Critica d'arte revisionista? No, reazionaria
di Roberto Pacchioli
«Da che arte stai?» è il titolo del pamphlet, recentemente uscito per Rizzoli, di Luca Beatrice, critico d'arte.
Il suo sguardo abbraccia gli ultimi 50 anni della storia dell'arte italiana (e internazionale) con intenti dichiaratamente di parte. Titolo e sottotitolo avvertono correttamente il lettore.

Si tratta di una lettura che segue la bipartizione della politica nelle categorie destra-sinistra con chiara scelta di campo per la prima, partendo dall'esaltazione di personaggi come Craxi e finendo a Bondi, passando per le intuibili tappe intermedie.

Su da che parte stia Beatrice, dunque, non vi possono essere dubbi. Le sue dichiarazioni - ripetute in ogni dove - hanno il pregio di dimostrare perché nella fattispecie non ci troviamo di fronte a un semplice scritto sull'arte ma a un testo politico sull'arte, volutamente polemico, addirittura aggressivo contro presunti nemici che sarebbero stati e sarebbero nel mondo dell'arte solo per motivi di potere.

La sistematizzazione di una simile narrazione in un volume ha un pregio: quello di esporre, in maniera completa, analoghe tesi trattate nei cataloghi delle mostre (una per tutte quella sugli “Anni ottanta” a Monza) organizzate da Luca Beatrice o alle quali ha collaborato. La differenza consiste nel fatto che qui l'autore, come detto, le espone in maniera politico-partitica e con chiari toni «avanguardisti» (da vittoria negata e di giusta presa del potere).

Il tutto in linea senz'altro con il contesto e l'humus nel quale si colloca Beatrice. I contenuti sono perfettamente corrispondenti a quanto si legge come sottotitolo in copertina: «Una storia revisionista dell'arte italiana». Ecco: si tratta di una lettura revisionista in senso proprio, di categoria politica applicata all'arte e in particolare a quella italiana. Questa dell'italianità  è un'altra costante del libro e il suo riferimento ed esempio viene individuato nella «Transavanguardia» che secondo l'autore «rompe con il darwinismo e con la linea evoluzionistica applicata all'arte e di conseguenza afferma la fine della modernità  e quindi dell'avanguardia».
Il canto del cigno di avanguardia, modernità  e relativo darwinismo sarebbe stata invece l'«Arte povera» che avrebbe portato nell'arte il «sessantotto», origine, secondo Beatrice - e una ben individuata parte politica - di tutti i mali dell\'Italia.

