Il corpo e la carne, l'hic et nunc di Marina Abramovic
di Roberto Pacchioli

Si dice spesso che l’arte sia affetta da strabismo.
Vive periodi nei quali il suo sguardo è rivolto al passato e in altri al futuro.
I nostri giorni sono, evidentemente non senza motivo, caratterizzati da molte ricerche solo ed esclusivamente rivolte al presente, addirittura all’attimo.

Quella di Marina Abramovic è tra queste.
Le sue sono performance vissute - è proprio il caso di dire - in prima persona: alla cattura dell’istante nella scoperta della sua identità  e, con essa, dell’essenza dell’arte.

Il suo corpo è il riferimento interno ed esterno, il punto di partenza e di arrivo del suo fare arte; costituisce lo strumento della conoscenza attraverso i percorsi per lei obbligati della stessa sua carne, (così come intuì e teorizzò Maurice Merleau Ponty che andò alle radici ontiche dell’estetica).

Impropriamente, dunque, la Abramovic è stata collocata genericamente all’interno della body-art perché, infatti, la sua ricerca artistica è strutturalmente ontologica, vissuta nel profondo totalizzante dell’essere e non sulla mera superficie del corpo: mente, pensiero, carne, sensazioni di ogni tipo vengono messi in gioco nel loro intimo complesso ed in ogni loro connessione, basandosi sulla materialità  del corpo, come detto, unico riferimento plurimo di conoscenza.

La critica che ultimamente le viene mossa è quella aver iniziato a seguire un’altra strada, una specie percorso di “analisi”.

Nulla di tutto questo. È la stessa Abramovic che ci ricorda che parte fondamentale del corpo è la mente, sulla quale ella intende ora indagare.

Il recente lavoro al Moma di New York può essere considerato emblematico al riguardo in quanto coinvolgeva singoli visitatori e l’artista in un rapporto a due, di fronte, solo occhi negli occhi, nel quale era gioco forza trasmettersi reciprocamente sensazioni unicamente attraverso un linguaggio fisico. Quella performance può essere considerata un approfondimento di quel “pensare senza parole” che è stata la base dell’arte concettuale che pur, con Kosuth, era iniziata con l’esame del significato delle parole ma “scavato” nella fisicità  della scrittura, e anche come ipotesi di come deve essere stato all’”inizio” quando le parole ed i loro significati non c’erano ancora e dovettero essere inventati per semplificare le relazioni tra gli uomini al fine di coalizzarli per affrontare insieme i formidabili “problemi” che poneva il trovarsi “gettati” nel mondo.

Ma l’ultima performance della Abramovic va oltre.
Con il “Method”, cui ha dato il suo nome, l’artista non si limita a coinvolgere il pubblico non pi๠mero spettatore-fruitore di opere o operazioni artistiche come nell’esperienza del Moma, ma lo lascia solo ad effettuare lui stesso la performance, ad essere lui l’artista nel senso di colui che usa se stesso nella costituzione dell’opera e che alla fine del percorso di riflessione e di astrazione del suo pensiero, realizza una parte del disegno complessivo della performance. Chi vi partecipa infatti si sente a un tempo soggetto agente e residuo oggettuale delle esperienze estetico-sensoriali che ha vissuto e messe in atto in quel momento temporale. L’hic et nunc viene così partecipato, e a pieno, in maniera singola e personalissima, da una moltitudine di persone alle quali viene anche significativamente chiesto, in maniera “contrattualmente” cogente, di tradurre con parole la propria esperienza.

È quasi il percorso inverso a quello di Kosuth: dall’esperienza artistica alla parola scritta.
La contemporaneità  del qui e ora viene in questo modo esercitata attivamente e consapevolmente da molti soggetti, non pi๠fruitori di arte o visitatori di mostre, e il tutto avviene in un tempo ed uno spazio: nella primavera del 2012 a Milano. E’ un segno, una traccia, alle quali si potrà  fare riferimento come uno degli “inizi” che identificheranno questo secolo, e con esso, questo millennio.

Se ancora qualcuno ha dei dubbi sul rapporto ontologico tra l’arte e l’estetica e sul carattere fondativo di quest’ultima, Marina Abramovic, con il suo insistere sull’hic et nunc della conoscenza ottenuta attraverso la sensibilità  dell’artista, insieme a quella di chi un tempo veniva considerato solo fruitore, gli fornisce elementi perché questi dubbi siano definitivamente sciolti.