Federico Arcuri: una cesoia nella pittura che racconta
di Martina Cavallarin
Si può privilegiare il modo, la snellezza del gesto nell’impattare a livello retinico la pittura di Federico Arcuri, oppure si può scendere sotto la superficie pellicolare attraverso altre forme di empatia, quelle che avvicinano l’arte ai misteri dell’uomo, al suo desiderio di gettarsi a capofitto nel dubbio e nell’incerto per provocare uno scarto che solo un gesto atletico di addominali e meningi fa risaltare alla luce, seppur rarefatta.

E quella del pittore italo-olandese è pratica che si serve della materia, della tela, del gesso, dell’impasto, di timbri, di plastiche e materiali artificiali, delle cromie mai assemblate, ma sempre congiunte in coppia, bianco-nero, luce-ombra, irrorazione e smorzatura. Un codice che vive di vicinanze calibrate che si staccano a fatica da una tradizione antica e selettiva, ma che trovano nella cultura del cogliere l’attimo, dell’istante catturato con violenta precisione la loro espressione pi๠contemporanea, concentrata, giustificata dallo stare attento, da parte di Arcuri, alle cose del mondo, ad una quotidianità  che troppo spesso viene messa in disparte per evitare il confronto con i disagi esistenziali e i minimi indizi della normalità .

La realtà  oggettiva diventa, sotto le sue mani, un corpo o un paesaggio che sono frutto di un sogno psichico tanto lontano da collocarsi in una zona ignota. Arcuri non abbisogna di consolazione o di un moralismo messo a disposizione di un atteggiamento benefico e rassicurante. Presenze statiche possono essere alternate a scene urbane che manifestano in modo crudo gli artifici e le sovrastrutture che l’uomo stesso ha prodotto. Il colore circola e si addensa. Eppure nell’apparente deriva l’atmosfera è calda e non si soffrono mancanze. Le scene raccontate dalla narrazione pittorica ci parlano di un incessante passaggio, di strade affollate rese vuote da barriere di cemento, incrostazioni, impedimenti, squarci e prospettive. E’ come una deflagrazione sedimentata dolce, ma forte, che si srotola presente e incisiva, oppure rarefatta e sottratta alla superficie del quadro. Arcuri si affida a un’espansione della sua fantasia, alle sedimentazioni culturali e alle sue passioni per revisionare in un final cut mentale ciò che ha guardato. Le linee dei palazzi e i percorsi urbani da luoghi familiari divengono accumulazioni soggettive, feed-back che ripropongono una nuova tensione della memoria tendente a riformulare e a intenzionare diversamente il rapporto individuo-ambiente-città . La sua pratica artistica è libera e si svolge in un arco tattico dilatato dove è possibile uno sprint in avanti e il recupero della memoria, la sospensione contemplativa dell’evento e l’accelerazione delle energie.

Se Arcuri esplora i viaggi, o le trasparenze dei tentativi, o le indagini di agglomerati incerti è perché il suo animo spinge verso lo sforzo del messaggio, l’accondiscendenza di provarsi anche a costo di perdere, con un lavoro che la tela restituisce rinato e celebrato per togliere all’assenza la vacuità  del negativo. Quello che si coglie è un racconto accorpato in un diario fitto e concentrato, una serie di pagine da sfogliare attraverso immagini colte e sfumature mai raggiunte, un’improbabilità  che respira attraversa la sua propria trasparenza sofferta, nevrotizzata dalla lentezza, esasperata da una luce irreale da day after, come quello vissuto guardando le torri stuprate nella vera cesoia tra Novecento e Duemila, ovvero quello dell’11 settembre 2001, un momento che ciascuno di noi ha vissuto a modo suo, ma che un artista sa raccontare anche se non vuole o non lo fa direttamente, come Arcuri fa con le sue pause e i suoi appuntamenti fatalmente mancati. Se scoppiasse qualcosa sarebbe un’altra devastante Hiroshima, mentre la gente raccontata da Arcuri aspetta senza consapevolezza, o forse piegata da qualcosa che al nostro artista non appartiene come non appartiene a nessun vero artista, ovvero rassegnazione, indolenza, mancanza di passioni. Il suo è un Rumore bianco trasportato sulla tela, un rumore di fondo costante come una paura mai repressa contenuta in ogni animo umano, la paura della solitudine e della morte di stampo Delilliano. Oppure, sempre stando con lo scrittore americano, un Punto Omega che secondo una legge fisica è il "progresso eterno" dell’universo sempre in costante sviluppo.

Raccontare queste passioni e questi malesseri soffocati è il suo vero talento, con quella sua sedimentazione apparentemente passiva che non gode degli scarti di un passaggio riuscito, ma che al contrario trova nel gesto mancato la sua massima smania d’agire.

Nella struttura diagrammatica dei suoi dipinti si rivela il rapporto di negazione, alle estremità  della tela o in un centro sofferto e mai casuale, tra movimento e pausa, tra quella luce luminescente squarciante e le ombre. Misticismo e storia, spazio e tempo, figura e sfondo, sinistra e destra - sopra e sotto.

Aspettando Lupin - Federico Arcuri | Giuseppe Ciracì
Paola Rescio Gallery
24 marzo - 30 aprile 2011
via rasori, 8 - 20145 MILANO +39 335 5661161
tuesday-saturday 15,30-19,30
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