Quel '68 reo di avere fatto entrare «tutto il buono degli anni sessanta (ripresa, miracolo italiano, made in Italy) nel collo dell'imbuto degli anni '70»; «i sessantottini dimenticano gli impeti rivoluzionari e vanno a caccia di poltrone». Il sessantotto nell'arte viene identificato in una sola persona: Germano Celant. Nell'era Celant «chi vuole dipingere non trova neppure diritto di cittadinanza. La pittura è vecchia, inadatta retrò e reazionaria”. “In Italia si preferisce “il plumbeo” mentre a Londra nasce il pop romantico: i Beatles; in Italia quella banda scalcagnata di cileni perseguitati dal regime, gli Intillimani”.
Come commentare queste parole senza imbarazzo, anche perché il tutto rimane allo stato dell'affermazione non argomentata e neppure supportata da fatto alcuno. Peraltro vi sono, sparse nel libro, una serie di (inevitabili) contraddizioni riassumibili nel fatto che comunque l'Arte Povera ha avuto e continua ad avere eco e considerazione mondiale come deve riconoscere lo stesso Beatrice.
Petizioni di principio dunque e intrinseche contraddizioni da parte di chi sembra voler contribuire a fondare una cultura di destra ma che, almeno in questo caso, pensa che ciò si possa fare solo con la contrapposizione a quella definita di sinistra.
Su queste basi il libro di Luca Beatrice porterà  certamente argomenti ulteriori a chi è già  convinto della impossibilità  ontologica di qualsiasi rapporto tra questa supposta e autodefinita destra e la cultura.
Ferma restando la lettura deformata del fenomeno della Transavanguardia, riteniamo sia non condivisibile che alla fin fine tutto si giochi tra il neoromanticismo dei Beatles a Londra e la plumbea arte italiana degli anni settanta. Prendersela poi con gli Intillimani è in ogni caso incongruo visto che l\'autore riconosce tra l'altro che si trattava di esuli cileni perseguitati dal tristemente e tragicamente noto Pinochet e che reagivano pacificamente, usando la cultura.
Fa pensare anche l'ulteriore riferimento alle canzoni di Mogol-Battisti viste come l'auspicato ritorno, anche in Italia, al disimpegno e al neo-romanticismo di cui viene portata ad esempio la frase «le discese ardite e le risalite» per descrivere il «nomadismo» che secondo noi (e neppure secondo Achille Bonito Oliva che l'ha “inventato) non può essere inteso come il «saltare di palo in frasca».
L'arte può essere stata ed essere tutto tranne che il saltare di palo in frasca e lo scendere ed il risalire.
Ecco, l'unico commento che può essere usato per definire questo modo di intendere l\'arte e gli artisti lo possiamo fare in negativo, condividendo il pensiero che l\'arte non è «qualcosa da appendere sopra il divano del salotto» (Patrizia Re Rebaudengo nel catalogo della mostra “You-We + Ablo” in corso a Milano alla Rotonda della Besana) e gli artisti non sono quelli che dipingono quadri piccoli per farli appendere come, secondo Beatrice, avrebbe fatto De Maria (che tra l\'altro, proprio lui, costituisce la prova che la Transavanguardia non è stata un movimento di ritorno alla pittura figurativa e omologo alla «alla Ferrari di Villeneuve» o a quella «poltrona di Mendini» giustamente definita «reazionaria» in una recente intervista dal designer e architetto Giotto Stoppino e inutilmente presente insieme a Lucio Fontana nella sezione di Lissone della mostra «Il grande gioco»).
«Fondere tradizione (pittura figurativa, scultura, disegno, linguaggi classici e rivoluzione (sperimentalismo, poverismo, concettuale, avanguardia)» pi๠che revisionismo, per chi applica questa formula, è la prova solo di mancanza di idee e non è neppure, come l\'autore sembrerebbe adombrare, «post-modernismo», il pensiero filosofico che ha constatato invece proprio questo vuoto assoluto che ha attanagliato ad un certo punto il mondo occidentale fino a portare qualcuno a credere che la storia si fosse conclusa, idea che si inserisce benissimo nel contesto del libro tanto da avere una citazione.
Gli anni successivi, i nostri giorni, hanno invece riportato tutti alla realtà  ma pare che ci sia chi voglia rimanere invece alla «Milano da bere» e alla relativa atmosfera paninara con gli artisti che debbono essere «vestiti bene e molto curati», «concreti manageriali» e debbono pensare ad «arredare le case dei collezionisti [”¦] ben diversi dallo stereotipo dell\'artista sfigato, incompreso e senza soldi, duro e puro, incorruttibile e senza compromessi» . Evviva alla chiarezza.
Ci viene in mente in proposito il rapporto di Vincent Van Gogh con il mondo dell\'arte del suo tempo quale emerge dall\'epistolario con il fratello Theo.
Ma la parte pi๠interessante e rivelatrice è quella del rapporto di Luca Beatrice con il suo tempo.
Fior da fiore, ecco alcuni passi.
«Se l'«Arte povera» ambiva alla globalizzazione, pur in assenza di una società  globale, la Transavanguardia parte al contrario dall'aspirazione di imporsi con un prodotto autenticamente italiano». «Nell\'agosto1983 si apre l\'era di Bettino Craxi, socialista, protagonista indiscusso per un decennio fino al terremoto giudiziario di Tangentopoli. Sull'epoca craxiana i giudizi non possono che essere discordanti e partigiani». (Quale sia il giudizio di Beatrice è eufemisticamente intuibile).
«E' proprio di questo periodo la fine del lungo monopolio della TV di stato e l'apertura al mercato privato, in particolare Canale 5, prima emittente di (”¦.)».

E qui avviene la diretta liaison, una confessione ovvia per l\'autore che chiosa «bando all'ideologia: nel 1967, il teorico della sinistra francese Guy Debord preconizzava nella “Società  dello spettacolo” che alla fine deel XX secolo l\'industria pesante sarebbe stata sostituita da un'altra pi๠leggera, rapida, non incentrata sui beni primari ma sull\'intrattenimento e tempo libero. Che davvero Debord, teorico del Situazionismo, ultima avanguardia pararivoluzionaria, abbia contribuito ad allargare la mente del ( ”¦ ) ispirandogli la nascita del suo impero televisivo come nuova frontiera di consenso popolare?».

