La comprensione dell'opera d'arte tra Beuys e Holler
di Roberto Pacchioli

L'accusa pi๠comune che viene fatta all'opera d'arte contemporanea è quella dell'incomprensione per il fruitore e la necessità  che essa passi dalla interpretazione del critico o comunque degli addetti ai lavori.

Una riflessione molto articolata sul punto è stata fatta in un incontro con studiosi e scrittori sviluppatosi durante tre giornate nel febbraio del 1985 tra Wangen e Achberg, in Germania. Protagonisti, oltre al pubblico, tra gli altri Joseph Beuys e Michael Ende, il noto autore de “La storia infinita”.

Questa la tesi esposta da Beuys: “Proprio chi cerca di rendersi comprensibile, è meno compreso” e tra l'ilarità  suscitata nel pubblico l'artista chiarisce: “Sì, questa è la norma. Chi si esprime nella maniera pi๠chiara e si sforza moltissimo di essere compreso per ciò che riguarda la problematica artistica inerente alla cosa, non viene compreso assolutamente...Deve essere la capacità  di fare esperienze. Deve saper vivere qualcosa nelle forme. Ossia, sulla base delle forme, deve essere capace di organizzarsi interiormente in modo del tutto nuovo. E allora io sono sempre disposto a dare spiegazioni. Non fornisco mai una interpretazione. Ma dico sempre quali ragionamenti coerenti mi hanno indotto a decidermi in tal senso”.

Dagli anni '80 veniamo ai nostri giorni. Un altro artista tedesco, Carsten Holler, definito tra l'affettuoso e l'ironico, “il giostraio”, per alcune sue opere che sono a tutti gli effetti coloratissime e luminosissime giostre da “luna park”, e dunque opere di per sé in teoria comprensibili nel loro contenuto pop, sostiene che “Comprendere un'opera d'arte vuol dire anche accettare il suo enigma, e lasciare che la fantasia colmi i vuoti...Negli anni '70 -l'arte contemporanea- forse era diventata un fenomeno underground, per iniziati, di pubblico dominio. Ecco perché penso che sia positivo renderla un pò pi๠difficile. I miei lavori questo lo riconoscono e lo localizzano”.

Da queste riflessioni due artisti, vissuti in epoche contigue ma molto diverse, possiamo dedurre cosa sia alla fine l'essenza dell'opera d'arte: una corrispondenza di reciproco conferimento di senso data dall'artista ma anche dall'opera in sé, quale residuo della sua attività  di ricerca. E' uno scarto, una differenza, uno spostamento, un'operazione “matematica” nella quale, come ha detto qualcuno, due pi๠due non fa quattro ma cinque, nella quale cioè si aggiunge sempre qualcosa quando viene messa, quale cosa, tra le altre cose del mondo.