dOCUMENTA (13), gli orti, i cani, le erbacce e i pomodori
di Roberto Pacchioli

 

La parte pi๠innovativa e caratterizzante di dOCUMENTA (13) è quella che si dipana nel Karlsaue Park davanti all'Orangerie. Si inizia con l'onda di Massimo Bartolini, in mezzo a delle cannette basse di fiume, si continua con “Doing nothing garden”, la collinetta di Song Dong, dove tra le erbacce sono cresciute piante di pomodori, cavoli neri, prezzemolo e ortaggi vari.

E' il modo in cui questa edizione di Documenta vuole cercare di ridare carne all'uomo, nel senso della profezia di McLuhan, quella carne che l'uomo sta rischiando seriamente di perdere, se non l' ha già  persa, con sostituti sempre pi๠disumanizzanti, che un certo tipo di costruzione sociale da tempo gli propina come delle droghe semplificanti.

Non siamo allora, proprio per questa sorta di incantesimo, pi๠preparati a mettere ed avere i piedi per terra, sia in senso metaforico, sia in senso reale. Fa bene dunque sporcarsi di fango ad andare a scovare l'opera “gettata” del francese Pierre Huyghe, la venere con le api sulla testa e sul volto, cui fanno compagnia cani smagriti e dipinti, in mezzo al parco, dove sono stati smossi e accumulati terra di riporto, materiali edili, e piante sradicate nell'operazione di ...”movimento terra”.

Dicevamo del corpo ritrovato, quello fatto di carne, la nostra carne di cui parla Merleau Ponty, quello di cui parla anche un'altra francese, Franà§oise Heritier, nel suo recente libro “Il sale della vita” che rifacendosi a Condillac ci ricorda che”il mondo esiste nei nostri sensi, prima di esistere come un tutto ordinato nel nostro pensiero” e che “la nostra anima è il nostro corpo, accumulo di esperienze”.

Esperienze dirette per ridare all'uomo la dignità  della conoscenza originaria, non “mediata”.

E arriviamo alla metafora, neanche tanto tale, dell'orto. Al centro del parco, dopo un percorso costituito da un sentiero segnato quasi nel sottobosco, si arriva in un grande orto, di quelli che si trovano nelle periferie delle città , fatti con materiali di primo recupero per costruire baracche, recinzioni, cancelli; con i bidoni per la raccolta dell'acqua piovana, necessaria per annaffiare dove l'acquedotto della civilizzazione non arriva; e dove si coltivano quegli ortaggi, quei pomodori, che abbiamo visto nelle precedenti opere. Qui però nella prima, e pi๠elementare, forma di organizzazione; ma una civilizzazione di ritorno, esiliata, di chi, privo del necessario rapporto con la terra, lo strappa, se ne impossessa, con quella forma giuridica storica, perché che è posta a fondamento della acquisizione “originaria” della proprietà , che è l'usucapione.

E' difficile dunque trovare una forma pi๠radicata nel reale di un orto che nasce in questo modo: manualità , recupero, coltivazione della terra per la sussistenza, comportamenti che l'uomo ha ritenuto talmente necessari socialmente da eleggerli a sistema giuridico di “conservazione” della funzione della terra, per salvarla dall'abbandono e premiare chi la coltiva.

Metafora premonitoria di un futuro che ci attende lì, dopo l'angolo, quando altrettanto storicamenete e statisticamente questo sistema sociale così fragile, senza pi๠“carne” e alieno all'uomo, inevitabilmente, per un una qualche contingenza, magari banale, collasserà  e riporterà , necessariamente, l'uomo con i piedi dentro la terra. Il “collassamento”, altra metafora cara a Carolyn Christof.Bakargiev.