Giulio Paolini e il platonismo di ritorno
di Roberto Pacchioli

L'avversione di Platone contro l'arte è motivata dalla sua teoria che il mondo non è quello che conosciamo che sarebbe una mera ombra del vero; l'arte dunque non costituirebbe che la copia di una copia infedele.

Arrivò però Aristotele a liberare l'uomo incatenato nella caverna del mito platonico, sistematizzò il reale e le possibilità  della sua conoscenza, e non per nulla si occupò anche dell'arte.

E' dunque un segno che magari attiene a questo momento di crisi regressiva, economica, etica, politica se qualcuno ritorna a discutere di platonismo. Diverse sono le pubblicazioni (“Filosofia tardo antica”, a cura di Riccardo Chiaradonna, Carocci, pagg. 323 euro 28; “Sui simulacri” di Porfirio, a cura di Mino Gabriele, Adelphi, pagg. 287, euro 17) che provano questo rinnovato interesse.

Anche nello specifico dell'arte vi è stato recentemente un richiamo esplicito al platonismo. Lo ha fatto Giulio Paolini in una intervista a Franco Marcoaldi su Repubblica, a conclusione di un ciclo di conversazioni che hanno avuto come filo conduttore la “bellezza”. Tema questo, a ben vedere, segno di tempi che cominciano ad andare alla ricerca di qualcosa che non c'è e si rifugiano in un altro mito, quello di Peter Pan, o della fuga dalla realtà . “Impossibile, dice Paolini, trovare la bellezza come accade per la verità .” Viene allora ricordato il giudizio di Italo Calvino sull'opera di Paolini: tautologia (sia chiaro come apprezzamento critico): l'arte è tutta nel mondo delle idee e l'artista ha poco da aggiungere perché tutto è stato già  scritto. L'artista non deve cercare, capire, svelare, dialogare con gli altri saperi. Quello che accade ai nostri giorni, continua Paolini, in manifestazioni come quella di Documenta a Kassel,”è ridicolo, anzi grottesco: lo si voglia o meno, l'arte non ha questa vocazione a rimboccarsi le maniche e a mettersi intorno a un tavolo. L'arte non si siede attorno a nessun tavolo: sta su un trono o in un angolo, a seconda dei casi”.

E cioè, aggiungiamo noi, a disposizione e condizionata da chi la mette sul trono o in un angolo. E l'artista che fa, se non ha nulla da fare perché già  tutto è fatto, scritto e collocato da sempre nel mondo delle idee? Paolini usa un'immagine per rispondere a questa domanda e chiarire l'atteggiamento dell'artista; cita Borges che così rispondeva alla domanda su come si scrive: “Mi pongo in una situazione passiva e aspetto. Aspetto e la mia unica preoccupazione è che tutto finisca in bellezza.” “Ecco- chiosa Paolini- anch'io, da sempre e vanamente, cerco di fare altrettanto”.

E allora, a queste parole non posiamo non dirci aristotelici dopo aver sommessamente proclamato: una, dieci, cento dOCUMENTA (13).