THE END, Fabio Mauri a Palazzo Reale a Milano
di Roberto Pacchioli

Uno dei tanti semi messi a dimora da dOCUMENTA (13) a Kassel sviluppa a Milano.

Fabio Mauri è stato il primo  ad essere invitato da Carolyn Christov-Bakargiev non appena ricevuta la nomina a curatrice nel 2008. A lui è dedicata una ampia sala nel Federicianum dove sono esposte alcune sue opere tra le pi๠significative. Ma soprattutto di Fabio Mauri è rappresentata, in uno degli spazi restaurati alla Hauptbahnhof, la piece “Heidegger e la filosofia”. Il 6 giugno scorso, giorno della inaugurazione, dopo la sua  presentazione della manifestazione in conferenza stampa, la curatrice si è significativamente recata ad a assistere alla “prima” quasi in segno di “chiusura” del suo cerchio interpretativo della svolta di cui  l’arte sta prendendo coscienza, e di cui ella aveva appena reso appassionata testimonianza.

Il  lavoro di Mauri infatti costituisce la prova di come l’arte non sia che uno degli strumenti con cui l’uomo va alla ricerca di senso e nel contempo apre la riflessione sul carattere di residualità  dell’opera, che altro non è che ciò che resta dopo quella ricerca. A dOCUMENTA (13) infatti l’opera, in modo molto chiaro, non è pi๠intesa come oggetto d’arte  ma come la conseguenza del lavoro di riflessione e di indagine.

In questa grande mostra antologica che Milano  dedica a Fabio Mauri, c’è dunque tutta la continuità   di quel gesto simbolico avvenuto nei suoi confronti a Kassel.

Francesca Alfano Miglietti, che l’ha curata, ha avuto agio di presentare  il suo lavoro con ampio spazio e respiro, insieme a tutta la sua complessità  di uomo che “pensa”, raccontando così, in modo scientificamente rigoroso,  la sua e la nostra storia; e ovviamente l’arte nel periodo in cui ha iniziato in maniera esplicita, ad occuparsi dell’uomo, della sua umanità , dei pericoli ai quali costantemente va incontro quando perde il suo contatto diretto con il suo essere, con il suo corpo proprio, con la sua stessa carne.

Il “Muro”, costituito di vecchie valige di cartone, di cuoio, di vimini, tutte diverse, è senza dubbio il fulcro della mostra. Speranze vanificate,  migrazioni  deportazioni stermini orrori della guerra,  esilio forzato: tutto  ciò che il male riesce a fare all’uomo e al mondo.

C’è in mostra anche un’altra opera simile, costituita anch’essa da un altro “muro” di valige, lucide, di metallo, “tecnologiche”, tutte uguali, “muro” che ha al suo centro uno schermo. E’ la summa di ciò che è avvenuto poi, dopo la tragedia della guerra, del paravento dietro al quale abbiamo nascosto le nostre angosce e le nostre ansie dopo il razzismo, gli stermini e le distruzioni: è il “perfezionamento”della perdita progressiva e rassegnata da parte dell’uomo della sua carne, per sostituirla con pezzi di tecnologia.

 Il pensiero non può non andare, a questo punto, al grande contributo, dato sul tema, da Joseph Beuys (anch’egli protagonista di una altrettanto storica Documenta) che vi ha iniziato a  lavorare, proprio dopo la sua personale esperienza bellica. Furono diversi però il motivo “scatenante” e la conclusione di fondo. Mauri,  inizia dalla sua malattia psichica ed è pessimista sulle possibilità  di riuscita nella ricerca di una qualsiasi certezza; Beuys che  inizia dopo essere stato salvato, durante la guerra,  da altri uomini e con alcune cose banali (feltro e grasso), è sostanzialmente ottimista nel ritenere che sia stato toccato il fondo e che da quel fondo si possa riemergere proprio con l’umanità  e le cose semplici, e dunque con la difesa della natura intesa in modo comprensivo e includente: uomini, animali, piante, cose, tutto.

Quanto resta da tali attività  di ricerca e di testimonianza può essere definito arte, ma anche no. Come siamo autorizzati a pensare dopo dOCUMENTA (13), non è questo il problema.