La fine del postmoderno
di Roberto Pacchioli

Si moltiplicano gli eventi per celebrare e certificare la fine di un’epoca storica durata circa 40 anni e che ha interessato l’occidente e in particolare l’Europa. Ha preso il nome di “postmoderno” da un saggio di Lyotard, intitolato ”La condizione postmoderna” e, a pretesto per così dire simbolico, il crollo del muro di Berlino che avrebbe determinato per alcuno la fine della storia, per altri la fine delle ideologie e di tutte le certezze. In questo mare di relativizzazioni e di mancanza (o addirittura paura) della verità  identificata con l’arroganza del potere, tutto è divenuto interpretazione, il bene si è confuso con il male, non ci sarebbe stata pi๠differenza politica tra destra e sinistra e via di questo passo. Nello stesso mare hanno sguazzato e si sono ovviamente ingigantiti tutti i tipi di squali o caimani che si sono spinti anche a teorizzare la relatività  dei reati quali furto corruzione evasione fiscale falso in bilancio ecc. Da questo punto di vista l’Italia è stata maestra e antesignana di postmodernismo di cui ha permeato la propria vita politica e culturale gli anni che vanno dalla fine del 1970 ai nostri giorni. Se dunque, come si afferma da pi๠parti, il postmoderno è finito non possiamo che rallegrarcene perché ciò per noi significa scrollarsi di dosso un’infezione ormai non pi๠sopportabile e che sta ammorbando l’intero mondo come purtroppo ricordiamo capitò per il fascismo

Ha scritto Corrado Ocone sul Riformista del 20 agosto scorso:”Gli anni del postmoderno hanno coinciso con l’affermazione di una ideologia non solo omnipervasiva ma anche subdola perché si è presentata come il suo contrario, come la risposta alla fine di ogni ideologia o “narrazione” pi๠o meno grande. In sostanza, la politica, seguendo i dettami di questa ideologia, ha abdicato ai propri compiti e ha decretato la supremazia dei mercati nel frattempo sempre pi๠globali.”

Il primo di questi eventi è quello che si terrà  la primavera prossima a Bonn  che avrà  un taglio esclusivamente filosofico, organizzato tra gli altri dal nostro Maurizio Ferrarsi, e che tratterà  del realismo contrapposto alla mera interpretazione propria del postmoderno. Il secondo evento è quello di Londra, nell’imminente autunno, e sarà  costituito da una mostra di arti plastiche  che radunerà  opere e autori che  iscrivibili in questo filone di pensiero. La mostra si svolgerà  al ”Victoria and Albert  Museum” ed avrà  come titolo “Postmodernism. Style and subversion”.

C’è da chiedersi a questo punto però se l’arte possa in astratto essere, o essere mai stata, postmoderna a differenza del pensiero filosofico. La domanda è legittima solo se si pensa che è arte  solo se l’opera costituisce una ricerca e acquisizione di senso e dunque di quella verità  che la “condizione postmoderna” addirittura teme. E’ per questo motivo che abbiamo infatti assistito al fiorire, in Italia, (e lo abbiamo  su Artestetica.org pi๠volte segnalato  e “denunciato”si vedano tra gli altri articoli come “Critica d’arte revisionista? No, reazionaria”,”A Monza <Gli anni ”˜80> Conformismo di ritorno”, “Il grande gioco”. “Ontologia del segno. Il reale nell’opera di Alexander Calder”, “A Milano <Pig Island>) di una serie di mostre che addirittura inserivano a forza degli autori degli anni ”˜70-’80 che erano tutt’altro che postmoderni. In sostanza si è forzatamente scambiato il “concettuale” con il postmoderno e si è fatto riferimento ad autori dal pensiero tutt’altro che debole nella ideologia della mai troppo vituperata“Milano da bere” infarcita di postcraxismo e delle sue conseguenti  attuali poppagini. E’ stato, lo speriamo, l’ultimo tentativo di un sistema a-culturale ingaggiato allo scopo, di attrarre tutti indistintamente nel buco nero di questa ubriacatura collettiva che auspichiamo sia davvero finita prima che possa  distruggerci definitivamente nel corpo e nella mente.