Tino Sehgal a dOCUMENTA (13), la danza che include
di Roberto Pacchioli

La metafora della danza è quella ricorrente che Carolyn Christov-Bakargiev ha usato, anche nella sua presentazione alla conferenza stampa del 6 giugno scorso. Presentazione che è stata una godibile “lectio magistralis”, (definizione purtroppo usata da qualcuno in senso sarcastico), oltre che una relazione, è il caso di dire, sullo stato dell’”arte”.

Osserviamo incidentalmente che anche l’ascolto dell’altro è una delle caratteristiche di questa dOCUMENTA.

La danza dunque come metafora dell’inclusione e del rapporto paritario e necessariamente consonante e “partecipativo” con l’altro o con gli  altri, impressa dalla curatrice a questa sua edizione.

L’evento artistico, di forte valenza estetica, che incarna questa metafora può essere considerato senza dubbio la performance di Tino Sehgal nel complesso della “Casa degli Ugonotti”.

Anche in questo caso, come nella conferenza stampa, occorre riferire che ci sono state delle “incomprensioni”. C’è chi ha scritto ad esempio, “Il buio. Che noia!”, e chi di esclusione del visitatore (“fino a spingere fuori dalla porta il pubblico”). Ancora mancanza di ascolto, nel senso di assenza totale della necessaria “curiosità ” di andare fino in fondo  restando alla superficie.

 La performance è così strutturata. Si accede allo spazio attraverso una spessa tenda che si scosta su un buio totale dal quale si resta bloccati quasi come temendo “il salto nel”. Si odono canti, suoni, musica ma che sembrano registrati. Solo chi, per l’appunto, con curiosità , è andato lì per “vedere” e capire, fa qualche timido piccolo passo strisciante e si inoltra nel buio. A quel punto, con sorpresa, viene sfiorato da una mano su un braccio, mano che poi inizia a guidarlo all’interno. Non appena l’occhio si adatta al buio si comincia a “vedere” e “sentire” che in mezzo al buio ci sono tanti giovani che cantano, ballano emettono vari suoni e che a poco a poco ti coinvolgono nel fare altrettanto.

Dunque oltre alla metafora generale dell’inclusione quella del “vedere” contrapposto al  quotidiano superficiale “guardare”.

Questa performance costituisce anche la riprova che, come dicevamo, a Kassel, con questa dOCUMENTA (13) è avvenuta una “rivoluzione copernicana” del modo con il quale negli ultimi due secoli sono state interpretate e “collocate” l’arte e l’estetica. E cioè la mitizzazione dell’oggetto d’arte da fruire,  l’estetica  come filosofia del "bello" e quasi scienza per arrivare al "bello".

Con Tino Sehgal (ma soprattutto con Carolyn Christov-Bakargiev) abbiamo il condensato e l’esemplificazione di un nuovo modo di porsi nei confronti dell’arte e dell’estetica. L’inclusione ci dice che c’è un dialogo continuo tra l’arte ed il mondo, dialogo  costituito da costanti rispettivi segnali e reciproche sensibilità  che interreagiscono. L’estetica ritorna ad essere una summa di facoltà  sensoriali nelle quali l’interezza del corpo è pronta a recepire i segnali e le sollecitazioni che vengono dal mondo, dalle cose, per esserne modificata. E questa modifica determinata  dalle cose sull’uomo è proprio quello che intendeva Kant quando, svegliatosi dal “sonno dogmatico”, pensò che  questa sua intuizione, per il “problema della  conoscenza”, poteva essere paragonata a quella di Copernico quando intuì che  la terra non era al centro del sistema solare e dell’universo.

Per quanto riguarda lo specifico dell’arte, questa dOCUMENTA (13), ha dichiarato apertamente che è venuta meno la centralità  dell’arte quale strumento quasi assoluto di conoscenza sensibile e che l’arte può solo dialogare con tutte le altre sensibilità , dare impulsi idee fantasia e riceverne a propria volta.
Proprio come accade quando si balla.