Jean Clair. Basta con l'opera feticcio
di Roberto Pacchioli

Nel suo ’ultimo saggio (“L’inverno della cultura” Edizioni Skira), Jean Clair che ricordiamo,  ha curato anche una storica Biennale di Venezia dal tema “Identità  e alterità ”, pone, tra gli altri, il problema dell’opera d’arte, della sua essenza e funzione.

Critica, l’utilizzo “mediatico” dell’opera avulsa da qualsiasi senso e contesto ma soprattutto rileva che  in alcuni casi essa nasce  all’unico scopo di stupire e fare notizia.

Critica anche l’utilizzo dei musei come veri e propri supermercati/depositi dell’arte e l’usanza ormai invalsa di far viaggiare le opere sia con il sistema dei prestiti sia addirittura prelevandole dal loro sito proprio ed esclusivo, nel quale sono nate e/o per il quale sono state create.

Osserva che tutto ciò è frutto dello svincolo dell’opera da ogni ragione o senso che non sia l’arbitrio dell’artista, retaggio del super-ego proprio del romanticismo e del concetto di “art pour l’art” nato ormai due secoli fa e che andrebbe ripensato.Ricorda che anche  le grotte di Altamira o di Lescaux avevano un senso  come successivamente l’arte  religiosa e quella civile.

Si definisce reazionario nel senso che anche la storia dell’arte ha dato a questo aggettivo quando l’avvicendarsi dei tempi storico-sociali ha visto a loro volta avvicendarsi Rinascimento, Manierismo Barocco ecc. ognuno in reazione opposizione o evoluzione dell’altro. Osserva anche che anche alla luce degli attuali accadimenti non può essere pi๠data per scontata una progressione di crescita e di espansione nelle vicende storiche e che si può anzi prospettare una regressione e che di ciò occorre tener conto nella riflessione ed elaborazione filosofica.

Idee tutte rispettabilissime e alcune condivisibili. Non certamente, per quanto ci riguarda, quella della “funzione” che viene attribuita all’opera d’arte che appare meramente strumentale e legata alla rappresentazione dello “spirito del tempo”.

Condivisible invece la critica dell’opera d’arte relativa alla sua perdita di senso e del suo contenuto di testimonianza della ricerca di conoscenza che le sta a monte. Da cui la rivalutazione della sua riproduzione  e il richiamo all'importanza che le copie hanno avuto in vari periodi della storia dell’arte.

Smitizzando l'opera d'arte, lo studioso francese si avvicina insomma, senza arrivare a delle  conseguenze nette,  al concetto estetico di residualità  dell’opera come frutto inevitabile dell’indagine che l’uomo-artista fa sul mondo.