DANIEL BUREN al Parco Archeologico di Scolacium e al Museo MARCA di Catanzaro
di Roberto Pacchioli

Daniel Buren è uno dei pochi artisti internazionalmente conosciuti per il suo lavoro che è in rapporto diretto con le tracce dell'uomo sulla terra, tracce che egli  sottolinea con le righe colorate della sua “pittura”,  sui suoi festoni e sui suoi pannelli. E' la sottolineatura della valenza estetica della trasformazione del territorio e del paesaggio che l'uomo, di solito senza rendersene conto, opera per il suo stesso poter essere.

E' questa la sintesi del suo lavoro al Parco Archeologico di Scolacium e al Museo MARCA di Catanzaro (la cui “necessaria” attività  è già  stata da noi evidenziata). Buren interviene sui resti archeologici come se fossero contemporanei e facenti parte dell'attuale paesaggio. Egli non desacralizza i reperti perché la loro vetustà  li ricopre solo di una aureola impropria e fuorviante: essi infatti non sono altro che le strade, le case e quant'altro c'era 2/3.000 anni fa: null'altro. Sono quello che saranno le nostre città  se riusciranno a conservare per lo stesso periodo di tempo qualcosa di sé.

Il pensiero  va ad un altro artista, Lorenzo Mangili, che si è posto pi๠o meno lo stesso problema, quello di scoprire oggi l'archeologia del futuro e mettersi nei panni di coloro che, ad esempio, troveranno i giocattoli di plastica dei nostri bimbi. Li ha collocati allora in strutture di materiale edilizio per immaginare lo sconcerto esegetico-interpretativo dei futuri “scopritori”.

Daniel Buren, in questo come in altri casi analoghi, ha fatto lo stesso tipo di operazione. Ha attualizzato il passato, quello vero però, trattandolo come se fosse "qui e ora". Un passato che non ri-vive ma vive come contemporaneità .