“Il ricciolo di burro”, l'estetica del quotidiano di Cristina Muccioli
di Roberto Pacchioli

L’intima conoscenza delle cose, degli oggetti, l’origine ed il percorso etimologico del modo in cui siamo arrivati oggi a nominarli, sono alla base del rapporto dell’uomo con il mondo, l’uomo che costruito e dato un nome agli oggetti in una con lo sviluppo del suo pensiero e della capacità  di articolarlo.

Da qui la fascinosa storia del progresso della conoscenza che è partita dall’oggetto primo con cui l’uomo si è incontrato e si incontra all’atto stesso della propria nascita che altro non è che il suo corpo, le parti di cui esso è realmente composto come i suoi organi, sia quelle ipotizzate come l’anima, lo spirito, il soffio vitale ecc..

E’ su questa base che nasce ad esempio l’approccio di Marx al problema estetico di fondo (e ovviamente non ci riferiamo ai suoi accenni alla funzione dell’arte e degli artisti e all’”estetica marxista”) e quello, per fare un altro esempio, di uno studioso mai ringraziato abbastanza per il suo lavoro durato una intera vita, come R.B. Onians (Le origini del pensiero europeo, Adelphi, pagg. 648, euro 49,50).

Queste riflessioni o associazioni mentali ci sono venute durante la presentazione che Cristina Muccioli ha fatto del suo libro “Il ricciolo di burro” (Abeditore, pagg. 180, euro 14,90) alla Triennale di Milano, testo nel quale l’autrice fa il percorso inverso risalendo, per ogni oggetto che prende in esame, la scala della etimologia del nome e della sua storia, avendo come principio base e presupposto che nessun oggetto o cosa sono banali (neppure il ricciolo di burro, la forchetta, il granello di povere) e che ogni oggetto o cosa del mondo sono arrivati al rapporto che oggi hanno con noi in quanto hanno superato, nella loro utilità , funzionalità  o conoscenza, una selezione che è la stessa della storia del nostro pensiero.

Il rapporto dell’uomo con quello che qualcuno si ostina ancora a chiamare “oggetto artistico” dovrebbe essere lo stesso. E invece viene “caricato” di significati di ordine pi๠o meno metafisico che snaturano l’arte confondendola via via con la religione, con l’etica e ritenendola addirittura generatrice di qualcosa che non esiste come la “bellezza”.
L’opera d’arte vorrebbe invece essere trattata e considerata proprio come un “ricciolo di burro”: il risultato di una azione di conoscenza motivata da una necessità : in questo caso la necessità  dell’artista di vivere la sua particolare sensibilità .