Da Vermeer a Morandi passando da dOCUMENTA (13)
di Roberto Pacchioli

I pittori del secolo d'oro olandese e tra questi il pi๠famoso, Vermeer, in questi giorni hanno creato un ampio dibattito della critica sulla loro attualità . L'occasione è stata la mostra alle Scuderie del Quirinale da poco inaugurata e che chiuderà  il 20 gennaio 2013.

E' stata però una coincidenza se i pittori olandesi sono stati anche inseriti, sempre in questi giorni, in un altro dibattito, quello nato dall'uscita di un libro del poeta polacco Adam Zagajewski, ospite lo scorso mese di settembre a Bellinzona a “Babel 2012”, per la presentazione del suo volume “L’ordinario e il sublime” (edizioni Casagrande) che tratta il problema dell’arte in relazione all’ordinario quotidiano e all’essenzialità  dell’opera. Il concetto di ordinario è indagato, come nei lavori dei pittori olandesi, nelle cose di tutti i giorni, nelle nature morte, nei personaggi della vita quotidiana. E questo perché l’arte deve tenere un profilo basso, non si può occupare del superfluo, come ad esempio il decoro “barocco”, perché “la musica di Mozart non ha senso in un campo di concentramento così come una poesia mal si concilia con un fronte di guerra”. Il mondo infatti è costantemente in uno stato di guerra pi๠o meno dichiarata, pi๠o meno calda, condotta con le armi o con altri mezzi, pi๠o meno imposta o subita dalle diseguaglianze sociali.

L’autore cita ad esempio l’ Ortega y Gasset della “ribellione delle masse” in relazione alla
disillusione nella letteratura e anche, per tornare all’argomento, il suo amico Tzvetan Todorov che nel suo saggio  “Elogio del quotidiano” commenta proprio il secolo d'oro della pittura 
olandese e il suo insistere sulle piccole cose, sulla vita reale, avulsa da ogni retorica, senza eroi. Contro questa presunta ineluttabilità  il poeta si  ribella perché a suo avviso quello che avviene, anche tra le piccole cose rappresentate nell’arte, è lo scatto del sublime che determina la caratura estetica della letteratura o delle arti figurative.

In questa impostazione “romantica” del pensiero di Zagajewski, che è difficile seguire, anche l'utilizzo della parola “estetica”, in senso così accessorio ed esteriorizzante, è ambiguo.

La necessità  dell'arte, e dunque la sua valenza ”estetica” intesa proprio come riflessione sul perché si continua a fare arte nonostante tutto, dunque svincolata dal suo utilizzo, costituisce il vero argomento di discussione. Non può esserci alcuno iato, né imbarazzo per l'arte, di fronte alle  tragedie dell'uomo, o create dall'uomo stesso, perché in questo caso l'arte sarebbe fine a se stessa e dunque inutile. Andrea Zanzotto, come molti altri artisti, (è accaduto come vedremo ad esempio anche  a Chopin), è arrivato quasi all'afasia dei suoni gutturali e comunque all'essenzialità  degli haiku, (per di pi๠scritti in inglese), terrorizzato come fu, ad un certo punto della sua vita, dall'inutilità   della sua poesia, o da qualche parola in pià¹. Chopin, aggiunse quattro battute ad un notturno dei pi๠“essenziali” e scarni, solo come gesto d’affetto nei confronti di un critico che stimava e che aveva  dimostrato qualche perplessità  sul rischio di non leggibilità  dello spartito.

Sull’argomento, sulla sua attualità  ritornano anche le riflessioni della scorsa estate sull’impianto teorico dell’appena chiusa dOCUMENTA (13). In particolar modo al contenuto di quello che è stato definito dalla curatrice Carolyn Christov Bakargiev il cervello della manifestazione, posto al Federicianum, e costituito da oggetti germinatori di senso tra i quali quelli, bottiglie ed altro, che furono i modelli delle nature morte di Giorgio Morandi. Dunque da Vermeer a Morandi, l’essenza e la necessità  dell’arte che, passando dagli orti di Kassel,  si riavvia nel suo alveo originario.