L'"estetizzazione diffusa"
di Roberto Pacchioli

Milano, pomeriggio di domenica 18 dicembre 2011, corso Vittorio Emanuele, grande magazzino “Zara” marchio internazionale di abbigliamento femminile.

All’ingresso uno schieramento, come un plotone allineato e coperto, di manichini abbigliati con vestisti tutti molto simili e di identico colore nero: tipo Vanessa Beecroft. Dentro, come pezzo di arredamento, una grande “cista”esagonale con coperchio,  di porcellana smaltata monocroma: tipo Allan Mc Collum. Tra le varie tipologie di gonne ce ne è una di un tessuto saturo di perline colorate: tipo Rhonda Zwillinger.

Le associazioni sono inevitabili anche perché si sono appena lette  recensioni uscite  nello stesso fine settimana di libri e  manuali sulla lettura delle opere di arte contemporanea, su cos’è l’arte contemporanea, sull’arte contemporanea “spiegata al marito”, sulla nuova estetica in un tot di parole chiave e sulla “estetizzazione diffusa” nella nostra società  contemporanea. E si riflette sul motivo per cui proliferano libri che insegnano a capire l’arte contemporanea e insistono sul vecchio pregiudizio della sua incomunicabilità  da cui il bisogno di qualcuno che la legga per noi.

Proprio di lettura si tratta perché l’arte ha sempre avuto diversi piani di senso. Solo che per 2500 anni il primo è stato sempre quello della rappresentazione e dunque il problema non si poneva visto che i piani ulteriori erano lasciati a chi “voleva” approfondire.

Nell’ultimo secolo invece le cose sembrano cambiate perché il primo piano  è venuto meno e il “pubblico” che prima si riconosceva nell’icona o nel testo immediatamente (per identificazione o contrapposizione) ora non sa pi๠cosa fare ed è disorientato.

Il problema però non è tanto quello del “pubblico” che si accontentava e si accontenta della prima lettura dell’opera e ritiene così la questione risolta. E’ invece quello degli “addetti ai lavori” che lo affrontano fornendo chiavi pi๠o meno idonee e dunque lo risolvono alla stessa maniera di prima pur ritenendo di  partire dalla seconda lettura, e affrontandolo il pi๠delle volte, come detto, con il luogo comune della “provocazione”. Non è così,  l’arte non è mai provocazione.

Duchamp, Manzoni, Cattelan, Abramovic non fanno infatti provocazioni, né (e non è un paradosso) “fanno arte”, ma fanno pi๠semplicemente gli artisti.

Dove è la differenza. Non certo nella vecchia questione estetizzante dalla identificazione  di arte e vita ma proprio nella finalmente raggiunta dicotomia tra l’artista e l’opera.

L’artista infatti non è pi๠chi fa quel prodotto che è definito opera d’arte o peggio oggetto artistico; non è pi๠condannato ad esporre tale oggetto al problema infinito del suo rapporto con la fruizione e cioè alla assurda domanda se esso sia “bello” o no, domanda che sublimata porta all’altra (nefanda) del “che cosa è arte”.

No. Checché  abbia sul punto elaborato il pensiero postmoderno che finalmente ci ha appena lasciato, darwinisticamente vi è stato sempre un progresso in linea retta, vettoriale, e unidirezionale.

Alla domanda su cosa faccia Marina  Abramovic su una montagna di ossa a pulirle, o stia  sul bagnasciuga come un oggetto portato lì dal mare o del perché delle sculture tutte diverse e per nulla “razionali” di un Cattelan non c’è risposta univoca se non nell’intrecciarsi di sensazioni, intuizioni per lo pi๠irrisolte ma tutte tendenti alla conoscenza del mondo (che ovviamente comprende  quella di se stessi).

E’ l’affermazione esplicita e non mediata e nascosta che tutti i piani di lettura si sono fusi, mescolati, intrecciati a motivo che l’opera è “residuata” dalla sensibilità  dell’artista. Residuo da trattare come un “carotaggio”, che dovrà  essere  con cura sezionato da chi effettivamente  vuole leggere le sue varie stratificazioni. Ecco, è una operazione di volontà  l’arte, specie quella contemporanea, per l’artista e per chi “vuole” comprenderla. Non ci può pi๠essere il fruitore pi๠o meno passivo con una lettura univoca data per di pi๠da un manuale o una guida.

E questo non accade perché viviamo in un mondo di “estetizzazione diffusa” da cui gli artisti sono superati e dunque poiché superati dalla “bellezza” delle immagini che ci circondano, devono inventarsi qualcosa di “provocatorio” e nuovo. Proprio il contrario. Come sempre è stato la nostra visione-conoscenza del mondo ci è data soprattutto da quella  degli artisti che inevitabilmente la plasmano e, che noi assimiliamo senza che neppure accorgercene, e, banalmente,  utilizziamo anche per allestire i grandi magazzini sotto le feste natalizie.

Né si può sempre ripetere il mal compreso concetto di morte dell’arte, che come le storia non muore. Fu invece proprio  Hegel che ebbe il  merito di aver previsto cosa stava per accadere e cioè il radicale cambiamento che avrebbe poi portato alle cosiddette  avanguardie storiche.

Si  torna quindi, alla fine, al problema dei problemi, quello della natura dell’estetica; se debba cioè essere considerata, come ancora oggi  per i pià¹,  la teoria del bello, funzionale a  qualcosa che è lì per essere goduto  come tale, o invece ciò che attiene alla possibilità  di comprendere il mondo, il vivere, il morire. Insomma la nostra stessa “carne”, ciò che ha spinto, ad esempio, Sopie Calle, con la telecamera fissa, a indagare sugli ultimi momenti di vita di sua madre.

E allora non ha senso parlare ancora di “estetizzazione diffusa”, né di  Grande Arte, né di “seduzioni estetiche” di cui sarebbero carichi gli oggetti.

La questione non può che essere altra.

(Mauro Covacich, “L’arte contemporanea spiegata al marito” Laterza

Joseph Margolis, “Ma allora, che cosa è un’opera d’arte? Lezioni di filosofia dell’arte”, Mimesis

Riccardo Finocchi e Daniele Guastino, “Parole chiave della nuova estetica”, Carocci)