere nelle miniature del “Libro di Kells” il tratto caratterizzante di molti artisti contemporanei. Questo per arrivare alla constatazione che la funzione estetica  è una di quelle vie obbligate, di quelle direzioni di senso descritte, come detto sopra, da Eco che hanno determinato e determinano  “residualità ” molto simili tra di loro.