La mistificazione della bellezza Rancière e «Il disagio dell'estetica»
Anche se lento, il processo della corretta definizione dell’estetica è costantemente in moto.

Emerge qua e là , anche attraverso quello che è stato definito «Il disagio dell’estetica». È Jaques Rancière, autore dell’omonimo volume (Il disagio dell’estetica, Edizioni ETS, euro15, a cura di Paolo Godani, 2009) che nel titolo originale utilizza la parola malaise che letteralmente sta per malessere.

L’idea portante è semplice: nella concezione corrente di estetica qualcosa è malposto, per non dire fuori posto. Un girare a vuoto su concetti di cui non si ritrova pi๠il senso e che - spesso - del senso sembrano assolutamente privi. Concetti come «il bello» e «la bellezza».

Il problema e la domanda che Rancière - d'accordo con chi scrive - si pone sono presto detti: perché l’estetica dovrebbe occuparsi di qualcosa che non esiste, soltanto perché vi è stata una traslazione, ad un certo punto della storia del pensiero, in cui le migliori intenzioni di Baumgarten sono state tradite.

Non senza responsabilità  dello stesso Kant che, pur avendo trattato l’argomento nella prima critica, tradendo a sua volta la sua cara colomba, ha iniziato a praticare la metafisica dell’inesistente, come il bello, la bellezza e il sublime.

Per tornare a Rancière, egli si rammarica del fatto che l'originaria definizione dell'estetica sia stata tradita, attaccata e circondata da altre scienze che hanno cominciato a relativizzarne il contenuto, spingendolo a volte verso la psicologia, a volte verso la sociologia, a volte addirittura verso la scienza politica, materia nella quale lo stesso Rancière si è specializzato.

Se l'impostazione della critica di Rancière ci trova d'accordo, così non è purtroppo, come vedremo, per le conclusioni che lo portano a ricondurre il risultato del suo studio a una sorta di sociologia dell’arte, limitando e delimitando forse troppo il raggio d'azione dell'estetica.

La dinamica della politica, infatti per Rancière non è altro che aisthesis intesa come «partizione del sensibile». Come rileva Paolo Godani nella prefazione «se oggetto o luogo della politica è la configurazione del mondo sensibile comune, se cioè la politica ha immediatamente a che fare con un ambito, quello dell’aisthesis che essa ha in comune con l’estetica, possiamo affermare l’esistenza di qualcosa come un’estetica della politica... (che) non va confusa con l’estetizzazione della politica di cui parlava ad esempio Benjamin, cioè la messa in scena del potere, in particolare con le sfilate, le cerimonie, e i rituali del potere fascista e nazista».

E fin qui tutti d’accordo, nel senso che anche nella politica le dinamiche sono di natura estetica, come «la ripartizione dei corpi, la costituzione di spazi e tempi specifici, la divisione del visibile e dell’invisibile, del dicibile e dell’indicibile» in sostanza l’essere e l’agire dell’uomo nel mondo, le vere dinamiche che governano la società ».

Ma, come detto, il malessere percepito e individuato come proprio di una finalmente corretta collocazione del problema dell’estetica non ha conseguenze. La riflessione di Rancière lo porta in modo riduttivo e semplice a individuare come i cambiamenti dell’arte siano determinati dai cambiamenti politici: l’estetica finisce per essere lo studio di queste variazioni, un «rapporto necessario tra le forme della rivoluzione politica e le forme dell’esperienza sensibile suscitate dalle arti».

Pur se questa conclusione di Rancière è insoddisfacente, in prospettiva fa emergere quella mistificazione di cui parla Godani: la «mistificazione» costituita dall’idea che l’estetica si fondi sull’arte e che non si possa parlarne in riferimento ad altri campi.

Non è molto, ma almeno si comincia ad avere qualche dubbio.