Il problema è che il libro di Beatrice esce nell'aprile del 2010, in piena crisi globale di quel tipo di economia anch'essa dello spettacolo e del nulla, e ancora una volta lo schierarsi dell'autore si rivela per quello che è: una tesi sostenuta a dispetto di tutto e di tutti anche dell\'evidenza; ivi compresa la esaltazione per il consenso popolare ottenuto da (...) con le televisioni con buona pace di tutte le ipocrisie di coloro che, interessatamente, continuano a sostenere che il potere monopolistico, diretto o indiretto su tutte le emittenti televisive è ininfluente ai fini del consenso politico. Si è dunque proprio nella pi๠stretta e drammatica attualità . E Beatrice sa bene dove sono le origini di tale situazione e ce le ricorda usando, non potrebbe essere diversamente, gli argomenti rovesciati.

E dunque esaltazione degli anni '80 definiti addirittura utilizzando per loro il titolo di un libro di Mario Capanna, leader del '68: «Davvero formidabili quegli anni. L'Italia corre a grandi passi verso il laicismo, la modernità , la ricchezza». E ancora. «Una rivoluzione partita dal basso, i giovani non ne possono pi๠di linguaggio da ciclostile, di cantautori stonati, di libri illegibili, di arte concettuale che non lascia spazio alla contemplazione della bellezza». «I quadri che irrompono a sorpresa nell\'Italia di fine anni '70 sembrano dipinti sì allora, eppure c'è qualcosa di strano, di volutamente datato». E qui vengono alla mente il noto repertorio anteguerra sull\'arte degenerata e i toni del Minculpop.

Anche su questi argomenti ogni ulteriore commento appare superfluo perché si tratta di affermazioni non fondate su argomentazioni ma solo sulla esaltazione di tutto quanto ha schiuso, e non poteva essere diversamente, le porte alla generazione dei Beatrice e di coloro che, vista la situazione, si sono subito adeguati e ripropongono anch'essi «il ritorno al quadro»; si veda una per tutte la incredibile presentazione, il passato inverno, alla Fondazione Pomodoro del Festival di Faenza, intitolato non senza motivo «Opere», dei curatori Vettese e Basualdo (e che per fortuna, e diciamo pure ovviamente, ha preso ben altre strade).
La conclusione del libro è in linea con le premesse. L'autore parla di se stesso quale artefice della «rivincita del Padiglione Italia» alla Biennale di Venezia: «Qui il racconto si fa complicato, perché riguarda direttamente chi scrive, e non è mai bello parlare di sé e autoincensarsi. In ogni caso la cronaca impone di ricordare che alla direzione del Padiglione Italia siamo stati chiamati Beatrice Buscaroli e io, direttamente dal ministro della Cultura Sandro Bondi, proprio come accadde con Ida Giannelli che ci ha preceduti, scelta da Francesco Rutelli, ministro nel governo di centrosinistra in carica nel 2007».
Il cerchio si chiude. Adesso attenzione, sembra dire Beatrice, che non accada come in quel lontano 1985 quando sembrò che l\'arte italiana si imponesse sulla scena internazionale; ma si trattava degli “altri” che erano inopinatamente ritornati. Questa la descrizione in stile cronachistico dai toni emergenziali di quei momenti: «Grande notizia: nel novembre 1985 va in scena (a New York) una mostra finalmente dedicata all\'arte italiana. Ma gli anni Ottanta e la loro vitalità  non c\'entrano, anzi. Si celebra in un clima di revanchismo, il recupero dell'Arte Povera, voluto dai musei e indotto da mercanti e collezionisti. The Knot. Arte Povera, a cura del mentore storico Germano Celant, è dunque la rivincita del Sessantotto, a smentire chi l'aveva dato per morto sotto i colpi della figurazione neoespressionista. A molti questo Ritorno all\'Ordine, questa “controrivoluzione” piace davvero.
Le forze reazionarie, camuffate da progressiste, sono ancora in piedi, ad anticipare una stagione di nuove strategie volte a riconquistare il potere provvisoriamente perduto».

Nulla di pi๠efficace, a nostro avviso, per illustrare quello che questa destra intende in generale per cultura e, se volete, nello specifico come vede il mondo Luca Beatrice, critico d'arte.